30 maggio 2008

When the Music's Over

All'indomani delle elezioni, Oliviero Diliberto si rivolgeva ai suoi pochi elettori rimasti rassicurandoli che non sarebbe finito tutto con l'esclusione dal Parlamento: per quanto certamente fosse prima necessario capire come e perché ci sia stato un crollo dei consensi. La solita storia dell'"autocritica" di cui si parla per un paio di giorni, o perlomeno fino a quando non arriva il momento di ricompattarsi e tuonare uniti contro il Grande Satana. Le riflessioni durate qualche ora hanno portato subito ad un risultato: il simbolo. Se si è perso è colpa dell'assenza di falce e martello. Pertanto per risolvere il problema della scarsità di voti si può iniziare con il recupero del simbolo che piace tanto ai comunisti. Però poi si presenta comunque anche la necessità di fare anche qualcosa che sia considerabile "di sinistra", e che soprattutto possa essere considerato importante dagli elettori. Anche qui la risposta è semplice: un viaggio a Cuba.

Diliberto, assieme ad un paio di dirigenti del PdCI, va perciò ad incontrare alcuni rappresentanti del regime cubano. Scontati gli attestati di stima da entrambe le parti: con gli italiani a tessere le lodi della resistenza cubana e i cubani a tessere le lodi della fermezza comunista degli italiani. E così, grazie al riconoscimento cortesemente offertogli da influenti rappresentanti della politica cubana, Diliberto può tornare in Italia con il suo rinnovato patentino di "Comunista DOC". Ma comunque, non prima di aver assicurato il governo cubano che il suo partito lo appoggia incondizionatamente, ora e in futuro. A questo punto rimane solo una domanda: il PdCI appoggia il regime cubano, ma chi appoggia i dirigenti del PdCI?

28 maggio 2008

Oops!... I Did It Again

Una storia semplice: Sam, un adolescente figlio di una ragazza madre, incontra una coetanea, vive con lei il suo breve primo amore finendo col diventare egli stesso un ragazzo padre. Due mondi entrano in contatto: da un lato quello di Sam, appassionato di skate, egoista per immaturità più che per cattiveria, a tratti infantile, che immagina un futuro in cui frequenterà l'Università realizzando aspettattive che la sua famiglia si tramanda da anni. Dall'altro quello di Alicia, coetanea di Sam, figlia di genitori colti e raffinatamente snob, che sogna un futuro da modella. Ma a sconvolgere i piani dei due, e a trasforamete il contatto in collisione, irrompe appunto l'improvvisa gravidanza di Alicia, con tutto quello che ne segue in termine di rimessa in discussione di progetti ed aspettative.

Sembrerebbe una storia banale come infinite altre, apparentemente quasi indegna di essere raccontata, perlomeno non per chi pensa che una storia per essere grande debba trattare di grandi temi. Ma, per fortuna, Nick Hornby non sembra essere d'accordo, e in Tutto per una ragazza, senza condiscendenza e senza falsi buonismi, mette due mondi a confronto scavando in profondità alla ricerca di domande ancora prima che di risposte. E in mezzo a questi due mondi la passione di Sam per lo skate diventa la fonte di risposte attraverso la sua adorazione per Tony Hawk.

Il libro di Tony Hawk, che Sam legge e rilegge decine e decine di volte, diventa per lui una sorta di guida di vita. Tanto che quel poster del suo idolo appeso nella sua stanza diventa un interlocutore, un confindente, e non raramente anche non una fonte di consigli. Non è che il poster gli parli: semplicemente Sam, conoscendo il suo libro quasi a memoria, riesce a trovare in esso la frase giusta che possa funzionare da risposta alle sue domande. O perlomeno quasi sempre.

A metà strada tra una forma di istintivo confronto autopsicanalitico e un'interrogazione dei tarocchi, un libro semplice, e probabilmente non destinato ad irrompere nelle antologie di storia della letteratura, come l'autobiografia di Tony Hawk, cioè qualcosa che ai raffinati cultori dell'arte e della letteratura farebbe, per usare un eufemismo, storcere il naso, diventa per lo skater adolescente una fonte di insospettabili profondità. E di riflesso, questa penetrazione dal basso contagia le pagine dello stesso libro di Hornby.

Muovendosi in modo estremamente sottile e leggero, Nick Hornby lancia un sorridente atto d'accusa verso ciò che si autoproclama alto e intellettuale: contro lo snobismo intellettuale che sfrutta i propri luoghi comuni per liquidare senza dubbi tutto ciò che può essere categorizzabile coma basso e superficiale. E per questo usa una vicenda in cui sono coinvolti due persone appartenenti a due "mondi diversi" e provenienti da due famiglie con titoli accademici decisamente differenti. Ma quello che salta immediatamente all'occhio è proprio la scontatezza e la meschinità di chi si autoproclama colto ed istruito: i genitori di Alicia scaricano la colpa dei loro problemi su Sam. Non un solo momento di autocritica o di messa in discussione delle proprie certezze, ma un fuoco di fila contro chi non è molto intelligente, contro chi non si sa esprimere molto bene, contro quelli che non imparano mai. La maggiore cultura diventa l'alibi attraverso cui chi ha studiato si lava la coscienza scaricando le proprie colpe su chi (secondo loro) a causa dell'ignoranza sarebbe la fonte di tutti i mali della società.

Quello di Hornby, per quanto leggero e mai aggressivo, è un j'accuse formidabile indirizzato proprio a chi è specializzato nell'accusa, a chi sorriderebbe con altero sarcasmo di fronte alla pochezza di chi può pensare che l'autobiografia di Tony Hawk possa essere considerato un capolavoro: a chi forte di certezze irrazionalmente basate su titoli o luoghi comuni si sente esentato da colpe e per ciò autorizzato a distribuire colpe e responsabilità tutte attorno a lui.

26 maggio 2008

Faget

Nel palermitano, un padre 53enne, pregiudicato, sopraffatto dalla vergogna decide di accoltellare il figlio gay di 18 anni. Stando alle dichiarazioni, ciò sarebbe da imputare alla necessità di lavare nel sangue il disonore procuratogli dall'orifizio posteriore della sua progenie. Ma più del singolo fatto in sè, i cui dettagli probabilmente resteranno giustamente confinati nell'ambito familiare, ogni volta colpisce l'immediato innalzarsi verso il cielo dell'ululato di disapprovazione delle beghine che si accigliano scandalizzate di fronte alla violenza di simili gesti. Un altro caso che si aggiunge al lungo elenco di episodi che vanno dalle aggressioni parafasciste ai danni dei gay fino alle percosse che piccoli bulli in età scolastica possono riservare al bambino che preferisce la danza al calcio, e che trova il proprio terreno fertile in un contesto culturale dove la diversità sessuale non può fare altro che rendere chi la vive come un cittadino un po' meno uguale degli altri: un cittadino, ad esempio, che paga tasse, contributi pensionistici e quanto altro, che prevedono anche coperture e reversibilità a favore di partner che non potranno mai goderne. In altre parole: un untermensch.

Il tutto assume un sapore amaro in un contesto culturale nel quale non solo le forze che si presentano come conservatrici, ma anche e soprattutto quelle che a parole si definiscono progressiste (salvo poi abbandonarne le richieste al loro isolamento, dopo averne sfruttato le icone) si schierano con compatta disinvoltura in difesa dei valori di una maggioranza che non è disposta a vedere il proprio status esteso ad altri. E il messaggio che implicitamente arriva è chiaro: se nell'anno 2008 anche coloro che dicono di schierarsi e lottare dalla parte dei gay alla fine non sono disposti a stare accanto a loro fino in fondo, se anche costoro riconoscono un maggiore valore nella famiglia "naturale", vuol dire che evidentemente i comportamenti dei gay "naturali" non sono. Indipendentemente da qualsiasi valutazione razionale, ed esclusivamente se si tratta di sessualità, ciò che è morale è legale e ciò che è legale è morale.

Le urla si alzano verso il cielo perché il padre che si vergogna più per la sessualità del figlio che non per la propria fedina penale è lo specchio nel quale per un attimo la morale comune si trova impreparata a contemplare la propria immagine nella sua cruda forma discriminatoria, senza i trucchi e i belletti di qualsiasi retorica buonista. Perché se a fronte della discriminazione di un'esigenza concreta si levano dure opposizioni basate su discorsi retorici, quando dalle parole si passa ai fatti, la retorica morale scompare per lasciare l'intolleranza del diverso nella sua forma nuda e cruda. Poi certamente non tarderà ad iniziare il balletto della presa di distanza dalla violenza del gesto, e attraverso una molteplicità di distinguo tutti coloro che aderiscono a valori morali discriminatori avranno modo di esorcizzarlo e sentirsi in pace con se stessi, forti del fatto che "la violenza è sempre sbagliata". Ancora una volta, il gesto sarà prontamente "stigmatizzato" da chiunque, senza che la cultura da cui è generato sia minimamente messa in discussione: la mente rimarrà salda al suo posto scaricando tutta la responsabilità sul braccio indisciplinato che chiaramente non ha capito che si possono negare i nuovi diritti ma che a toccare quelli che già hanno si fa una brutta figura. Anche quando si tratta di untermenschen.

24 maggio 2008

Bigmouth Strikes Again

Nel suo post del 22 Maggio, il Grillo nazionale, non pago dell’imbarazzante figura rimediata in occasione del V-Day del 25 Aprile, in accordo con il principio secondo cui “l’attacco è la miglior difesa”, ritorna sul tema delle basi americane in Italia.

Premessa: in occasione del secondo V-Day, Grillo nella sua campagna vittimista atta a dimostrare come l’Italia sia un paese a sovranità limitata, aveva dichiarato alla folla accorsa a vederlo che le basi americane in Italia non sono 7 (sette), ma ben 113 (centotredici). Chiaramente, la notizia è una bufala di dimensioni colossali che si fonda semplicemente sul conto di tutte le singole strutture (incluse le semplici antenne radar) come se ognuna di esse fosse una base autonoma.

E’ bastato poco perché la notizia del grillo dalla bocca larga venisse facilmente sbugiardata. E uno di questi capitoli del processo di confutazione della fesseria grillesca è stata la puntata del 6 Maggio di Matrix, durante la quale, l’ex-generale Giovanni Bernardi conferma quello che tutti sanno, e cioè che le basi militari targate Usa in Italia sono sette. E a conferma di quanto sta affermando utilizza un dispaccio del Ministero della Difesa, vale a dire un documento ufficialmente firmato dalla massima istituzione nazionale in materia – che però a dire di Grillo necessiterebbe di ulteriori e non meglio specificate verifiche.

Per una persona di buon senso, questo dovrebbe essere sufficiente per lasciar perdere la bufala per quello che è e passare oltre, ma per chi, come il comico genovese, ha interiorizzato i meccanismi dialettici tipici del complottismo, quelli secondo cui quanto più una notizia viene smentita dalle istituzioni tanto più deve essere vera, è solo la premessa per un triste rilancio della questione.

E così, nel suo post del 22 Maggio, il portavoce del vittimismo italico riparte all’attacco sostenendo che, sì, lui aveva fornito un dato sbagliato (113 basi) ma che comunque è sempre più vicino al dato corretto (89 basi) rispetto a quello comunicato da Mentana e i suoi ospiti (7 basi), e per far questo rimanda a questo documento rilasciato dal Pentagono (e, tra parentesi, non si capisce perché ciò che viene scritto dal Ministero italiano necessiterebbe di controlli mentre quanto scritto dal Dipartimento della Difesa statunitense non avrebbe bisogno di ulteriori verifiche).

La strategia dialettica è tanto semplice quanto, coerentemente con i principi del complottismo, infondata logicamente.
Step 1: fare un’affermazione ed esibire le proprie prove;
Step 2: affermare che chi lo nega mente, ma senza entrare nel merito delle critiche ricevute;
Step 3: arrivare alla conclusione secondo cui, dato che l’affermazione fatta è vera (step 1) e dato che chi lo nega mente (step 2), c’è una volontà di negare la verità che solo il complottista riesce a vedere.

Partendo dal documento rilasciato dal Pentagono, e che in accordo con Grillo non c’è motivo di non ritenere attendibile, si può avere esattamente la conferma che le basi americane sono sette e non ottantanove (e di questo fatto sembra essersene accorto lo stesso autore del post, dato che a differenza di quanto fatto in piazza il 25 Aprile, non parla più di “basi” ma di “installazioni”). Alle pagine 87 e 88 del documento in questione è possibile vedere l’elenco dettagliato di 49 installazioni targate Usa, più altre quaranta minori, per un totale, appunto, di 89. Ma anche solo con uno sguardo distratto è possibile vedere che tali strutture si concentrano tutte attorno alle famose 7 basi note a tutti (colonna “name nearest city”), e che tale dato è confermato dalla colonna “mil” dove viene indicato il numero di militari abitanti nella base (e che vede una lunga successione di zero in quanto strutture di varia natura annesse alle basi).

Una volta appurato che in Italia le basi americane non sono 113 (come esplicitamente detto durante il V-Day) e nemmeno 89 (come si insinua nel post sul blog), si ha la semplice e banale conferma che ci sono 89 strutture che vanno a costituire le sette basi di cui tutti sanno, come da conferma del Pentagono e del Ministero della Difesa italiano, e si può procedere a vedere quanto i tre step di cui sopra, all’atto pratico, trasudino disonestà intellettuale.

Step 1: le basi americane in Italia sono 89.
Grillo pubblica la lettera di un certo Carlo Gubitosa, attivista di Peacelink, che giocando sull’ambiguità terminologica tra “base” e “installazione” intende comunicare al pubblico che ci sono 89 basi in Italia.

Step 2: Matrix mente.
Nel suo articolo di Gubitosa accenna al fatto che Grillo è stato accusato di mentire ma si guarda bene dall’entrare nei dettagli per poi confutare il contenuto di tali accuse; si limita ad insinuare che l’ospite invitato come esperto non sia super partes (infatti viene scritto tra virgolette) in quanto generale in congedo (il che non spiegherebbe perché non dovrebbe essere attendibile la versione di un ex-generale, mentre quella di un attivista oppositore sì).

Step 3: anche se l’informazione di Stato lo nega, le basi sono 89 perché l’informazione mente.
Grazie alla sommaria liquidazione delle repliche altrui come false senza discuterle, Gubitosa può affermare che le basi sono 89 (giocando appunto sull’ambiguità di cui sopra) e a conferma di ciò porta il parere di Francesco Iannuzzelli, che lui presenta come “un amico esperto di questioni relative al disarmo”, evitando accuratamente di menzionare il fatto anche questo suo amico, come lui stesso, è un attivista di Peacelink (e che adottando lo stesso criterio che Gubitosa ha utilizzato a proposito del generale Giovanni Bernardi, sarebbe da considerare ancora meno “super partes” del militare in congedo).

Si potrebbe obiettare che, in fondo, non sono parole scritte dal grillo dalla bocca larga, ma solo opinioni cui lui si è limitato a dare spazio sul suo blog. Ma ciò non avrebbe alcuna credibilità. La lettera e l’articolo che ha pubblicato sono a sostegno di quanto lui aveva affermato durante il V-Day e a dimostrazione di quanto lui sostiene: gli è stata inviata un’apologia e lui l’ha fatta sua, aderendo e sottolineando la sua adesione al contenuto attraverso al sua introduzione.

In questa partita sull’informazione, Mentana batte Grillo 3 a 0 - autogoal di Grillo al 25° del primo tempo, goal di Mentana a porta vuota al 6° del secondo tempo e infine nuovo autogol di Grillo al 22° del secondo tempo.

23 maggio 2008

Nuclear Winter

Ora che il governo ha messo nella sua agenda la costruzione di nuove centrali, la schiera di conservatori di sinistra alza la voce in coro per ricordare che con un referendum nel 1987 l'Italia aveva deciso di abbandonare il nucleare come forma di approvvigionamento energetico. "Conservatori" per un semplice motivo: tale è definibile chiunque si opponga a riforme e modifiche, in questo caso permesse dal progresso tecnologico, opponendo come motivazione la difesa dello status quo attraverso un "in passato, si è deciso così". E a nulla valgono le spiegazioni secondo cui la tecnologia di oggi non è quella di mezzo secolo fa, che le centrali nucleari sono necessarie tanto che se non ci fossero quelle estere da cui comprare energia l'Italia avrebbe oltrepassato i confini del collasso energetico da anni, etc.

Ancora una volta un argomento riguardante la condizioni del paese diventa oggetto di acritica malafede in cui tali conservatori non esitano un attimo ad utilizzare per giudicare lo "schieramento avverso" concetti e principi che mai userebbero per criticare se stessi. Principalmente, l'argomento referendario viene utilizzato sempre e solo in alcuni casi: quelli in cui il popolo ha espresso una volontà conforme alle idee dell'elite intellettuale. Il rispetto della volontà referendaria, una volta invocato, dovrebbe essere un principio costante e coerente. E invece si muove a fasi alterne: se si tratta di un referendum di 21 anni fa - come quello sul nucleare - con un esito che tuttora si condivide, la bandiera della volontà popolare sventola alta; se invece si tratta di un caso in cui il popolino non ha dimostrato di aver capito bene quello che doveva fare, anche fosse di soli 4 anni fa - come nel caso della fecondazione assistita - della bocciatura referendaria non viene tenuto minimamente conto e non c'è nessuna esitazione ad invocare riforme.

E sempre in tema di doppiopesismo, risulta inoltre interessante come i conservatori di sinistra, sempre molto attenti all'influenza sociale e mediatica sul popolino quando si tratta di banale intrattenimento, come nel caso dei reality show, o ancora meglio quando si tratta di sbandierare i conflitti di interesse altrui, riescano poi con invidiabile disinvoltura a non prendere minimamente in considerazione il fatto che il referendum sul nucleare era stato votato a brevissima distanza dal disastro ecologico di Chernobyl, con un'informazione tutt'altro che obiettiva e lo spettro emozionale di una catastrofe ambientale che ancora aleggiava per il paese.

21 maggio 2008

Kindergarten

Con "prepotente" si definisce un individuo che usa (o cerca di usare) la forza per obbligare uno o più altri individui ad agire in conformità al suo volere. Il prepotente non tiene conto dei principi, delle idee e del volere altrui: se desidera una cosa, quella gli deve essere data. Ma il prepotente è anche chi pensa che se a qualcuno deve essere data qualcosa, non tocchi a lui impegnarsi in prima persona per dargliela, e che perciò urlerà e batterà i piedi a terra affinché altri facciano quello che potrebbe benissimo fare lui in prima persona: come un bambino che ha due racchette e vuole giocare a tennis con un bambino che non ne ha nessuna, e che perciò si mette ad urlare contro il fratello (a cui magari il bambino senza racchette è anche un po' antipatico) perché gli dia una delle sue racchette; e perciò agita i pugni, batte i piedi e grida che vuole giocare a tennis ma le sue racchette sono sue e non le da a nessuno, quindi dovrà essere qualcun altro a darle. Ed è proprio in quell'ultimo "quindi" che si racchiude l'essenza della prepotenza: il sentirsi autorizzati a comportarsi nella più completa autonomia e svolazzante libertà, nella convinzione che le cose debbano comunque essere fatte in un certo modo, e se anche non le si farà in prima persona, qualcun altro dovrà occuparsene nel modo precedentemente e unilateralmente stabilito.

E a partire da questa premessa, tutta l'attuale vicenda che vede i rappresentanti della sinistra-sinistra sbraitare scompostamente contro la Carfagna, il ministero delle Pari Opportunità e tutto il governo, in favore dei diritti degli omosessuali è, appunto, un esempio di prepotenza. Attenzione: non è prepotenza la semplice e civile richiesta dei gay affinché anche persone con differenti inclinazioni sessuali possano godere di determinati diritti e doveri derivanti dalla regolamentazione sociale di regimi di convivenza non matrimoniali; la prepotenza è di chi in due anni di governo, e con ampie e precedenti prese di posizioni e dichiarazioni di favorevolezza, avrebbe potuto impegnarsi per concedere tali diritti, non lo ha mai fatto, e ora pretende che a farlo sia proprio chi ha sempre espresso contrarietà nei confronti di modifiche sociali in tal senso. La sinistra-sinistra è infantile e prepotente come un bambino che aveva due racchette e che si era impegnato a regalarne una ad un conoscente, poi ne ha persa una e quindi ora pretende che sia il cugino a rispettare l'impegno che aveva preso lui.

19 maggio 2008

Soup is Good Food

Da coerente rappresentante di quella sinistra-sinistra che è stata sbattuta fuori dal Parlamento, Nanni Moretti, come un disco rotto, ripete da anni le stesse frasi e gli stessi concetti in qualsiasi occasione gli si presenti davanti per farlo, senza apparentemente essere sfiorato dal minimo dubbio che il mondo dagli anni '70 del secolo scorso ad oggi possa aver subito dei cambiamenti. Eccolo allora presentarsi davani ai microfoni del lussuoso Festival del Cinema di Cannes per spiegare ai giornalisti, e mediante essi allo stupido popolo che ne leggerà le dichiarazioni, che i buoni film sono quelli che "riescono a raccontare la realtà o dire allo spettatore quello che come cittadino non ha ancora visto o compreso." Mica le vaccate che il popolo di imbecilli guarda loro tutte le sere in televisione finendo col ritrovarsi più rincoglionito di quanto già sia.

Dopo un primo momento di stupore quasi raggelante di fronte ad una simile manifestazione di ingiustificata spocchia, diventa quasi inevitabile cercare di contestualizzarre una simile affermazione nel contesto politico attuale. E le prime domande che sorgono sono: dov'è finita quella sinistra-sinistra che all'indomani della sconfitta elettorale diceva che era necessario un periodo di autocritica? E cioé che bisognava abbandonare i salotti per frequentare le piazze e reinstaurare un rapporto con il proprio elettorato, capirne i problemi, le esigenze, i timori, etc..

E' passato un mese, il nuovo governo si è insediato e il processo di autocritica si è già concluso: e in piena aderenza ai peggiori principi del trotzkismo, dato che determinate idee non possono essere sbagliate, se non sono state accettate dal popolo è solo perché quest'ultimo non le ha capite, quindi si rende necessario ribadirle con maggiore forza. Ecco allora Nanni Moretti ripartire alla carica con le dichiarazioni sul Grande Satana a capo del governo, Sansonetti strillare di "pulizia etnica" come una vecchia pazza a proposito di quella che per una larga fetta (e solitamente ben lontana dall'essere alto borghese) di popolazione è solo un cenno di ripristino di legalità a fronte di un'illegalità protrattasi per anni, il PDCI che come al solito si preoccupa più della figura che il paese può fare all'estero e che di fronte alle prime accuse di razzismo spagnole anziché cercare di capire cosa accade si straccia subito le vesti disperata per la "brutta figura" nel salotto buono della loro politica internazionale, e così via.

Il fatto che gli "operai" non votino più dalla loro stessa parte non fa sorgere in loro nessun dubbio, e quando raramente affiora la risposta è che se lo fanno è perché sono stupidi o non hanno capito come stanno realmente le cose - proprio quelle stesse persone che si candidavano idealmente alla guida del paese (quando non addirittura a riformare gli assetti capitalistici internazionali) senza accorgersi di aver perso due terzi del proprio elettorato.

In questo scenario, Nanni Moretti e compagni, chiusi nelle loro torri d'avorio di valori a la page, non si rendono conto di essere loro a non capire, e a non capire nemmeno che cosa non capiscono. E su simili presupposti, con arroganza e condiscendenza, pretendono di spiegare come vanno le cose ad un popolo che da tempo non li ascolta più, e che sempre più spesso si trova a reagire alle loro dichiarazioni con un'alternanza di noia e viscerale fastidio, una non sopportazione che non raramente deriva dalla coscienza di vivere nel 2008 e non in un anno compreso tra il 1967 e il 1978.

03 maggio 2008

Dirty Deeds Done Dirt Cheap

Uno dei principi più semplici delle leggi di mercato è che più si vende e più si guadagna. E’ una cosa talmente semplice che la sanno anche i bambini che cercano di guadagnare, come esemplificato da Lucy nelle strisce dei Peanuts, vendendo limonata fatta in casa. Il meccanismo è piuttosto semplice: se si vendono poche o nessuna limonata, si guadagnerà poco o niente del tutto; se si vendono tante limonate si guadagna tanto, e quante più se ne vendono tanto più alte saranno le entrate.

Nell’attuale querelle su redditi-on-line-sì/redditi-on-line-no, quello che stupisce è la reazione dei cosiddetti “grillini” di fronte alla scoperta dell’entità delle entrate del loro Guru – soprattutto se si tiene anche conto del fatto che si tratta di un reddito che fa riferimento a tre anni fa, cioè ad un periodo in cui il suo seguito era inferiore a quello che è stato nell’ultimo anno.

Indipendentemente da quale possano essere le valutazioni sui contenuti espressi dal comico, ci sono almeno due punti che possono essere fissati al di là di ogni ragionevole dubbio. In primo luogo, periodicamente Grillo si esibisce in spettacoli a pagamento in tutta Italia, spesso realizzando il tutto esaurito: e questa è un’ottima fonte di guadagno. Inoltre Grillo gestisce uno dei blog più visitati a livello mondiale, e lo usa anche come vetrina commerciale per la vendita ondine dei suoi prodotti (libri, DVD, etc…): e anche questa è un’ottima fonte di guadagno. A partire da simili premesse, non ci vuole un raffinato genio della finanza per ipotizzare che se si utilizzano contemporaneamente due ottime fonti di guadagno, quello che si otterrà sarà, con un elevato grado di probabilità, un notevole reddito.

E invece i “grillini” si scandalizzano per i guadagni del comico, come se lui avesse tenuto loro nascosto che da queste attività guadagnava e bene. Anche perché risulta piuttosto difficile nascondere un interesse economico mentre si chiedono soldi per biglietti d’ingresso, libri, DVD e quanto altro. Grillo chiedeva soldi in cambio di merce (come accade normalmente da secoli) e di fronte a queste richieste i “grillini” pagavano con convinzione comprando i libri, i DVD e correndo ad accaparrarsi i biglietti degli spettacoli per evitare di rimanere senza posto. E invece adesso, sfondando contemporaneamente i limiti del buon senso e del ridicolo, una buona parte di quegli stessi che gli hanno fornito soldi a pioggia si stupiscono per la misura del suo reddito.

È come se gli abitanti di un paese corressero ogni giorno a comprare la limonata di un bambino, per poi stupirsi nel momento in cui lo vedono entrare in un negozio per acquistare una costosissima bicicletta e commentare scandalizzati: “Chissà dove ha preso tutti quei soldi?”