15 febbraio 2008

Language is a Virus

La libertà d’espressione, intesa come diritto, spesso si trova ad oscillare tra sopravvalutazione e fraintendimento. Soprattutto nella rete. Ma prima che qualche comare piangente si metta a strillare come una scrofa al macello che “non si può limitare la libbbertà perché sennò è fascismo e gne gne gne…”, bisogna specificare che con questo non c'è alcuna volontà di fare una qualche apologia in favore dell’istituzione di fantasiosi ed ipotetici organi di controllo atti a verificare e validare i contenuti di quanto scritto sulla rete, per poi decidere di volta in volta cosa possa essere considerato degno di attenzione e cosa invece rigurgiti di menti semplici, al fine di una rimozione di questi ultimi. Infatti, anche ammettendo l’ipotetica possibilità di una simile forma di controllo, si riesce solo lontanamente ad immaginare lo strazio e il doloroso abbrutimento di una persona di intelligenza media costretta a leggere per otto ore al giorno, cinque giorni su sette, la valanga inarrestabile di parti di cervelli in preda ad un coma vigile.

La dichiarazione dei diritti dell’uomo risale al 1948, cioè ad un periodo in cui, a differenza di oggi, i mezzi di espressione non erano accessibili a chiunque. Fare quello che oggi un qualsiasi blogger può fare per mezzo di un PC e una linea telefonica, con dei costi decisamente ridotti, era a quei tempi proibitivo per la maggior parte della popolazione. La conquista odierna è il permettere a chiunque, senza limiti di classe e con limiti economici notevolmente ridotti, di accedere ad uno spazio d’interscambio d’idee ed opinioni. Ma parallelamente all’abbassamento dei requisiti economici, si sono anche abbassati i requisiti culturali. Se infatti nel 1948 per poter scrivere e pubblicare un articolo era necessario aver studiato ed essere selezionato da un mezzo di informazione (stampa), oggi un qualsiasi pluribocciato semialfabeta, convinto sostenitore delle più assurde teorie, può accedere ad uno spazio virtuale e fare proselitismo tra i suoi simili a suon di cretinerie.

Ma non contenti di poter godere della “libertà di espressione”, queste orde intraprendenti invadono la rete e dilagano convinti che oltre alla libertà di poter scrivere quello che vogliono, detengono anche il diritto di scrivere quello che vogliono sempre e ovunque. E nel momento in cui, per una normale e legittima forma d’igiene, qualcuno decide di fare pulizia di simili idiozie, spazzandole via come si farebbe con dei maleodoranti rifiuti davanti all’ingresso di casa, si sente ragliare furiosamente che “c’è la censura…”.

Ora, in anni di frequentazione del mondo virtuale, gli episodi di persone che, dopo aver scritto cose acute ed apprezzabili si sono trovati censurati rappresenta una minoranza: nella quasi totalità dei casi, a ragliare contro la censura sono invece coloro che scrivono cretinerie. (E nei rari casi in cui accade il contrario – cioè quelli in cui è l’homo sapiens ad essere cacciato dalla stalla – la persona dotata di buon senso se ne va in silenzio rendendosi conto del fatto che avrebbe sprecato meno energie se avesse provato ad insegnare i principi della termodinamica ad un cinghiale.)

Pertanto, essendo dotato della facoltà di bloccare e cancellare i commenti, ogni blogger é responsabile non soltanto di quello che scrive, ma anche di qualsiasi altro contenuto che rientri all’interno della sua giurisdizione, e quindi anche degli interventi che prima o poi possono abbattersi come una sciagura inattesa, spesso farciti da lanci di insulti gratuiti nascosti nell'anonimato come sassi da un cavalcavia. Quando ciò accade, ogni blogger dotato di buon senso decide come comportarsi. C’è chi ignora le idiozie, c’è chi prova stoicamente a rispondere a tono, c’è chi adotta il sarcasmo per trascinare le capre belanti verso la gogna pubblica, e così via fino a chi decide di cancellare e ripulire il proprio territorio. Tutti nel più o meno consapevole tentativo di porre un argine allo sviluppo idiocratico. Anche perché, dato che c'è spazio per tutti e chiunque può aprire un blog quando vuole e utilizzarlo per farne ciò che gli pare, ne discende che nessuno è obbligato a dare spazio agli altri se non lo desidera.

C’è un blog qua, e non sappiamo che farcene. Ma perlomeno sappiamo con certezza ciò che non vogliamo: niente rifiuti dentro casa e niente sassi dai cavalcavia.

0 commenti: