22 febbraio 2008

Welcome to the Monkey House

E' uscito il nuovo e attesissimo disco di Elio e le Storie Tese. Lasciando da parte la quasi scandalosa campagna che una delle principali riviste di gossip in Italia (La Repubblica) ha messo in piedi per pubblicizzare l’evento come fosse la prima grande rivoluzione culturale del Terzo Millennio, e cercando di rimanere fedeli al lavoro in questione, risulta decisamente arduo non usare espressioni come “inutile guazzabuglio” o “immane porcheria” per definirlo.

In tutta onestà, non sembrerebbe corretto inserire Elio e compagni nel peggio che la musica italiana abbia mai prodotto: un divertente album di esordio, un seguito all'altezza del primo, più vari colpi di coda di tutto rispetto sparsi negli album degli anni '90. Più di una canzone nel loro repertorio può vantare ritornelli scanzonati e altre amenità varie in grado di rendere l’ascolto (sebbene non frequente) di un loro greatest hits divertente. Ma questa non è un’attenuante, semmai è un’aggravante: da un gruppo di fessi non ci si aspetta altro che zozzerie, ma da un gruppo di ottimi musicisti con dimostrate, per quanto discutibili, capacità compositive ci aspetta lavori di ben altra fattura. E quando l’ottimo gruppo pubblica una zozzeria degna dei fessi di cui sopra, il risultato è ovvio: una zozzeria al quadrato.

Invece Studentessi, dilungandosi ben oltre l’ora, riesce nella pregevolissima impresa di aggiungere un ulteriore elemento negativo (la noia) e arrivare a porsi come una zozzeria al cubo. In tutti i suoi oltre settanta minuti di musica, con il suo florilegio di ospiti più o meno prestigiosi (Giorgia, Irene Grandi, Claudio Baglioni, Claudio Bisio, etc. cioè quanto di più scontato ci si possa aspettare dalla cultura di matrice televisiva italiana), si tratta di un disco che suona ininterrottamente come l’ennesima variante di una barzelletta raccontata già una marea di volte. Non solo non fa ridere, ma dopo un paio di frasi si capisce già come va a finire, e pertanto non rimane altro che pensare come fare per non rendere eccessivamente imbarazzante il momento in cui dovrebbero esserci le risate e in cui invece gli astanti, tranne il narratore, si limiteranno ad esibire un forzato sorriso di cortesia.

I soliti non-sense, le solite tautologie, i soliti intermezzi, e perfino le solite sequenze registrate al contrario: tutto l’armamentario di elementi triti e ritriti con cui il gruppo ha costruito la sua carriera e che ormai continua a riproporre in infinite varianti. In altre parole, si tratta dell’ennesimo sequel di un film che già dopo i primi due o tre capitoli era diventato il triste tentativo di essere una buona imitazione di se stesso (un po’ come Fantozzi 2000, per capirci). L’umorismo degli Elii non è mai stato graffiante o particolarmente elaborato, ma in questo lavoro riescono a rotolarsi in una quantità di luoghi comuni tale da far pensare al CD come alla colonna sonora ideale per un musical realizzato da Il Bagaglino.

In pratica si tratta del lavoro perfetto per i fan di Elio, che già si stanno lanciando ovunque in elogi dei loro paladini. Un lavoro che permetterà a persone che non hanno mai sentito nominare gruppi come Naked City o Unexpect di esibire una buona competenza musicale mediante affermazioni del tipo “sono ottimi musicisti” o “suonano veramente bene” (scandite ovviamente con l’espressione grave di chi se ne intende e si assume pertanto tutta la responsabilità di un così elaborato giudizio), senza porsi nemmeno il problema di come queste doti musicali siano effettivamente utilizzate nel contesto musicale internazionale. L’unico pregio rintracciabile in questo lavoro risulta quindi nella sua involontaria capacità di dimostrare ancora una volta, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che i grandi fan di Elio e le Storie Tese non sono altro che i cugini radical chic dei sostenitori incalliti di gruppi come Rhapsody o Dragonforce.

18 febbraio 2008

War Ensamble

A breve uscirà il 4° capitolo della saga dedicata a Rambo, e con pareri contradditori il mondo si prepara ad affrontare il ritorno del reduce specializzato nell'omicidio mediante l'uso di qualsiasi mezzo a sua disposizione. I nostalgici non mancheranno di rispolverare citazioni dal primo, indimenticabile, capitolo, e gli altri ritireranno fuori l'armamentario di argomentazioni ostili. Quindi, quale occasione migliore per parlare del personaggio Rambo proprio in base al primo capitolo della saga?

Essenzialmente, è possibile dividere il pubblico del film in due grandi fasce, con valutazioni opposte e rispettive argomentazioni monolitiche. Chi critica il film molto spesso si abbandona a filippiche interminabili sul reaganismo o, più facilonamente, sulla propaganda bellica statunitense messa in scena dalle produzioni hollywoodiane (con la consueta piccola percentuale di questo gruppo, ma comunque molto spassosa, costituita dagli onnipresenti teorici del complotto che non perdono occasione per sussurrare a mezza voce degli oscuri legami tra Hollywood e la CIA). Si tratta in generale di quelle persone che potrebbero sbrodolare a lungo le virtù sociali e pedagogiche dei polpettoni di Sordillo, salvo poi strillare come vecchie pazze al rogo al solo sentire nominare Star Wars perché "è un esempio di propaganda americana che bla bla bla...". Dall'altro lato, invece, si trova tutta la schiera di ammiratori che vedono in Rambo un'icona, un grande eroe, adducendo motivazioni del tipo: "fondamentalmente è buono", "voleva solo andare a casa", "è vittima del cattivo sceriffo che lo tratta male", "è una vittima del sistema", etc.

Le due schiere sembrano apparentemente in contraddizione, eppure tendono a concordare sul punto centrale della caratterizzazione del personaggio: Rambo come personaggio fondamentalmente buono ma vittima delle circostanze. Un aspetto, questo, che non sembra essere messo in discussione, e che porta i suoi ammiratori a vedere in lui un eroe solitario che si ribella e combatte contro le ingiustizie, e i denigratori a sostenere che il film è una forma di propaganda che mostra una sorta di "lato buono" della guerra attraverso un personaggio vittima, appunto, delle eventi e della società.

Ma chi è John Rambo? Ed è veramente una vittima?
Si parte dall'unico punto fermo: Rambo è un soldato. Ma non è un soldato normale: Rambo è uno dei migliori soldati dell'intero esercito statunitense, uno in grado di trasformare il tappo di una penna a sfera o una ciocca di capelli in armi mortali. E' una inarrestabile macchina bellica in grado di sterminare da solo interi plotoni di nemici e, in caso di ferite, di curarsi da solo per poter riprendere al più presto la sua opera di distruzione. Quindi non è difficile intuire come nel Vietnam non si sia dedicato alla coltivazione di riso; se si è dedicato ad innaffiare i campi, probabilmente ha utilizzato liquidi ben più viscosi dell'acqua.

Rambo è fondamentalmente il tipo di persona con cui nessuno si vorrebbe ritrovare a cena: un macho tutto d'un pezzo con il mito dello scontro bellico come mezzo di affermazione delle poche e molto semplici nozioni che gli sono state inculcate, malamente dotato di scarse capacità espressive e incline all'ira e alla vendetta, in pratica un individuo dotato di una mente monodimensionale in cui l'unico elemento di discernimento è dettato dal codice militare e dalle gerarchie ad esso associate. In breve: un prepotente violento e scarsamente assennato animato dal mito della guerra.

Dopo aver bellamente utilizzato le sue enormi capacità distruttive in Vietnam, questo individuo si dirige verso casa. E qui cosa trova? "Un branco di vermi all'aeroporto, che m'insultano, mi sputano addosso, mi chiamano assassino e dicono che ho ammazzato vecchi e bambini". Questa è una cosa che ovviamente fa infuriare il soldato: in fondo, dopo tutti i vietnamiti che ha ucciso, il fatto che qualcuno possa urlargli "assassino" è qualcosa che va troppo oltre la sua limitata capacità di comprensione. Urlano "assassino" a lui che guidava mezzi militari che valevano milioni di dollari, e come se questo non bastasse non gli permettono nemmeno di fare il parcheggiatore

E allora inizia a vagabondare e incontra lo sceriffo Teasle, il quale a sua volta capisce subito di essersi imbattuto in una possibile fonte di problemi e cerca di sbarazzarsene: lo carica in macchina, lo accompagna fuori dai confini cittadini e lo invita a non tornare. Ma nella testa di Rambo scatta qualcosa: lui vuole andare proprio in quella città per fare i fatti suoi. Lo sceriffo se ne accorge, lo ferma, lo perquisisce e gli trova addosso un coltello che potrebbe andare bene per sgozzare un cinghiale, e si rende conto che la possibile fonte di problemi è seria. Ma qui lo sceriffo compie un grave errore di valutazione: pensa di avere di fronte un essere umano e non il figlio di un incrocio tra un M60 e un HM38, e lo arresta come farebbe con qualsiasi altro cittadino potenzialmente ostile.

Ma un po' per orgoglio, un po' per i suoi disturbi mentali, il reduce di guerra non riconosce l'autorità dei pubblici ufficiali non militari, e quindi decide di fare un po' come gli pare. Non risponde alle domande, non si fa prendere le impronte, evade di prigione e ruba la moto del primo passante che gli capita a tiro perché gli serve. E poi ancora, danneggia, ferisce e uccide, e nel suo regno nei boschi si mette a fare l'unica cosa che sa fare: affermare la propria identità mediante la forza bruta e la minaccia di violente ritorsioni: "Potevo ucciderli tutti, potevo uccidere te. In città sei tu la legge, qui sono io. Lascia perdere. Lasciami stare o scateno una guerra che non te la sogni neppure.". Gli sparano addosso e pensano che sia morto nella miniera, lui potrebbe far finta di esserlo e fuggire tranquillamente. E invece, non appena ritorna all'aria aperta pensa che la cosa migliore da fare sia impadronirsi di un camion militare per andare a mettere a ferro e fuoco la tranquilla cittadina.

I fatti raccontati nel film non fanno altro che confermare in continuazione i timori iniziali dello sceriffo Teasle, ben oltre le sue già pessimistiche aspettative: Rambo è una inesauribile fonte di problemi. Tanto che la folle violenza del reduce arriva a costringerlo a porre la domanda: "Come ha fatto Dio in cielo a fare un uomo come Rambo?" E tutto ciò procede seguendo i binari di una escalation interminabile cui solo l'autorità paterna del Colonnello Trautman riesce a porre la parola fine. Certamente, si può sempre dire che il vicesceriffo ha abusato dei suoi poteri: ma la guerra solitaria di un uomo contro un'intera cittadina sulla base del fatto che volevano fargli la barba contro la sua volontà è una cosa che normalmente verrebbe definita come "reazione spropositata", per usare un eufemismo.

In pratica Rambo è un uomo che sa solo prendere ordini semplici e portare a termine le sue missioni facendosi strada a colpi di machete e mortaio. E a testimonianza di questo ci sono i capitoli successivi della saga in cui viene preso e spedito in varie parti del mondo a compiere missioni al di fuori di ogni rispetto della legge (leggi: c'è questa cosa da fare, tu falla come ti pare basta che la fai, ma stai attento a non farti prendere perché non risponderemo in alcun modo dei casini che sicuramente combinerai).

Altro che vittima: Rambo è una persona orribile. Ma non perché si tratta del protagonista di un film di propaganda hollywoodiana, non perché viene interpretato da Sylvester Stallone, e nemmeno perché è un soldato. Semplicemente: Rambo è orribile perché è un esempio di persona che nessuno dotato di un minimo di buon senso vorrebbe mai incontrare, un antisociale che sarebbe capace di dichiarare guerra ad un intero ristorante perché leggendo sul menù "risotto coi funghi porcini" potrebbe ricordarsi di quella volta in cui sua madre lo aveva preparato e lui, che aveva già l'acquolina in bocca, si era invece trovato a letto senza cena con la faccia gonfia di schiaffi perché aveva fatto infuriare suo padre rompendo per l'ennesima volta una finestra di casa giocando a cowboy e indiani.

(Il che comunque non significa, ovviamente, che per questo motivo il film sia brutto - anche perché sarebbe un po' come sostenere che Halloween è un pessimo film esclusivamente sulla base del fatto che Michael Myers è un personaggio molto cattivo.)

15 febbraio 2008

Language is a Virus

La libertà d’espressione, intesa come diritto, spesso si trova ad oscillare tra sopravvalutazione e fraintendimento. Soprattutto nella rete. Ma prima che qualche comare piangente si metta a strillare come una scrofa al macello che “non si può limitare la libbbertà perché sennò è fascismo e gne gne gne…”, bisogna specificare che con questo non c'è alcuna volontà di fare una qualche apologia in favore dell’istituzione di fantasiosi ed ipotetici organi di controllo atti a verificare e validare i contenuti di quanto scritto sulla rete, per poi decidere di volta in volta cosa possa essere considerato degno di attenzione e cosa invece rigurgiti di menti semplici, al fine di una rimozione di questi ultimi. Infatti, anche ammettendo l’ipotetica possibilità di una simile forma di controllo, si riesce solo lontanamente ad immaginare lo strazio e il doloroso abbrutimento di una persona di intelligenza media costretta a leggere per otto ore al giorno, cinque giorni su sette, la valanga inarrestabile di parti di cervelli in preda ad un coma vigile.

La dichiarazione dei diritti dell’uomo risale al 1948, cioè ad un periodo in cui, a differenza di oggi, i mezzi di espressione non erano accessibili a chiunque. Fare quello che oggi un qualsiasi blogger può fare per mezzo di un PC e una linea telefonica, con dei costi decisamente ridotti, era a quei tempi proibitivo per la maggior parte della popolazione. La conquista odierna è il permettere a chiunque, senza limiti di classe e con limiti economici notevolmente ridotti, di accedere ad uno spazio d’interscambio d’idee ed opinioni. Ma parallelamente all’abbassamento dei requisiti economici, si sono anche abbassati i requisiti culturali. Se infatti nel 1948 per poter scrivere e pubblicare un articolo era necessario aver studiato ed essere selezionato da un mezzo di informazione (stampa), oggi un qualsiasi pluribocciato semialfabeta, convinto sostenitore delle più assurde teorie, può accedere ad uno spazio virtuale e fare proselitismo tra i suoi simili a suon di cretinerie.

Ma non contenti di poter godere della “libertà di espressione”, queste orde intraprendenti invadono la rete e dilagano convinti che oltre alla libertà di poter scrivere quello che vogliono, detengono anche il diritto di scrivere quello che vogliono sempre e ovunque. E nel momento in cui, per una normale e legittima forma d’igiene, qualcuno decide di fare pulizia di simili idiozie, spazzandole via come si farebbe con dei maleodoranti rifiuti davanti all’ingresso di casa, si sente ragliare furiosamente che “c’è la censura…”.

Ora, in anni di frequentazione del mondo virtuale, gli episodi di persone che, dopo aver scritto cose acute ed apprezzabili si sono trovati censurati rappresenta una minoranza: nella quasi totalità dei casi, a ragliare contro la censura sono invece coloro che scrivono cretinerie. (E nei rari casi in cui accade il contrario – cioè quelli in cui è l’homo sapiens ad essere cacciato dalla stalla – la persona dotata di buon senso se ne va in silenzio rendendosi conto del fatto che avrebbe sprecato meno energie se avesse provato ad insegnare i principi della termodinamica ad un cinghiale.)

Pertanto, essendo dotato della facoltà di bloccare e cancellare i commenti, ogni blogger é responsabile non soltanto di quello che scrive, ma anche di qualsiasi altro contenuto che rientri all’interno della sua giurisdizione, e quindi anche degli interventi che prima o poi possono abbattersi come una sciagura inattesa, spesso farciti da lanci di insulti gratuiti nascosti nell'anonimato come sassi da un cavalcavia. Quando ciò accade, ogni blogger dotato di buon senso decide come comportarsi. C’è chi ignora le idiozie, c’è chi prova stoicamente a rispondere a tono, c’è chi adotta il sarcasmo per trascinare le capre belanti verso la gogna pubblica, e così via fino a chi decide di cancellare e ripulire il proprio territorio. Tutti nel più o meno consapevole tentativo di porre un argine allo sviluppo idiocratico. Anche perché, dato che c'è spazio per tutti e chiunque può aprire un blog quando vuole e utilizzarlo per farne ciò che gli pare, ne discende che nessuno è obbligato a dare spazio agli altri se non lo desidera.

C’è un blog qua, e non sappiamo che farcene. Ma perlomeno sappiamo con certezza ciò che non vogliamo: niente rifiuti dentro casa e niente sassi dai cavalcavia.