14 dicembre 2009

Cthulhu Dawn

Le due o tre persone che ho avuto il piacere di avere come lettori di questo blog sanno quale siano le posizioni ideologiche di chi scrive, non fosse altro che per il fatto che sono state più e più volte dichiarate in pubblico. Ciò non toglie che, a fronte di un cambiamento, per quanto non doverosa alcuna spiegazione, risulta comunque piacevolmente corretto offrirla a chi ha perso tempo, almeno una volta, a leggere queste parole. Si trattasse anche solo di una persona.

Di impostazione fieramente postmarxista, nel suo piccolo questo blog ha sempre scelto come obiettivo polemico molto di più la (sedicente) sinistra che non la destra. E certamente non per simpatie per quest'ultima. Come nemmeno per il desiderio di fare propaganda: non essendo espressione di attivismo politico, l'ambizione non era certamente quella di sottrarre consenso politico.

In questi (quasi) due anni, tutto ciò che è stato scritto era guidato da un principio estremamente semplice e banale: l'idea che prima di urlare contro la sporcizia altrui, sarebbe bene fare pulizia della propria. E se a volte sono state prese posizioni apparentemente affini a quelle di una certa destra, chi scrive è convinto che sia stato per un gioco di specchi e di valori completamente capovolti per cui ci si ostina a chiamare "sinistra" qualcosa che di progressista non ha proprio nulla. Qualcosa che ogni volta che è stata al governo non ha mai esitato un attimo a fottere selvaggiamente i lavoratori in favore dell'alta borghesia banco-finanziaria e dei settori sociali ad essa vicini (dall'introduzione del precariato con il pacchetto Treu, alla gestione del TFR dei lavoratori passando per la questione del cuneo fiscale, gli esempi si sprecano).

Si è scelto di contestare assiomi riguardanti l'anomalia italiana come ad esempio l'idea che questo sia l'unico paese ad essere in balia di un conflitto d'interesse, e solo quando al governo c'è il Grande Satana di Arcore. E non perché alla base ci fosse il convincimento che non ci fosse un conflitto d'interessi, quanto piuttosto sulla base dei fatti che dimostrano come questo non sia l'unico paese (dagli Stati Uniti alla Francia, passando per molteplici altri paesi sono la confutazione empirica, la falsificazione, della teoria dell'"unicità" di una simile "anomalia"), come anche che un simile conflitto non c'è solo quando è al governo la Grande Nemesi (e da FIAT ad Omnitel ad Unipol e molti altri, gli esempi di regali, favori e commistioni presenti anche nell'opposizione si sprecano).

Mal comune, mezzo gaudio? No, mal comune e basta.

Si è contestata l'idea dell'unicità dell'informazione in Italia, come asservita e priva di libertà (ovviamente, anche qui, sempre a causa di un unico Soggetto Diabolico). E non perchè l'informazione in questo paese sia utopisticamente libera, ma anche qui sulla base del fatto che altrove le cose stanno nello stesso modo - se non peggio.

Semplice disfattismo? No. Piuttosto l'idea che per trovare una cura ad una male non si può considerare un'epidemia come un caso isolato. Affrontare un'epidemia puntando le proprie lenti solo verso un caso singolo significa nascondere la realtà del contagio in fieri.

A proposito dell'idea che nel paese ci sia una deriva "fascista" a corrente alternata (cioé solo quando va al governo una parte politica), si è contestata la ridicola idea di un (aspirante) potere dittatoriale che va ad elezioni e poi le perde. Ma non solo, si è anche constatata la presenza di "derive" fasciste, perlomeno da un punto di vista culturale (e ad oggi viene da rilevare "non solo") proprio nella zona della proverbiale prima gallina che canta. A partire dalla denigrazione dell'avversario perché "nano", "grasso", "pelato", fino alle pulsioni giustizialiste e forcaiole visceralmente reazionarie ed esplicitamente lesive di quelli che avrebbero dovuto essere considerati diritti ormai acquisiti (tra i primi, il diritto alla privacy, a vivere il proprio privato senza essere sottoposto al controllo di quel grande occhio che risponde al nome di "opinione pubblica", ad essere processato in modo equo e non trovarsi pubblicamente condannati sui media sulla base di sospetti, dicerie, pettegolezzi, e così via).

Una difesa d'ufficio del Diavolo di Villa Certosa? No, la semplice ed egoistica constatazione che non è mai esistito e non esiste tuttora alcun paese in cui i semplici cittadini godono di una quantità maggiore di diritti rispetto ai loro governanti: il che significa che qualsiasi attacco ai diritti di un governante ha come immediata ripercussione una superiore limitazione dei diritti dei governati.

A partire dalla giustificazione della violazione e pubblica esibizione della privacy altrui (Villa Certosa come i trans di Roma) fino alla giustificazione più o meno velata della violenza contro la vittima di un aggressione (chiunque essa sia), si tratta di un'escalation che probabilmente deve ancora raggiungere il suo apice e che trova la sua radice nell'incapacità da parte di chi si è autoproclamato "la parte migliore del paese" di accettare e ripensare i propri fallimenti.

E così, si parte con lo sputtanamento (tanto più diffamatorio quanto più privo di riscontri) a base di ministre e pompini, per poi passare alla frequentazione di minorenni e mignotte varie, condendo il tutto con altri sputtanamenti a base di trans dove la vittima di un ricatto viene sbattuta sul banco degli imputati, per arrivare ad accuse di mafia in stile "Comma 22" (in cui si crede alle testimonianze senza riscontri e prove fattuali, e c'è chi - ad esempio proveniente dall'area de Il Fatto - sostiene pubblicamente che se gli altri testinomi non confermano pubblicamente quanto dichiarato, vuol dire che il crimine si sta ancora consumando).

Ed infine, gli applausi ad uno squilibrato che aggredisce violentemente un governante regolarmente eletto rivolti da parte di moltitudini di persone incapaci di capire che non c'è alcuna differenza tra l'applaudire un simile gesto ed il pestaggio fascista contro chi è portatore di un pensiero diverso. Anche se cambia l'oggetto in questione, chi applaude all'aggressione del nemico politico è fatto della stessa pasta di chi approva i camerata che aggrediscono un avversario politico, o magari il semplice "diverso". Senza se e senza ma. Perché ci sono contesti in cui qualsiasi esitazione non è altro che l'esibizione di una natura violenta ipocritamente nascosta dietro un presunto atteggiamento buonista.

E quando rappresentanti di primo piano come il leader dell'IdV o la presidente del PD si lasciano andare senza alcun pudore a dichiarazioni come, rispettivamente, "lui se l'è cercata" e "non può sentirsi la vittima" (e nel caso del primo a poca distanza da precedenti proclami in piazza a base di "scontri di piazza" ed "azioni violente"), non può che rimanere altro che il disgusto nel vedere ancora una volta chi si spaccia per "progressista" impegnato a dividere le vittime in differenti classi e serie.

Dato che si scrive al passato vuol dire che questo blog chiude? No, si è solo deciso di ufficializzare la sospensione della sua scrittura. E non per paura di vendette o ritorsioni: questo spazio non è abbastanza seguito per dar fastidio a chicchessia. Ma solo per la mancanza di piacere nella sterilità isterica derivante dallo scrivere compulsivamente sempre le stesse cose, nel vedere costantemente il "progressismo" come prigioniero di una Reazione camuffata che si spaccia in pubblico per "rinnovamento". Allora, la scelta è quasi obbligata e preparata da mesi: l'attività di questo blog viene sospesa per lasciar spazio alla più piacevole attività della Colonia Lunare. Forse meno divertente per chi legge, ma sicuramente di più per chi scrive.

Per il momento e per una volta, non rimane altro da fare che una pubblica dichiarazione di preferenza: questo blog si è sempre schierato con quella parte di popolazione che, pur vivendo umilmente ed onestamente, viene costantemente offesa e dileggiata. Questo blog si schiera, e con fierezza continuerà a farlo in futuro se ce ne sarà occasione, con la parte peggiore del Paese: con chi è basso e non gioisce nell'assistere all'utilizzo dell'altezza fisica come strumento di dileggio dell'avversario politico, con chi non crede che esistano vittime di serie A e vittime di serie B, con chi si è trovato ad essere paragonato ad un pedofilo in virtù del suo orientamento sessuale da parte di un esponente di un partito che aveva appoggiato in sede elettorale, con chi crede che ogni vittima di un crimine è da considerare come tale indipendentemente da quello che può avere fatto o non fatto altrove, con chi trova nauseabondo che chi scende nelle piazze a manifestare contro la guerra poi appoggi il governo delle stesse persone che hanno mandato l'aeronautica a bombardare la Serbia e voti a favore di finanziamenti ad altre azioni militari, con chi guarda i reality show e i programmi di Maria De Filippi, con chi si diverte a passare un pomeriggio delle feste natalizie al cinema con parenti o amici a vedere le commedie natalizie di Vanzina o Parenti, con chi viene definito ignorante o evasore perché vota in modo differente, con chi è per un motivo o per l'altro oggetto di pubblico e diffuso disprezzo da parte di un'intelligencija aristocratica e snob che si afferma denigrando chi per qualsiasi motivo non risulta allineato, e così via. Insomma, le solite cose.

Sì, questo blog si autosospende a tempo indefinito, un po' per stanchezza ed un po' perchè se una qualche forma di squadrismo violento si sta concretizzando in Italia non proviene dall'attuale maggioranza, ma da parte di quella minoranza che non si cura minimamente dell'universalità dei diritti ma giudica in base alla propria convenienza, senza esitare ad attribuire colpe e responsabilità alle vittime se questi sono avversari. Perché la cosa grave non è il gesto isolato di un individuo probabilmente mentalmente infermo, ciò che preoccupa é quella folla che applaude alla violenza o che festeggia compiaciuta il linciaggio del nemico: una nuova generazione di tricoteuse.

01 dicembre 2009

You Can Go Your Own Way

Pier Luigi Celli, ex-direttore generale della RAI ed attuale direttore generale della Libera Università internazionale degli studi sociali, Luiss Guido Carli, ha deciso di scrivere una lettera aperta sulle pagine de La Repubblica per invitare il figlio, neolaureato, a lasciare l'Italia per andare a cercare migliore fortuna all'estero. Gli argomenti si possono riassumere in una lunga sequela di qualunquistici lamenti su quanto il paese sia inadatto a venire incontro alle aspettative di un serio, istruito e motivato giovane di belle speranze. Sorge così spontaneo utilizzare questo spazio per scrivere una risposta altrettanto aperta a chi si permette oggi di insultare un intero paese e chi ancora ci vive e lavora onestamente.

Egregio Dott. Celli,
noi non ci conosciamo. O meglio, lei non sa chi sono io, oscuro ed anonimo blogger, ma io so chi è lei: perché è difficile ignorare il nome di chi nel corso degli anni ha occupato posti in aziende di primo piano dell'industria italiana (dall'ENI alla RAI, passando attraverso Wind ed Omnitel), nonché il ruolo di direttore generale della televisione pubblica italiana. Ed è proprio in ragione di un curriculum di tutto rispetto che la sua lettera appare vergognosamente ipocrita ed ingrata nei confronti del paese nel quale continua a ricevere un sostanzioso stipendio, nonché irrispettosa di quella maggioranza silenziosa di italiani che vivono e lavorano malgrado gente come lei continui a sputare disgustata in quello stesso piatto nel quale si abbuffa quotidianamente.

Lei parla di questo paese come se fosse uno straniero, come se fosse qualcuno appena arrivato da chissà dove, carico di nobili e belle speranze disilluse da una realtà cinica e disonesta. Ma lei è un uomo che ha fatto parte (e continua a far parte) di quella classe dirigente che viene profumatamente pagata per assumersi responsabilità, nel bene e nel male. Se veramente, come dice, il paese oggi è conforme a quel quadro che lei dipinge, allora ammetta pubblicamente che la colpa è anche sua. Sua e della sua generazione. Per anni avete avuto in mano la gestione delle risorse di questo paese, occupando saldamente ruoli di potere ed istituzioni: il mondo che lei dipinge nella sua letterina strappalacrime non è l'opera di un cattivo demiurgo e non è il frutto di un destino ineluttabile, è la concretizzazione delle vostre azioni. Quindi, se proprio sentiva la necessità di scrivere a suo figlio, sarebbe stato quantomeno onesto sottolineare come anche lei, nell'ambito dei ruoli che ha avuto modo di occupare, abbia avuto responsabilità nella creazione di quel paese dal quale invita a fuggire.

Vuole preparare la valigia a suo figlio? Un atto indiscutibilmente legittimo nel suo ruolo genitoriale. Ma a questo punto sorge spontanea una domanda: perché oltre a preparare una valigia per lui non ne prepara anche qualcuna per sè? Se questo paese le causa tanta tristezza, perché non mette per primo in pratica quello stesso consiglio che suggerisce alla sua prole? In questo paese avete vissuto ed avete mangiato, e di questo paese vi siete nutriti. E ora, come se fosse estraneo a questa situazione, addossa le colpe ad un astratto "paese" governato da raccomandazioni, malaffari ed impunità. Ma in questo paese lei ha affondato le sue mani fino in fondo, ha arraffato e continua ad arraffare. Se vuole impartire lezioni di nobiltà e giustizia, cominci con l'esempio e non con letterine piagnucolose su un quotidiano.

Se questo paese vi fa tanto schifo, andatevene. Prendete quelle benedette valigie, riempitele e staccate dei bei biglietti di sola andata. Perché i mezzi e le possibilità che avete voi, appartenente ad una classe economicamente privilegiata, sono qualcosa che la maggior parte degli italiani può solo sognare. E se tutto questo ancora non riesce a saziare i vostri famelici appetiti, cercatevi nuovi banchetti: non sentiremo la vostra mancanza. Ma evitateci le vostre lezioncine borghesi su valori che non avete lottato per affermare: perché basta partire dalle vostre premesse (le sue e di tutti quelli che come lei parlano sempre di valigie per andare all'estero ma non si tolgono mai dai piedi) e svolgerle in modo logico e consequenziale per arrivare ad un j'accuse nei vostri confronti.

Non siamo io e chi la pensa come me ad accusarvi, sono le vostre parole. Perché se, come lei dice, per fare carriera nel sistema Italia bisogna accettare compromessi e malaffari, allora Lei, che in questo sistema ha avuto successo, nei compromessi e nei malaffari ha sguazzato come una papera in un lago. Le sue parole sono un insulto all'intelligenza ed alla dignità di chi per anni ha convissuto con contratti lavorativi di merda (o magari continua oggi a conviverci), quando lei che oggi piagnucola sulle pagine del Gruppo Espresso ha avuto ruoli di responsabilità in quelle stesse aziende che di questi contratti di merda hanno fatto ampiamente uso (o lo fanno tuttora).

Sarebbe bello concludere questo messaggio con un addio ed un invito a non sprecare carta per mandare cartoline che non ci interessa ricevere. Ma alla fine rimane la coscienza di avere davanti nient'altro che l'ennesimo piagnisteo di chi parla in continuazione di emigrare... ma ne parla e basta. Senza fare alla società il grande piacere di mettere in atto simili buoni propositi.

27 novembre 2009

First We Take Manhattan

Casoria... Villa Certosa... le trans dell'ex-Governatore del Lazio... e ora la politica del gossip riparte all'attacco ventilando l'esistenza di un video hard tra due noti esponenti dell'estrema destra. Al di là dei giudizi che si possono dare sui soggetti coinvolti, si assiste per l'ennesima volta ad un copione basato su assalti al privato della persona. Perché fino a prova contraria, anche qualora si dimostrasse che un simile video realmente esiste, si tratterebbe di un attacco pubblico al privato delle persone, chiunque esse siano. E' l'arma vile e mafiosa del ricatto, della minaccia o dell'azione di sputtanamento pubblico. E' l'anima volgare e reazionaria del gossip che sbandiera in pubblico i segreti delle persone per sottoporle al giudizio delle comari di paese, di coloro che stanno a guardare e spettegolando sputtanano il figlio di quello perché "frocio" o la figlia di quell'altro che "se la fa con tutti": la difesa dei valori pubblici vigenti (quando non la restaurazione di quelli del passato) dietro una cortina di ipocrisia in cui chiunque si arroga di giudicare ed esporre con disprezzo al pubblico ludibrio tutto ciò che non si conforma ad un profilo postulato unilateralmente come accettabile, decente, dignitoso. E nel fare questo, piano piano si scavano solchi nel fondamentale diritto alla privacy delle persone, nell'idea che chiunque, nei limiti imposti dalla legge, abbia il diritto di comportarsi come meglio crede senza trovarsi processato pubblicamente dal vicino, dalla dirimpettaia, dalla gazzetta di quartiere, dai media nazionali.

E di fronte ad un tale scenario di corrosione applaudito da chi pensa che un simile mostro possa riguardare solo limitate sfere della società, senza considerare che l'asse che parte dalla campagna contro l'ex-portavoce del governo nella scorsa legislatura e che arriva alle notizie di oggi, se non adeguatamente limitato e confinato, è un blob destinato ad accrescersi, tornano in mente i versi attribuiti al pastore Martin Niemöller, che dopo 8 anni di internamento in diversi campi di concentramento nazisti, con parole tanto semplici quanto incisive, descrisse il pericolo che si nasconde dietro ogni complicità, più o meno attiva, con un pericoloso nemico.
Prima vennero per i Comunisti,
ed io non dissi nulla,
perché non ero un Comunista.
Poi vennero per gli Ebrei,
ed io non dissi nulla,
perché non ero un Ebreo.
Poi vennero per i Cattolici,
ed io non dissi nulla,
perché ero un Protestante.
Quindi vennero per me,
e a quel punto non era rimasto nessuno
che potesse dire qualcosa per me.

13 novembre 2009

Let's Lynch the Landlord

Nella notte del 10 Novembre, un gruppo di vigilantes assunti dalla proprietà della ex-Eutelia a Roma fa irruzione in uno stabilimento occupato da dipendenti che, dopo essere rimasti senza stipendio da mesi, protestano contro la chiusura. Le guardie dichiarano di essere della polizia e urlano ai dipendenti di uscire. Un giornalista RAI presente in loco si accorge che non si tratta di poliziotti e chiama la polizia (quella vera) che identifica i giustizieri privati e li fa uscire dall'edificio.

La notizia non ha avuto molto risalto perché la dose settimanale d'indignazione da parte degli esponenti dei diversi schieramente politici era maggiormente impegnata nel commentare un fumetto:
"Spatolaro, o qualcosa del genere, che non ho mai avuto il piacere di conoscere, dà il meglio di se, immagino, tra cacche, mosche e parolacce. Più che un fumetto mi è sembrato uno specchio." (Ignazio La Russa)
"E' un qualcosa di sconcertante che con la satira non ha nulla a che vedere." (Enrico La Loggia)
"Il nostro Paese assiste all'ennesimo imbarbarimento dello scontro, che nulla ha a che vedere con la politica, ed in mezzo ci finisce per l'ennesima volta una donna." (Mara Carfagna)
"L'attacco sconsiderato portato al ministro Meloni supera ampiamente i limiti della satira." (Mariastella Gelmini).
"Il libro contro il ministro non è esercizio di satira ma solo di volgarità." (Renata Polverini).
"La satira diverte, morde e può anche far male ma se è satira intelligente non scade mai nel turpiloquio o nell'insulto gratuito." (Rosy Bindi)
"Il libro di fumetti sulla Meloni mi sembra un'operazione molto misogina." (Paola Concia)
"La satira è satira, ma nel caso di Giorgia Meloni mi sembra che se sia sconfinati nell'offesa feroce e gratuita, oltre che in una volgarità sicuramente inaccettabile." (Silvana Mura)
"Mi ero ripromessa di non fare alcun commento su questa allucinante vicenda, ma di fronte alla enorme mole di messaggi di solidarietà che mi ha raggiunto in queste ore, non posso esimermi dal ringraziare tutti. In particolare mi rivolgo alle donne e a tutti coloro che pur non condividendo la mia posizione politica, hanno comunque sentito il bisogno di esprimermi stima ed affetto. Grazie davvero." (Giorgia Meloni)

Chissà se diffondendo vignette satiriche anziché occupare la sede del posto in cui lavorano, anche gli scioperanti avrebbero ottenuto la stessa quantità d'indignazione da parte della classe dirigente...

02 novembre 2009

Get Ready To Fly

E' uno dei colpi di scena degli ultimi giorni. Hulk Hogan ha firmato il suo passaggio alla TNA. Hulk Hogan non è mai stato un wrestler particolarmente abile o tecnico. Anzi, dal punto di vista atletico è sempre stato poco più che mediocre. In confronto ad altri grandi nomi del wrestling americano come Bret Hart, Shawn Michaels o l'Undertaker è sempre stato diversi gradini sotto. Ma allo stesso tempo non si può non riconoscere che appartiene a quella schiera di performer in grado di compensare con un carisma eccezionale le profonde mancanze dal punto di vista tecnico. Ma non solo, è sempre stato anche un uomo con un ottimo fiuto per gli affari: con l'abbandono della WWF per passare alla WCW, con tanto di trasformazione nel heel Hollywood Hogan con la sua adesione alla stable N.W.O., è stato in grado di sfruttare il suo personaggio portandolo a quello che probabilmente è stato l'apice della sua carriera.

Oggi, con il suo abbandono della major di proprietà dei McMahon per il passaggio alla scuderia fondata da Jeff Jarrett si segna un importante punto di svolta che se da un lato conferma la crescita progressiva della TNA, dall'altro è un'ulteriore conferma della crisi della WWE. Una crisi, questa, tanto di contenuti quanto di talenti in gioco. Le sorti della WWE continuano ad essere rette dai soliti nomi che da un numero imprecisabile di mesi continuano a ripetere stancamente lo stesso copione in varianti sempre più ridicole. Si tratta continuamente di John Cena contro Randy Orton contro Batista contro John Cena contro Randy Orton contro Batista contro John Cena e così via. A cui sia aggiunge l'incomprensibile scelta di puntare sulla Legacy di Ted Di Biase jr e Cody Rhodes (due atleti talmente mediocri che riescono ad esprimere il massimo solo quando si comportano da bulletti prepotenti, e la cui presenza negli spettacoli WWE non sembra essere spiegabile se non facendo riferimento ai nomi che portano), per valorizzare i quali la federazione ha rispolverato dall'armadio Degeneration-X (Triple H e Shawn Micheals) e che grazie alla loro incapacità (nonché di chi ha progettato fli incontri) si sono rivelati spettacoli di rara bruttezza. Certamente non mancano ottimi talenti come Kofi Kingston, John Morrison, The Miz ed altri, ma continuano ad essere tenuti rigidamente a distanza dai main event. Che ci sia una crisi di contenuti e talenti è una cosa ben chiara anche a diversi wrestler: con grande intelligenza, uno dei lottatori di maggiore talento come Chris Jericho si è tirato fuori dai main event riguardanti i maggiori titoli per far coppia con Big Show e risollevare le sorti dei titoli di coppia, completamente alla deriva da mesi. Per quanto riguarda poi gli incontri femminili, stendere un velo pietoso non è altro che un gesto di basilare civiltà.

Per quanto riguarda invece la TNA, la struttura delle storyline è ben differente. Due solide stable (la Main Event Mafia guidata da Kurt Angle e la World Elite guidata da Eric Young) si affrontano tra loro - un po' come era accaduto tra le N.W.O. ai tempi della WCW - ma oltre ai talenti in gioco, la differenza principale rispetto alla WWE è la struttura aperta dei feud. Non ci sono duelli a due o tre che si trascinano per mesi e mesi ma si assistono a frequenti cambiamenti di fronte ed alla genesi di nuove rivalità. Qualsiasi titolo e categoria viene valorizzata al massimo, sia nella divisione leggera che in quella di coppia, e soprattutto in quella femminile che, dopo l'innesto di grandi talenti come Sarita, Victoria ed Hamada, è diventata talmente importante da aver portato la federazione ad introdurre un titolo di coppia apposito. Inoltre, un singolo titolo come quello dei pesi massimi - il più prestigioso - solo negli ultimi mesi è passato quattro volte di mano attraversando diversi feud. A questo si aggiunge inoltre l'investimento che viene fatto negli atleti di "seconda fascia"; esemplare in tal senso è la crescita di Matt Morgan, sfruttato come jobber e poi liquidato dalla WWE, oggi si ritrova a partecipare a dei main event con nomi come Sting, Kurt Angle ed AJ Styles, con una gimmick decisamente più definita e con un'accresciuta abilità col microfono.

Il passaggio di Hogan alla federazione più giovane, per quanto non rappresenti certamente una notizia incoraggiante dal punto di vista dello spettacolo tecnico e del personaggio (noto egomaniaco), è comunque il segnale di una federazione che intende crescere e puntare ad arene di dimensioni sempre maggiore. E per quanto i difensori delle indie siano sempre più irritati dall'arrivo di nomi "pesanti" (riuscendo a storcere il naso perfino per l'arrivo di un atleta come Bobby Lashley), la TNA continua a mantenere il suo equilibrio tra strutture narrative tipiche del wrestling major ed incontri spettacolari più vicini a federazioni come la ROH, senza disdegnare parentesi brutalmente hardcore. Tutto sta nel vedere quanto la TNA riuscirà a gestire l'ego di Hogan e quanto possa aver voglia di rimettersi in gioco in un ruolo che si adatti a lui.

30 ottobre 2009

Where Do Ya Draw the Line

Una grande sfida implicitamente aspettava al varco ieri sera AnnoZero: dopo una serie di puntate dedicate al premier, riuscire a tirarlo in mezzo anche quando l'obiettivo era puntato su un altro soggetto. E la sfida viene vinta con maestria impareggiabile, con la teorizzazione di una forma di colpevolezza preventiva di squisita fattura medievale. Come negli anni più bui dell'Inquisizione chi veniva accusato di eresia era colpevole indipendentemente da tutto ciò che avrebbe potuto dire (in quanto confessare significava ammettere, e quindi confermare il crimine, ed allo stesso tempo negare significava mentire, e quindi confermare la natura peccatrice dell'inquisito), così si scopre che il premier, per il fatto di essere venuto a conoscenza dell'esistenza del video ed averlo comunicato all'ex-Governatore del Lazio, può essere accusato di non aver denunciato un possibile crimine, ma allo stesso tempo si afferma chiaramente che se avesse denunciato alle autorità dell'esistenza dello stesso avrebbe potuto essere accusato di aver voluto rendere pubblica la vicenda per danneggiare gli avversari.

Ma questa è solo una parentesi. Il cuore caldo della trasmissione riguarda, prevedibilmente, la vicenda che domina i giornali da una settimana. Ecco allora servizi ed interviste a trans e, in assenza di filmati di proiettare, più o meno attendibili ricostruzioni video basate su racconti e testimonianze. E i due ospiti politici in studio riescono nella mirabile impresa di discutere pur partendo da premesse implicite analoghe. Su Storace c'è poco da dire: è un uomo visceralmente di destra (si può dire "fascista"? o anche lui ha deciso di trovare un nuovo modo per definirsi?) e dice cose di destra, sfoderando a più riprese un machismo venato di umorismo triviale, con tanta classe ed eleganza quanta potrebbe averne Steven Seagal in una esibizione di pattinaggio artistico (o forse anche meno).

Ma è la Serracchiani, uno degli astri nascenti del PD, ad offrire momenti di reale inquietudine. Come quando, con una disinvoltura disarmante, dichiara trionfalmente: "i nostri quando sbagliano si dimettono". Per un attimo, qualcuno avrebbe potuto pensare che si riferisse ad una recente notizia di dimissioni presentate dai responsabili di alcune giunte campante. Invece no, l'errore a cui si riferisce è proprio quello di cui si parla, quello che si cerca di ricostruire ed esibire: riguarda proprio l'assenza di una presunta reazione tempestiva da parte della vittima.

Lo scenario è paradossale, un po' come in quelle situazioni in cui qualcuno premette "non sono razzista" per poi arrivare alla conclusione secondo cui "tutti questi negri dovrebbero essere sbattuti fuori dal paese a calci". Similmente, qui tutti si dichiarano concordi nel considerare Marrazzo la vittima, ma alla fine sono i di lui vizi e comportamenti ad essere sezionati chirurgicamente per poi essere pubblicamente giudicati.

Una qualsiasi posizione progressista non avrebbe dovuto accettare premesse reazionarie per poi smarcarsi maldestramente sulle conseguenze. Una posizione progressista non avrebbe mai dovuto accettare di dare per scontato (come ha fatto la nuova stella del PD) che quello di Marrazzo sia stato uno sbaglio e che come tale è giusto che abbia avuto come conseguenza le dimissioni. Una linea progressista avrebbe dovuto rimarcare in primo luogo che non si fanno processi alle vittime, che le vittime vanno protette da gogne di qualunque tipo, e che le dimissioni, pur rispettabili in quanto frutto di una scelta personale e privata, non sono in alcun modo un atto dovuto e sicuramente non la conseguenza di uno sbaglio, perché fintantoché non viene violata alcuna legge, le scelte private rimangono tali, e non errori pubblici di cui scusarsi.

Una linea progressista avrebbe dovuto porre con forza la questione riguardante il fatto che se fosse stato scoperto in dolce compagnia di una top model anziché con una trans, probabilmente la vicenda avrebbe preso una piega ben differente. Avrebbe dovuto affermare energicamente che il vedere una vittima di una brutale violazione della sua privacy e di una probabile estorsione non denunciare pubblicamente i crimini commessi contro di lui è prima di tutto segno di un grave problema, perché ricorda in modo drammaticamente inquietante le donne che non denunciavano (ed in alcuni casi non denunciano ancora oggi) stupri e molestie a causa della certezza che in breve tempo la voce si spargerebbe nel loro circondario, ed oltre che con i segni della violenza si troverebbero a dover convivere con il diffondersi di voci secondo cui "quella puttana se l'è cercata".

Questo e tanto altro avrebbe potuto affermare un personaggio che abbia una seppur pallida idea di cosa siano progresso ed emancipazione. Invece il tutto si trova riassunto nel fiero sbandieramento di un "i nostri quando sbagliano si dimettono", nell'accettazione pregiudiziale che pur in assenza di qualsiasi accertamento di violazioni della legge possano esistere modi "sbagliati" di vivere la propria sfera privata, anche quando si è vittime di violenze e soprusi. In altre parole: una resa incondizionata a quei principi reazionari propri dell'interlocutore proveniente dalLa Destra che le stava di fronte.

29 ottobre 2009

Zombie Eaters

Il premier, come periodicamente gli accade da diversi lustri, ha ripreso a ripetere ossessivamente di oscuri complotti "comunisti" in ogni oscuro anfratto del paese che non si dimostri a lui favorevole (un po' come i suoi avversari, che in mancanza di mutande entro cui scrutare si risvegliano individuando "derive" fasciste in ogni dove). L'opposizione ovviamente si guarda bene dal contraddirlo seriamente dato che, in fin dei conti, questi suoi periodi sono la dimostrazione che in Italia c'è ancora almeno una persona che crede che ci siano dei "comunisti" in giro.

Quella dei "comunisti" ovunque è una cosa che ad una certa sinistra tutto sommato non dispiace: con tutto l'uso che il premier fa dei mezzi d'informazione per propagandare la sua figura, se qualche volta li utilizza per favorire gli avversari dandogli qualche pennellata di rosso (e quindi rendendo meno visibile lo scudo crociato democristiano) è tutta manna dal cielo. In fondo: se non ci fosse lui a ripetere periodicamente agli italiani che l'opposizione è "comunista", chi se lo ricorderebbe più?

Tre milioni di persone si sono recate pochi giorni orsono ad esprimere il proprio parere su chi dovesse essere il nuovo segretario del PD, ed ingannati dai loro stessi vertici festeggiano quella che è stata presentata loro come una prova di "democrazia". Ma come sosteneva Lenin, i democratici borghesi fanno un uso costante di parole d'ordine con lo scopo di ingannare il popolo: e le parole d'ordine in questo caso erano "democrazia" e "partecipazione". Al di là del terzo figuro, accolto nel confronto per offrire perlomeno l'apparenza di una scelta, i due candidati non rappresenta(va)no niente di innovativo, sotto nessun aspetto. Entrambi erano, e sono, espressione delle due correnti alternative che da anni si avvicendano alla guida del centrosinistra, e che sono responsabili della distruzione sul piano politico, come su quello culturale ed ideologico, della sinistra storica italiana.

Si è trattata di una "falsa scelta". Chi ha votato domenica non ha fatto altro che firmare la propria adesione ad un progetto dalla cui formulazione era escluso a priori. Il punto centrale di quanto avvenuto domenica non consisteva nella scelta di un nome tra la rosa di candidati proposta dalla nomenklatura (e tantomeno, come notano alcuni, nel paio di euro da versare nelle casse del partito per esprimere la propria preferenza - un aspetto sicuramente utile per le finanze del PD, ma certamente secondario), l'elemento principale era costituito piuttosto dalla richiesta di firma di sottoscrizione del progetto del PD. Non si è trattato altro che di assecondare l'alternanza della reggenza all'interno di un solido regime, di un'amministrazione cioé le cui responsabilità rispetto ai fallimenti ed agli errori passati non solo non vengono sottoposte a giudizio o criticate, ma vengono addirittura cancellate da un bagno di folla purificatore.

Si tratta di una manifestazione della contrapposizione (per citare nuovamente un aspetto del leninismo) tra libertà reale e libertà formale. Intendendo con la prima una situazione in cui una scelta viene compiuta con la possibilità di influenzare e modificare un quadro generale, e con la seconda una scelta in cui, dato una serie di confini fissi e determinati entro cui muoversi, a chi valuta le opzioni non rimane che un margine d'azione minimo: quello stabilito appunto da chi offre la scelta dall'alto. L'elettore poteva esprimere la sua preferenza sul candidato, ma la condicio sine qua non per poter esercitare era un simile atto era la sottoscrizione, quindi l'adesione incondizionata, al progetto del PD così come strutturato dalle gerarchie.

La vera scelta, in un contesto simile, sarebbe stata nella possibilità di votare tra diversi progetti, tra diverse identità o direzioni da dare al partito, e non tra diversi candidati all'interno di un progetto definito dall'alto (un progetto, cioé, che al di là delle singole pecurialità di ognuno, era stato ovviamente sottoscritto da tutti e tre). Ed il fatto che una simile scelta fosse solo un bagno (di folla) purificatore dagli errori del passato senza alcun ripensamento o ammissione è dimostrato dalla stessa storia dei due candidati: un paio di vestiti nuovi addosso agli stessi attori che dominano la scena da anni.

Da un lato un erede della linea cattolica-veltroniana-democristiana, e dall'altro un rappresentate della linea prodi-dalemiana, un uomo delle cooperative vicino a CL ed a quella stessa forma di liberismo che in passato ha portato all'introduzione della precarietà dei lavoratori in Italia (vedi Treu). Chi ha votato domenica non ha avuto altra possibilità di espressione al di fuori di una scelta tra gli esponenti di quegli stessi due gruppi di potere che da anni sono simbolo di fallimento e di tradimento dei principi di sinistra. Quegli stessi che pur continuando a perdere elezioni una dopo l'altra pretendono inamovibilmente di impartire lezioni di politica al paese (un po' come un allenatore di una squadra di calcio che dopo aver portato la sua squadra alla retrocessione pretendesse di spiegare come si gioca a chi ha vinto il campionato).

E che non ci sia nessun cambiamento nell'aria è evidente, perché non bastano due frasi urlate su una sedia a segnare un cambiamento. Nessun rinnegamento della precarietà se non in favore della "flessibilità" lavorativa (una differenza, questa, che da anni devono spiegare al paese); nessuna presa di distanza dagli elementi cattolici reazionari del partito (anzi, alla minaccia di Rutelli di spostarsi in casa dei suoi amici dichiaratamente cattolici, la replica è stata un invito ad "accettare la sfida"); nessuna presa di posizione chiara a proposito di chi ha votato contro il suo stesso partito in tema di omofobia; nessuna presa di posizione netta contro l'invito ad aderire all'antiberlusconismo ringhiante ed inconcludente da parte dell'IdV che ha portato in larga parte alla perdita di consenso dei suoi ultimi due predecessori. Ed infine, in tema di "novità", ora che i veltroniani sono tornati in secondo piano, il recupero del professor Prodi e l'invito a ripartire dall'esperienza de "L'Ulivo". Sicuramente c'è stata la possibilità di "partecipare" all'elezione del candidato preferito, ma non di votare la direzione dello stesso; si è sottoscritto un progetto, ed al limite si è anche fornita qualche indicazione più precisa rispetto ad un normale sondaggio a proposito di quale sia la direzione verso cui è orientato l'elettorato in previsione delle prossime elezioni regionali (un dato che fa sempre comodo quando si tratta di scegliere a chi affidare una candidatura).

28 ottobre 2009

Party Til You Puke

Marrazzo si è dimesso. Viva Marrazzo. O perlomeno questa sembra essere la diffusa reazione in giro per i media da parte di avversari e presunti alleati politici. I suoi (ormai ex-)avversari ipocritamente dichiarano di comprendere le ragioni del suo gesto ed il fatto (o perlomeno quello che loro considerano tale) che non potesse andare proseguire con la sua carica. Altrettanto ipocritamente, coloro che a vario titolo si dichiarano appartenenti alla sua stessa fazione politica esultano gioiosamente: lo standard normale di ipocrisia morale è stato ristabilito, e le dimissioni del protagonista dello scandalo vengono sventolate in faccia agli avversari a dimostrazione di quanto (loro stessi) sostengono da mesi, e cioé che non tutti i cittadini hanno uguale diritto al rispetto della propria privacy, e che i fatti privati possono diventare mezzi per mettere in discussione chicchessia in pubblico.

Ma non c'è proprio nulla da festeggiare. Anzi, con le dimissioni dell'ormai ex-presidente della Regione Lazio si sta scrivendo una brutta pagina della storia politica e culturale italiana. Non essendo riusciti a farlo con gli avversari, i sedicenti "progressisti" sono riusciti ad affermare il principio che la vittima di un crimine possa e debba essere sottoposta alla gogna mediatica. Ovviamente qui non si vuole mettere in alcun modo in discussione la scelta personale di un uomo, o una decisione che riguarda al massimo lui stesso, il suo futuro e la sua famiglia; questi sono aspetti che dovrebbero rimanere sottratti allo sguardo di chiunque non sia direttamente coinvolto nel suo vissuto personale.

Quello che qui si contesta è la scelta disgustosa di non aver protetto un alleato dal fuoco mediatico alzato contro di lui. (E del resto, come avrebbero potuto fare? Dopo mesi passati a provare ad infilarsi nella camera da letto del premier, come avrebbero potuto difendere gli incontri privati di un alleato?) Un fuoco, spesso "amico", contro chi, allo stato attuale, non risulta altro che una vittima. Anzi, vittima due volte: in primo luogo di una violazione della sua privacy, ed in secondo luogo di un ricatto. L'azione del partito nei confronti dell'ex-Presidente della Regione Lazio è paragonabile a quella di una famiglia di provincia che, dopo aver scoperto che la figlia è il pettegolezzo del paese per aver perso la verginità, contribuisce alla sua umiliazione in pubblico e la sbatte fuori di casa perché fonte di disonore.

Le solite anime belle gli contestano il fatto che, ancora prima che come politico, già come giornalista, si fosse presentato in pubblico come un moralizzatore mentre in privato lasciava moglie e figli a casa in favore di incontri extraconiugali. Il punto però è che fino a prova contraria, il concetto di privacy prevede proprio questo: il principio che chiunque abbia il sacrosanto diritto di comunicare in pubblico gli aspetti che ritiene opportuni. Se una persona in privato ama guardare film porno, o gli piace girare in mutande per casa, o semplicemente trova erotico mettersi le dita nel naso, non è tenuto a farlo sapere a chicchessia. Se una persona, a cena al ristorante tra amici parla male del suo datore di lavoro, poi non è tenuto a comunicare quello che ha detto anche al suo superiore. Se ad una persona piace fare sesso con persone diverse, non è tenuto a comunicarlo nella piazza del paese, anche qualora di giorno fosse una maestra di scuola. E nell'infinita casistica di esempi vale anche quello del politico che decide di avere incontri privati a sfondo sessuale. (Il fatto, poi, che un partito che si definisce, perlomeno a parole, "progressista", non dovrebbe nemmeno prendere in considerazione quale sia la natura sessuale - etero, trans, omo, etc. - degli incontri in questione, e tantomeno porre accenti sull'una o sull'altra con distinzioni più o meno implicite, è qualcosa di talmente ovvio da risultare superfluo citare.)

Bene. Ora che si è riusciti a mettere la vittima di un ricatto sotto accusa si può festeggiare un ulteriore passo verso quella "normalizzazione" del paese che tanto piace ad alcuni. Quello stato di cose per cui è "normale" che un ministro dia le dimissioni se il marito noleggia due film porno mettendoli nella nota spese ma nessuno si danna per fare luce sul "suicidio" di chi aveva dichiarato che il governo mentiva sulla presenza di armi di distruzioni di massa in Iraq; per cui è "normale" che un governatore si dimetta perché frequenta prostitute e nessuno mette in discussione le menzogne utilizzate dal governo per muovere guerra ad altri paesi; per cui è "normale" che un presidente sia messo in discussione per del sesso orale extraconiugale e non per aver guidato l'aggressione ad un paese sovrano nel cuore dell'Europa; per cui è "normale" che un partito chieda le dimissioni di chi è stato sorpreso in privato con un transessuale e per questo ricattato, e non dei responsabili di una giunta sotto la cui gestione una città intera è finita sommersa dai rifiuti (e per cui attualmente si trovano sotto indagine).

No, non si capisce proprio cosa ci sia da festeggiare.

U + Ur hand

Ci sono volte in cui è inutile perdere tempo per esprimere un concetto con argomentazioni volte a spiegare come una posizione non sia semplice frutto di un testardaggine o di capricci infantili. Ci sono volte in cui, dopo aver provato le strade della spiegazione, di fronte all'altrui volontà di non rispettare scelte e credenze non rimane altro da fare che esprimere ciò che si pensa in modo semplice e facilmente comprensibile da chi evidentemente non vuole sentire.

Cari militanti del PD che continuate a fare prediche agli astensionisti di sinistra, avete genuinamente rotto i coglioni!

Continuate a propagandare la vostra idea secondo cui bisogna accettare compromessi perché il mondo non è un luogo ideale ed i compromessi sono cose di tutti i giorni. Bene, è vero e sacrosanto. Ma quello che le vostre teste non sembrano essere minimamente in grado di capire è che non si tratta di accettare un compromesso, un banale do ut des in cui si rinuncia a qualcosa in funzione di un bene superiore. Non si tratta di fare un sacrificio oggi per avere qualcosa di più in futuro. Si tratta di tradire profondamente e visceralmente tutto ciò in cui si crede, e tutto questo in nome di non si sa bene cosa.

E no, il fatto che questo governo possa non piacerci minimamente non è una motivazione valida per scegliere di ingoiare volontariamente le badilate di letame che la vostra classe dirigente ha scaricato e continua a scaricare su quello che rimane della sinistra italiana. Siete voi che avete sputtanato la tradizione a cui vi richiamate a parole (il marxismo, il socialismo e soprattutto ciò che di valido ancora oggi si richiama a questi) per mettervi al servizio e supporto di un'ideologia liberista che altro non è che l'espressione del potere e degli interessi della classe dominante borghese.

Sì, ho scritto proprio "borghese". Magari nei salotti raffinati, tra un cocktail e un disco di Allevi, tra un vernissage e l'altro, usare termini come "ideologia" e "borghese" è molto passé. Ma comunque li vogliate chiamare, un metalmeccanico o, alla peggio, un precario, sono una cosa ben differente da un confindustriale o da un finanziere. Ed è a seconda delle classi sociali a fianco delle quali vi schierate che si determina se il vostro è da considerare come un partito di sinistra o meno. E no, non si tratta di una mera questione teorica o pedanteria linguistica, ma pratica è concreta: perché che sia politically correct o meno, gli interessi delle differenti classi sono tanto più in contrasto tra loro quanto più sono distanti nelle gerarchie sociali.

Forse avete la memoria corta, e magari avete dimenticato che la classe dirigente del vostro partito è composta dalle stesse persone che:
- hanno introdotto la precarietà in Italia grazie alla riforma Treu (e, no, chiamarla "flessibilità" non cambia la sostanza della cosa);
- hanno aderito entusiasticamente all'aggressione militare ai danni della Serbia;
- hanno cercato di mettere un bavaglio all'informazione su internet attraverso un disegno di legge (noto come Levi-Prodi);
- continuano a mantenere in vita l'alleanza con un movimento forcaiolo ed urlante (per usare un morbido eufemismo e non parlare di "fascismo in pectore") come l'IdV;
- in parte provengono da quella stessa Democrazia Cristiana che è passata alla storia per i suoi "quarant'anni di malgoverno";
- non hanno in alcun modo limitato (per non dire che hanno esplicitamente appoggiato) le politiche di delocalizzazione delle imprese nazionali (contribuendo all'indebolimento delle istanze dei lavoratori sul suolo nazionale);
- hanno rifinanziato le missioni militari all'estero in Medio Oriente (dopo cinque anni passati a manifestare contro guerre ingiuste);
- sono scesi in piazza a manifestare contro i provvedimenti per cui loro stessi votavano a favore in Parlamento;
- ospitano tra le loro file teodem e bigotti vari che si oppongono al riconoscimento di diritti per coppie non strutturate secondo una concezione reazionaria di "famiglia";
- non hanno preso in alcun modo le distanze da giunte corrotte ed inquisite come quelle pugliesi o campane, perdendo tempo invece a discutere di transessuali e mignottame vario;
- si scandalizzano oggi per un'ex-soubrette (priva di precedenti penali) al Ministero delle Pari Opportunità e non per il (più volte indagato) nativo di Ceppaloni cui era stato affidato addirittura il Ministero della Giustizia.

E soprattutto, no, non intendiamo accettare di schieraci con chi si definisce fieramente "liberale" e "cattolico", e che pronuncia parole come "socialismo" o "socialdemocrazia" e simili come fossero contentini da dare ad imbarazzanti frequentatori di serie B di cui si desidera il supporto ma che non sia ama esibire in pubblico.

Ed infine, no, i discorsi del tipo "e voi cosa fate per migliorare il partito?" non servono ad un benemerito cazzo. Perché fino a prova contraria, siete voi che chiedete il nostro voto e vi incazzate se non ve lo diamo. Se volete il nostro voto è giusto che vi sbattiate per convincerci che ve lo meritate - basterebbe anche solo in parte - e non che pretendiate che siamo noi a darci da fare per votare per voi. E non si chiedono cose fantascientifiche, basterebbe veramente poco. Basterebbe riprendere in mano quei pochi argomenti che permettono di distinguere in modo chiaro e netto una sinistra da qualsiasi destra: aumenti dei salari, diritti civili, diritti dei lavoratori, lotta contro la precarietà (anche quella che amate chiamare "flessibilità").

27 ottobre 2009

Trans-Europe Express

L'attuale scandalo avente come protagonista il presidente della Regione Lazio, si presenta come un'ingombrante fonte di imbarazzo per quella parte del paese che per mesi ha tuonato dall'alto di un pulpito morale contro i viziacci del premier. Ora, trovandosi all'interno della fazione su cui stanno piovendo schizzi di fango a volontà, gli stessi si trovano nella condizione di riaffermare una (presunta) supremazia morale quando ogni evidenza si muove in direzione contraria. E ciò viene fatto nell'unico modo apparentemente possibile: individuando, o meglio creando differenze e distinzioni ad hoc.

Lasciando da parte tutte le valutazioni su risvolti politici, mancate vigilanze, eventuali complotti, gusti estetici o sessuali o altro, e rimanendo saldamente ancorati alla superficie dei fatti, quello che si può notare è come di fronte a due casi sostanzialmente simili, le differenti reazioni vengano utilizzate per rafforzare le gerarchie di valori postulate in base ad un pregevole esempio di petitio principii.

Fin dall'inizio della campagna di gossip avente come protagonista il premier e le sue prodezze, due diverse concezioni morali sono entrate frontalmente in collisione: l'idea che il privato sia di dominio pubblico contro l'idea che il giudizio sulla sfera pubblica di una persona non debba essere influenzato da particolari riguardanti la vita privata della stessa. La conseguenza è che chi sosteneva la pubblicità del privato chiedeva le dimissioni del premier mentre questo (ed il suo schieramento) ribadivano il valore privato del privato, tanto più quanto gli eventuali comportamenti in questione non erano sottoposti a nessun tipo di indagine giudiziaria.

Ora che il fuoco del gossip si è spostato sul fronte amico, viene utilizzata l'autosospensione del protagonista dello scandalo per dimostrare un presunto maggiore valore morale di questo rispetto a quello di chi continua ad occupare il suo posto. Ed è proprio in questo punto che si colloca la petitio principii: nel pensare che l'autosospensione possa dimostrare una qualche forma di superiorità morale rispetto al comportamento di chi rimane saldo al suo posto, nel considerare cioé l'applicazione di quanto postulato da una parte politica come una dimostrazione su un piano generale. In realtà, l'autosospensione non è altro che la conseguenza delle norme che la stessa parte politica cui appartiene ha deciso di darsi. Le dimissioni pubbliche a causa di una vicenda privata sono un atto dovuto per chi ha ripetutamente sostenuto che il privato è pubblico, ma non esiste alcuna regola logica od ontologica per cui tale regole debbano valere anche per chi risponde che il privato è privato, cioé per chi si affida ad una scala di valori differente.