29 giugno 2008

The Evil That Men Do

Alcuni piccoli e semplici sillogismi. Le proposizioni da cui si parte sono le seguenti:
- (Stando alle intercettazioni pubblicate dall'Espresso) Berlusconi ha contattato telefonicamente alti dirigenti della RAI per raccomandare alcune sue conoscenze;
- (Stando alle intercettazioni pubblicate dall'Espresso) Rutelli e Fassino hanno contattato telefonicamente alti dirigenti della RAI per raccomandare alcune loro conoscenze;
- L'onorevole Di Pietro definisce "magnaccia" chi si impegna attivamente "per piazzare questa o quella velina".

Sulla base delle intercettazioni e di quanto sostenuto dall'onorevole dell'IdV si ricava facilmente il primo sillogismo:
A) Chi si impegna attivamente per piazzare questa o quella velina è un magnaccia;
B) Berlusconi si è impegnato per piazzare questa o quella velina;
quindi:
C) Berlusconi è un magnaccia.

Ma sulla base di quanto sopra si ricava altrettanto facilmente anche il secondo sillogismo:
A) Chi si impegna attivamente per piazzare questa o quella velina è un magnaccia;
B) Rutelli e Fassino si sono impegnati per piazzare questa o quella velina;
quindi:
C) Rutelli e Fassino sono una coppia di magnaccia.

Ora, aggiungendo la definizione di "complice" come una persona che pur essendo a conoscenza di un atto doloso non lo denuncia ma anzi si attiva per coprirne le tracce, si arriva facilmente al terzo sillogismo:
A) Rutelli e Fassino sono una coppia di magnaccia;
B) Di Pietro non denuncia i suoi compagni di coalizione Rutelli e Fassino;
quindi:
C) Di Pietro è complice di una coppia di magnaccia.

Una semplice svista o una forma d'ingenuità da parte dell'onorevole Di Pietro? Difficile crederlo. Anche perché al di là dei modi (ingannevolmente) diretti e a tratti ruspanti, nel corso degli anni l'ex PM ha dimostrato di sapersi muovere con grande oculatezza nel panorama politico italiano.

Piuttosto sembrerebbe un esempio di quello che Umberto Eco definiva "effetto bomba": coprire una notizia scomoda attraverso un'altra notizia (una polemica, una gaffe, etc.) in grado di catalizzare maggiormente l'attenzione di stampa e pubblico. In una situazione in cui il malcostume poteva rischiare di travolgere anche due importanti esponenti dell'opposizione (che però nel periodo relativo alle intercettazioni rappresentavano la maggioranza di governo), con il suo violento insulto rivolto al Premier Di Pietro riesce magistralmente ad ottenere un doppio risultato con un'unica mossa: mantenere l'attenzione sull'atto compituto da Berlusconi e al contempo allontanare i riflettori dagli atti simili compiuti dai suoi compagni di coalizione. Mettendosi al centro di una rissa mediatica con il Premier, Di Pietro spinge gli esponenti della sua coalizione dietro le quinte. E grazie a questa abile mossa, i vertici del PD hanno modo di ostentare facilmente il proprio imbarazzo per le parole del loro compagno di coalizione, anziché dover giustificare l'imbarazzo di essere coinvolti nella vicenda similmente all'attuale Premier.

E infatti, a latere è possibile notare che stando all'affermazione di Di Pietro secondo cui "L'allora aspirante capo del governo mi sembra facesse un lavoro più da magnaccia per piazzare questa o quella velina", e calcolando che le intercettazioni risalgono ad un intervallo di tempo che va all'incirca da Giugno a Ottobre 2007, utilizzando la modalità di cui sopra per fare riferimento a Rutelli e Fassino, l'affermazione dell'ex-PM si trova ripulita dell'espressione "aspirante capo del governo" per diventare:
"L'allora Segretario del principale Partito della Maggioranza di Governo e l'allora Vice Presidente del Consiglio nonché ministro per i Beni e le Attività Culturali mi sembra facessero un lavoro più da magnaccia per piazzare questa o quella velina".

27 giugno 2008

Bad Day

Attualmente due temi tengono banco nella discussione politica italiana: il decreto blocca processi (con annesso e connesso il Lodo Schifani) e la regolamentazione delle intercettazioni. Lasciando per un attimo da parte il contenuto delle due proposte, sembra più interessante cercare di capire quale opposizione stiano incontrando e soprattutto da parte di chi. Infatti, a fronte di un'opposizione (politica) pressoché inerme e quasi più interessata a chiedersi se sia il caso di mantenere lo stesso leader (come fosse un allenatore di una squadra di calcio) o a quale gruppo politico collegarsi in ambito europeo, due categorie (o meglio parte di esse) reagiscono serratamente nel manifestare la propria profonda contrarietà: magistrati e giornalisti.

Ed entrambe le categorie, puntellano la debolezza delle proprie ragioni e la contradditorietà di quanto sostengono attraverso attacchi (non raramente ad hominem) nei confronti di chi individuano essere una minaccia al loro status quo. La contradditorietà di tali argomentazioni è quasi lampante. In tema di blocco dei processi, senza ripetere tutto quanto scritto sotto, è quasi paradossale vedere che a difesa di procedimenti antecedenti alla metà del 2002 venga esibito l'articolo Costituzionale sulla ragionevole durata dei processi: nel momento in cui si discute di azioni giudiziare che, nella più ottimistica delle previsioni, a distanza di 6 (sei) anni non sono ancora chiuse, invocare la ragionevole durata appare quasi surreale, per il semplice fatto che già sei anni non sono una ragionevole durata. Si potrebbe dire che se un procedimento si trova ad essere bloccato dal decreto ha già oltrepassato da tempo i confini della ragionevole durata.

In tema di intercettazioni invece, oltre ai magistrati, si muove in prima linea una parte di giornalisti i quali affermano di vedere leso il diritto di informare della stampa. Ma un giornalismo avente l'obiettivo di informare necessita di una serie di componenti: indagine, analisi, approfondimento, valutazione, indipendenza, comunicazione, etc. In un quadro del genere, le intercettazioni costituiscono un elemento che, per quanto non fondamentalmente ineludibile, può andare a rafforzare e completare una tesi o una notizia. Il problema sorge quando invece, come frequentemente accade, le intercettazioni vengono utilizzati per popolare le pagine di gossip, e diventano il più o meno consapevole mezzo per porre in secondo piano il cuore della notizia. Ad esempio, nel caso della scalata a Bnl, la divulgazione delle ordinarie comunicazioni domestiche tra Ricucci e Anna Falchi nel quadro di una sorta di love story giornalistica nazionale, hanno posto in secondo piano l'attenzione nei confronti della vicenda giudiziaria. Esattamente come le attuali intercettazioni pubblicate su L'Espresso con tanto di stralci di telefonate di esponenti politici vari (Berlusconi, Fassino, Landolfi, Rutelli, Mastella, etc.) impegnati a propugnare cause di personaggi più o meno noti, trasforma quella che potrebbe (e forse dovrebbe) essere l'analisi di un "malcostume" in una parata di gossip degna di Lucignolo.

Perciò viene da chiedersi: in una situazione in cui a fronte di processi dalla durata infinita i magistrati si oppongono ad un emendamento in ragione di una presunta violazione della "ragionevole durata", valutandone la costituzionalità (un compito che, tra l'altro, competerebbe invece alla Corte Costituzionale) quando ancora tale provvedimento non ha compiuto il proprio iter parlamentare (quindi in una forma che non necessariamente sarà quella definitivamente approvata dal Parlamento), e in cui i giornalisti prima ancora di preoccuparsi di offrire un'informazione articolata si impegnano a difendere quella che, ad oggi, è una forma di gossip, da dove deriva la forza della loro opposizione? Cioé, a fronte di tutte le contraddizioni intrinseche nelle loro posizioni, com'è possibile che possano porsi come difensori di uno status quo che comunque non gode della stima di buona parte della popolazione?

Una possibile risposta riguarda necessariamente la sfera politica, e soprattutto l'evanescenza di una parte di essa. L'esercizio della funzione politica si basa sulla contrapposizione, quantomeno dialettica, tra una maggioranza ed una opposizione, in una situazione in cui ciascuna delle due parti diventa il punto di convergenza entro cui trovano una rappresentanza le opinioni di larga parte della popolazione. Nel momento in cui, come attualmente, l'opposizione svanisce in una bolla autoreferenziale, il governo si trova a dover fronteggiare direttamente quelle forze che invece dovrebbero essere comunque rappresentate da un'ala del parlamento.

Sulla base di ciò, quando i rappresentanti del governo affermano che parte dei giornalisti e dei magistrati sono impegnati in una lotta politica contro il governo, non fanno altro che una mera constatazione. Ma il punto è che probabilmente non può essere altrimenti: nel momento in cui l'opposizione smette di fare opposizione, coloro che dovrebbero essere rappresentati da questa si trovano nella situazione di dover supplire alla sua assenza. Si tratta di un'invasione di campo, ma tale sconfinamento si trova ad essere quasi automaticamente generato dallo spazio vuoto. Se parte della magistratura si trova nella condizione di poter fare direttamente politica è perché si trova nella condizione di poter occupare lo spazio vuoto lasciato vuoto dall'opposizione. Un'opposizione che, anche ammettendo la comunanza d'intenti ed obiettivi, non rivendica come proprio il compito di contraddire il governo, ma lascia prendere iniziativa ed agire forze altre rispetto al parlamento limitandosi ad osservare e magari ad annuire a questa o quella iniziativa.

In sintesi, fermo restando il (sottinteso) sacrosanto diritto di critica e di espressione del dissenso di chiunque, quella che attualmente appare è un'opposizione che critica il governo accodandosi all'opposizione della magistratura (o dei giornalisti), anziché avere una serie di magistrati (o giornalisti) che criticano il goverso adeguandosi alle linee politiche tracciate dall'opposizione.

25 giugno 2008

Hook in Mouth

Incassa il primo Sì al Senato la cosiddetta norma "blocca-processi" che sta creando allarme, confusione e scompiglio all'interno di alcune aree della sinistra e della magistratura; tuttavia, sia guardandola in sé che in relazione a quanto accaduto nella legislatura precedente, sembra avere molte meno ripercussioni sul panorama della giustizia italiana di quanto si potrebbe pensare ad una prima occhiata. Pressoché ininfluente a livello strutturale, l'unico aspetto degno d'interesse della vicenda sembra consistere piuttosto nella serie di cortocircuiti culturali che è riuscita ad innescare. Essenzialmente la norma non prevede altro che una temporanea sospensione dei processi per i reati "meno gravi" che, commessi entro il 30 Giugno 2002, possono prevedere una pena inferiore ai 10 anni di reclusione.

Il primo cortocircuito è rappresentato ovviamente dall'intreccio tra la norma e il processo Mills a carico del Presidente del Consiglio. Ovviamente ciò riconduce a quel tema che l'attuale opposizione, ora impegnata ad urlare e a stracciarsi le vesta, in ben due legislature non ha mai voluto affrontare: il conflitto d'interessi. Ma il conflitto d'interessi si ha nel momento in cui gli interessi di uno (ad es. il premier) entrano in collisione con gli interessi di chi dovrebbe rappresentare (ad es. la collettività); per quanto discutibile moralmente, il fatto che una norma possa rappresentare un vantaggio per l'ideatore non pone aprioristicamente alcun conflitto d'interessi se non si dimostra che questa stessa norma costituisce contemporaneamente un danno per la collettività nella sua interezza. In assenza di tale dimostrazione, rimane solo quella questione morale che chi oggi urla e strepita non ha mai voluto affrontare seriamente: quello che dovrebbe dimostrare la disonestà di chi governa non fa altro che esibire, per l'ennesima volta, la completa inerzia legislativa di chi l'ha preceduto.

Il secondo cortocircuito è costituito dall'informazione parziale e tendenziosa, a proposito della questione dell'allungamento dei tempi dei processi, fornita da chi accusa il suo avversario di mentire e manipolare l'opinione pubblica. Stando a quanto dicono i magistrati contrari e l'opposizione, tale norma pcomporterebbe un ulteriore allungamento dei tempi dei processi: il che è ovvio è indiscutibile in quanto se di sospensione si tratta non può esserci altro che un allungamento dei tempi dei procedimenti coinvolti. Ma dato che si tratta di una sospensione per una fascia di azioni e non dell'attività giudiziaria in toto, a parità di lavoro da parte dei funzionari impiegati la stessa norma dovrebbe comportare un'accelerazione per quanto riguarda i procedimenti non bloccati dalla norma (che dovrebbero poter godere di maggior tempo ed energie a disposizione). In pratica, quello che dovrebbe essere un imparziale giudizio tecnico si esplica, nella parzialità delle affermazioni date in pasto alla stampa, come un giudizio che trascende l'ambito giudiziario per sconfinare nell'agorà politica.

Il terzo cortocircuito è rappresentato dal rapporto tra la norma "blocca-processi" e l'indulto varato dalla passata legislatura. I processi sospesi per un anno da questa norma sono anche in larga parte coperti dall'indulto, e pertanto non raramente inutili in quanto al termine del lungo e dispendioso iter giudiziario l'eventuale pena viene ridotta o addirittura annullata dal provvedimento varato proprio da chi oggi rivendica la sacralità della legge e la certezza della pena. Per quanto possa essere una brutta soluzione ad un problema mal posto, bloccare i processi per reati minori significa anche far sì che per un anno siano ridotti i dispendi di energie e risorse in atti potenzialmente inutili in favore di azioni potenzialmente più proficue. Tale norma si configura pertanto come anche come una maldestra falla posta a coprire la voragine generata dal disastro dell'indulto di due anni fa.

Il quarto cortocircuito si configura nell'ambito dell'obbligatorietà dell'azione giudiziaria che, a detta di alcuni, verrebbe intaccata. Lo scopo dell'istituire l'azione giudiziaria come obbligatoria consiste (anche) nel sottrarla all'arbitrio di chi indaga; ma data la lentezza del sistema giudiziario, l'arbitrio cacciato dalla porta degli obblighi rientra dalla finestra delle necessità. Date le numerose pratiche aperte nelle mani dei magistrati, e tutte obbligatorie, e data l'ovvia impossibilità fisica di portarle avanti tutte contemporaneamente, a quali dare la priorità diventa una questione di "coscienza" da parte di chi indaga. A causa della mole di lavoro, la giustizia diventa necessariamente (anche) una faccenda arbitraria da parte di chi indaga e della sua necessità di stabilire delle priorità. Sospendere in via temporanea alcuni procedimenti in funzione di altri ritenuti più gravi non significa in alcun modo interferire con l'obbligatorietà dell'azione giudiziaria (tanto più che, risalendo a fatti antecedenti al Giugno 2002, non interferisce in alcun modo con le nuove azioni), ma al limite stabilire, sempre in via temporanea, un ordine di priorità che pone un (blando) argine all'arbitrio, magari anche involontario, di chi indaga.

Infine, l'ultimo cortocircuito è rappresentato dalla profonda disparità di comportamento del CSM che, nell'ambito dei "conflitti" tra politica e magistratura, sostiene giustamente che la politica dovrebbe evitare di far uso di espedienti per eludere le leggi. Fermo restando che, essendo l'Italia una democrazia in cui i diversi poteri sono separati tra loro, non spetta al Vice Presidente o comunque al CSM stabilire quali siano o non siano i compiti del Governo, appare una strana forma di incoerenza da parte di chi oggi protesta per una sospensione temporanea di alcuni procedimenti mentre nel recente passato ha esibito molti meno scrupoli nel togliere, presumibilmente in via definitiva, altre indagini a magistrati che indagavano su altri esponenti politici. Dovrebbe essere perlomeno fonte di interrogativi osservare come una norma che sospende temporaneamente un processo (Mills) venga definita come "salva-premier" quando la stessa definizione, o comunque qualcosa una simile, non è stata utilizzata per commentare l'allontamento della Forleo dall'inchiesta Bnl-Unipol-Antonveneta, che andava a toccare esponenti di sinistra quali D'Alema e Fassino, o di De Magistris dall'inchiesta "Why Not?" che andava a riguardare anche gli allora guardasigilli Mastella e premier Prodi. La norma "blocca-processi", attraverso il confronto con le rimozioni di magistrati per "incompatibilità ambientale" avvenute nella passata legislatura, più che screditare l'attuale governo sembra proprio offrire all'attuale premier la conferma di quanto da tempo cerca per legittimare le proprie azioni: un comportamento "fazioso" di una parte della magistratura che sembrerebbe estremamente inflessibile nei confronti di una parte politica e decisamente lassista (se non complicemente accondiscendente) nei confronti dell'altra.

E così, alla luce di tutto questo e proprio nell'ottica di quel "meno peggio" come unità di misura nell'orizzonte politico spesso esibito da parte della sinistra italiana, a fronte di un uso (anche) personale e delle istituzioni, viene quasi da sé dire che, in fondo, una sospensione temporanea di un processo ai danni di un rappresentante politico è meno peggio di una rimozione definitiva ai danni di magistrati che indagavano su altri.

17 giugno 2008

Haus der Lüge

Si definisce "fallacia" un'argomentazione che sfrutta sottili errori logici, argomentazioni capziose o esempi costruiti ad hoc, per affermare una tesi malgrado non siano presenti sufficienti presupposti per farlo. Ad esempio, quando a fronte di una carenza di argomentazioni logiche, o comunque razionalmente fondate, un soggetto si avvale di espressioni atte maggiormente a screditare l'avversario, piuttosto che a confutare le sue tesi, si ha una forma di comunicazione che, più o meno volontariamente o consapevolmente, mira ad una persuasione ambigua ed ingannevole. A partire dalla logica aristotelica fino ad arrivare a quella formale, le fallacie sono state classificate in molteplici categorie a seconda della struttura o del contenuto, e in ambito retorico continuano ad essere frequentemente utilizzate allo scopo di offrire una parvenza di razionalità ad affermazioni logicamente infondate.

Una delle fallacie più frequentemente utilizzate è il cosiddetto "argomentum ad hominem", un'argomentazione in cui, a fronte dell'esposizione di una tesi, l'avversario mira a screditarla attaccando direttamente l'interlocutore: si ha, ad esempio, quando di fronte alla tesi X sostenuta da A, B sostiente che X è falsa perché A è un bugiardo (e magari racconta un episodio passato in cui A ha mentito) senza però entrare minimamente nel merito del contenuto di X. Da un punto di vista strettamente logico, si tratta di un sillogismo in cui in una delle premesse viene (implicitamente) invertita una relazione di causa ed effetto.

Nell'esempio di cui sopra, il sillogismo esposto da B avrebbe questa forma:
1) A afferma la tesi X
2) A afferma tesi false
perciò
3) anche la tesi X è falsa
L'inversione di causa ed effetto che genera la conclusione al punto (3) si ha al punto (2) in quanto le tesi sostenute da A in passato erano false a prescindere dalla sua volontà: le tesi non erano false in quanto enunciate da A, ma A diceva il falso in quanto tale era ciò che lui sosteneva.

Negli anni '50, Leo Strauss definisce una particolare forma di fallacia, largamente riconducibile all'argomentum ad hominem, e la battezza "reductio ad Hitlerum". Si tratta di una fallacia in cui una tesi viene screditata associandola ad aspetti riconducibili al nazismo (o, più in generale, a diverse forme di fascismo, totalitarismo, terrorismo, etc.), cioé facendo leva su tematiche o teorie oggetto del disprezzo comune.

Nella sua struttura base, l'argomentazione assume una forma simile alla seguente:
1) i nazisti sostenevano la tesi X
2) i nazisti sostenevano tesi criminali
3) la tesi X è criminale.
Come nel caso generale dell'argomentum ad hominem, anche qui c'è un'inversione di causa ed effetto al punto (2) al fine di screditare aprioristicamente una teoria avvalendosi di argomenti morali, cioé senza considerare che le teorie criminali dei nazisti erano tali indipendentemente dalla loro adesione ad esse. I nazisti erano criminali perché sostenevano determinate tesi che erano deprecabili a prescindere dalla loro adesione, non erano le tesi a diventare criminali perché sostenute dai nazisti.

Ma esiste una seconda forma di reductio ad Hitlerum, ancora più aderente alla struttura dell'argomentum ad hominem, che cioé mira maggiormente ad attaccare direttamente la persona, ed è riconducibile alla formula:
1) A sostiene la tesi X
2) i nazisti sostenevano la tesi X
perciò
3) A è un nazista.
In pratica, sostenendo l'identità (o talvolta anche solo l'analogia) di una particolare posizione con un aspetto del nazismo, si afferma che chi è in linea con tale posizione è un nazista.

Girando per internet (e non solo), è possibile vedere come attualmente questa modalità di argomentazione venga spesso utilizzata a proposito del rapporto tra una parte dell'opinione pubblica italiana e i rom, e tende spesso ad esplicarsi nella seguente forma:
1) ci sono molti italiani che identificano una minoranza "etnica" un problema
2) i nazisti identificavano una minoranza "etnica" con un problema
perciò
3) ci sono molti italiani che sono su posizioni naziste.
In questo caso, l'analogia viene costruita sfruttando eventuali affinità semantiche e sganciando un singolo aspetto di un'ideologia per trasformarlo arbitrariamente nell'unità di misura destinata a valutare il grado di nazismo di chi ha opinioni opposte o comunque differenti.

In pratica il discorso si traduce in un: siccome per alcuni italiani le minoranze rom nei campi nomadi rappresentano un problema, e siccome anche i nazisti consideravano le minoranze un problema, allora gli italiani che pensano che i campi rom possono rappresentare un problema sono nazisti. Quello che viene completamente escluso da questo discorso è che i nazisti non si limitavano a sgomberare gli apolidi, ma li andavano a cercare, li stanavano, li rastrellavano, li internavano e li uccidevano mediante istituzioni legali.

Tuttavia, siccome attualmente nessuna istituzione politica, mediatica, o anche solo costituita da normali cittadini, sta portando avanti campagne che prevedono rastrellamenti ai danni degli apolidi finalizzati all'internamento in lager e conseguente uccisione, parlare di "nazismo" è una mistificazione che evita di affrontare un concreto problema di convivenza giocando la carta del discredito. Infatti, anche ammettendo per ipotesi che dietro l'ostilità verso i campi rom ci possa essere uno sfondo razziale, il razzismo non coincide tout court col nazismo, che è stata cosa ben più complessa.

Ma la faziosità dell'estrapolazione di un aspetto di una teoria disprezzabile a fini diffamatori si vede dalla possibilità di piegarne secondo il proprio volere le diverse sfumature. Per fare un esempio: è noto che Himmler, e comunque le alte gerarchie del Reich, preferivano scegliere persone di "cultura" per affidare loro il ruolo di SS (e comunque non criminali). La ragione di ciò si trovava nella volontà di avere a disposizione persone che compiessero crimini in modo lucido e razionale, anche agendo contro la propria coscienza, ma ad ogni modo più per convinzione che non per opportunismo. I gerarchi nazisti in larga parte sapevano che ciò che facevano era male, ma lo facevano perché convinti di essere investiti di una missione superiore, un destino storico al cui confronto la propria coscienza era nulla (e il caso Eichmann è esemplare in tal senso). Anzi, la coscienza del male compiuto non raramente diventava fonte di orgoglio: la capacità del singolo io di sopportare i rimorsi di coscienza diventava la narcisistica dimostrazione dello spirito di sacrificio in nome del Reich.

Oggi si potrebbe ravvisare qualcosa di simile, ad esempio, nel comportamento di chi vota anche formazioni che disprezza (quindi magari contro la propria coscienza) in nome della lotta contro un avversario ritenuto malvagio. Stando alla struttura della reductio ad Hitlerum si potrebbe sostenere che:
1) chi vota per una formazione di cui non condivide il contenuto in nome dell'opposizione ad un avversario compie un atto contro la propria coscienza
2) i nazisti compivano atti contro le loro coscienze
3) chi compie atti contro la propria coscienza è un nazista.

Da questo si può dedurre che, ad esempio, gli elettori che hanno votato il PD "tappandosi il naso" per schierarsi contro il Grande Satana sono dei nazisti? Ovviamente no. Anche perché non tutti i nazisti avevano rimorsi, ed erano tali anche coloro che compivano crimini senza dubbi o pentimenti; come del resto non tutti coloro che agiscono contro la propria coscienza sono nazisti. Il fatto che possa esserci una lontana analogia può essere un argomento all'interno di una discussione più complessa, ma presa in sè non dimostra proprio nulla: nel caso degli elettori del PD come nel caso degli italiani che vivono nelle vicinanze dei campi nomadi.

Do You Do You Dig Destruction

A fronte di una questione sicurezza in generale che rappresenta un problema evidente per una buona parte della cittadinanza (e si parla di sicurezza in generale, non di immigrati, rom, cingalesi, rettiliani, o altra categoria in particolare), fa discutere la proposta del Ministro della Difesa di provare ad inviare per sei mesi i soldati in varie città italiane (con possibilità di un prolungamento per altri sei mesi), con poteri esclusivamente di fermo e controllo, e non di arresto che rimane comunque una prerogativa delle forze di polizia (un po' come accaduto in Sicilia negli anni '90 durante l'operazione Vespri Siciliani). Scatta ovviamente il coro indignato di oppositori ed ex-oppositori bocciati alle elezioni che non mancano di sventolare le loro bandiere di unici detentori delle Verità Democratiche dell'Occidente (e non solo).

L'ex-parlamentare, nonché segretario dimissionario in virtù del suo insuccesso, Franco Giordano (PRC) ha fatto notare che si tratta di "Atteggiamento fascistoide, idea di democrazia inquietante".
Si è allineato a lui il solitamente favorevole all'ordine e alla disciplina Antonio Di Pietro rilevando che "le forze armate per controllare il territorio delle città si usano solo in Colombia".
Forte del recupero del simbolo della falce e martello, e con tanto di patentino di Comunisti D.O.C. rinnovato da Diliberto a Cuba, il PdCI ha spiegato che si tratta solo di "una balordaggine propagandistica".
Ed avendo espresso il loro parere i bocciati di PdCI e PRC, non potevano esimersi dal fare altrettanto anche i Verdi che, attraverso la persona di Angelo Bonelli, hanno dichiarato: "Rischiamo di far assomigliare l'Italia ai regimi dittatoriali dell'America Latina".
E infine, dato che ognuno ha detto la propria, anche il leader del PD si è sentito in dovere di esprimere una sua considerazione rilevando che "è una scelta sbagliata che mortifica le forze dell'ordine".

Al di là delle differenze di superficie più o meno evidenti che queste posizioni esibiscono, ci sono almeno due punti che le accomunano. Il primo è la ovvia e scontata opposizione all'azione di governo, il secondo invece è rappresentato da una mancanza comune: in nessuna delle dichiarazioni vengono prese in esame quali possano essere le effettive esigenze dei cittadini e in quale misura un simile provvedimento possa risultare utile. Si parla di atteggiamenti fascistoidi, di idee di democrazia, di mortificazione delle forze dell'ordine, di paralleli con questo o quel regime sudamericano, etc. Ma in nessun caso vengono prese in esame quelle che potrebbero essere le esigenze dei cittadini, tanto da non essere praticamente nominati.

In modo sicuramente discutibile ed opinabile, il Ministro della Difesa si pone come interprete di tali esigenze replicando che si tratta di un "un gesto d'amore nei confronti dei cittadini: hanno bisogno di maggior sicurezza, di una vita migliore. E inviare 2.500 soldati a dare una mano alle forze dell'ordine, è una scelta di generosità". Ma per quanto possa essere discutibile, tale posizione non viene discussa in alcun modo, ma semplicisticamente liquidata con la consueta, logora ed emotivamente propagandista esibizione di spauracchi.

Se l'invio dell'esercito è pensato in funzione di una richiesta di maggiore sicurezza da parte della popolazione. La negazione della validità di tale azione può essere logicamente effettuata solo ed esclusivamente in due modi: o negando che ci sia una simile richiesta di sicurezza, oppure negando l'esercito possa rispondere adeguatamente a tale esigenza. E infatti, il Siulp ed i rappresentanti dell'esercito non negano le loro perplessità basandosi proprio su questo secondo aspetto: data l'esiguitità delle forze messe in campo (2.500 uomini da distribuire in varie aree metropolitane della penisola) la loro sensazione che possa trattarsi di una mera operazione di facciata è tutt'altro che infondata (soprattutto se la si mette a confronto con l'operazione Vespri Siciliani in cui, tra il 1992 e il 1998, nella sola Sicilia furono impiegati circa 20.000 soldati (che, a conti fatti, non ha trasformato la Sicilia in un feudo fascista, né in una Colombia italiana).

Malgrado le stesse forse dell'ordine e di polizia coinvolte nel progetto non manchino di indicare molto discretamente critiche, punti deboli e carenze, mostrando come un simile provvedimento sia ampiamente e molto concretamente contestabile, l'opposizione, e in particolare la consueta sinistra-sinistra ex-parlamentare, non riescono a fare di meglio che sventolare l'ennesima reductio ad Hitlerum, che in questo caso si concretizza nella seguente forma: siccome i regimi sudamericani utilizzavano l'esercito in area urbana, allora l'impiego delle forze militari nelle città in qualsiasi situazione è sempre e comunque sbagliato e il discorso si dovrebbe chiudere (e a nulla possono valere i tentativi di ricordare che in sudamerica il contesto era differente, le leggi erano differenti, gli obiettivi dell'impiego dell'esercito erano differenti, i poteri attribuiti ai militari erano differenti, etc.).

Ma il problema è che gli slogan e gli spauracchi agitati ad ogni pie' sospinto dopo un po' perdono la loro efficacia iniziale, e il rischio alla fine è di finire inascoltati anche qualora si avesse effettivamente qualcosa di concreto da dire (come nella stranota anche ai bambini favola di Pierino e il Lupo).

13 giugno 2008

The Domestic Fucker Family

Quando la compagnia di attori giunge al castello di Elsinore, Amleto raccomanda a Polonio di fornire loro un alloggio adeguato. Polonio risponde al principe di Danimarca che li tratterà come meritano. Al che Amleto risponde con decisione che dovranno essere trattati molto meglio, perché se le persone venissero trattate secondo i loro meriti nessuno potrebbe mai sfuggire alla frusta. Il concetto è perentorio: per quanto si possa comportare bene, non esiste persona esente da colpe. Questo è il semplice concetto alla base di un programma come Il Momento Della Verità, la cui versione italiana ha fatto recentemente il suo esordio sugli schermi televisivi italiani.

In previsione del programma, al concorrente vengono poste 200 domande mentre si trova collegato ad un poligrafo che ne attesta la verità; di queste 200 domande, la produzione ne seleziona 21 da porgli durante la trasmissione, e rispondendo in accordo con quanto è stato rilevato come verità potrà vincere soldi, altrimenti perderà tutto. Il contenuto di per sé si limita a rispecchiare quelle che possono essere le aspettative del pubblico: un mix di ipocrisia svelata, sesso e piccoli sporchi segretucci da esibire nella pubblica piazza. E proprio per questo quanto viene narrato dai soggetti che di volta in volta si avvicendano risulta nella sua interezza abbastanza ordinario; ma ciò non toglie che il programma possa presentare comunque degli aspetti interessanti.

Andando in completa controdenza rispetto a quelli che sono i canoni dei quiz (e non solo) attuali, il Momento della Verità crea una frattura con il pubblico televisivo, restituendo allo spettatore il suo ruolo di osservatore distante dalla scena. Contrariamente rispetto a quanto fatto dagli altri quiz televisivi in cui lo spettatore può virtualmente partecipare provando a rispondere al posto del concorrente (quando non anche concretamente attraverso l'utilizzo di SMS), e anche rispetto ai reality show in cui viene invitato a votare per influenzare attivamente le sorti del programma e dei concorrenti, qui non può fare altro che rimanere davanti allo schermo ad attendere una risposta che solo il concorrente (e gli autori) possono conoscere. Spingendo completamente la dimensione del gioco nell'interiorità dell'attore, e ponendo contestualmente lo spettatore in una posizione voyeristica in relazione alle superfici di ciò che viene inquadrato, il programma si presenta come una forma di pornografia verbale in cui l'esibizione della Verità si pone paradossalmente al di là di qualsiasi effettivo confine tra realtà e finzione. Qui non conta se ciò che viene detto è vero o falso, e nemmeno se quelle esibite dal concorrente siano forme reali di imbarazzo, soddisfazione, vergogna, etc. ed esattamente come in un film hard non ha alcun valore sapere se gli attori coinvolti nella scena stanno fingendo, o stanno provando realmente piacere, o magari a tratti l'uno e a tratti l'altro.

Il gioco della Verità diventa esso stesso finzione indeterminata, e proprio seguendo i canoni di un plot che punta essenzialmente sulla sua capacità di generare suspence nel pubblico, i rari punti memorabili del programma si raggiungono solo ed esclusivamente quando il concorrente viene smentito dal poligrafo. Come l' apparentemente innocua irruzione in un film hard di una casta sequenza tratta dal making of del film stesso spezza radicalmente la monotonia della sceneggiatura patinata, non è il susseguirsi delle ammissioni di svariati peccatucci a destare interesse, ma l'intervento dell'indagine preparatoria antecedente al programma nella forma del cortocircuito tra il concorrente e il poligrafo. A cui vanno ad aggiungersi gli interrogativi che si generano nel trovarsi di fronte ad una menzogna, indipendentemente dal fatto che lo sia effettivamente, dopo che in apparenza erano state confessate cose più scabrose. Ad esempio: perché dopo aver confessato davanti alla propria fidanzata di averla tradita negli ultimi tre mesi, o magari dopo aver incrinato la propria immagine da maschio alfa ammettendo di aver accettato avance da una persona dello stesso sesso per bieco opportunismo, una persona dovrebbe negare di avere dei semplici, e non necessariamente fondati, dubbi sul fatto che le dimensioni del proprio sesso possano essere inferiori a quelle della media?

E' attraverso quesiti come questo, e la loro capacità di catturare istantenee delle culture che li hanno generati, che una sola puntata de Il Momento Della Verità vale, da un punto di vista sociologico, più delle centinaia di pagine con cui periodicamente i coniugi Alberoni (e i loro simili tuttologi da salotto televisivo) invadono periodicamente le librerie dissertando sui massimi sistemi. Muovendosi al di sotto della contestualizzazione del singolo fatto come vero o come falso, il Momento della Verità diventa esso stesso rappresentazione dei canoni (estetici, ancora prima che etici) di verità della società cui fa riferimento.

11 giugno 2008

Call Me

Due notizie si incrociano e si sovrappongono in questo periodo: da un lato la volontà del gorverno di limitare l'uso delle intercettazioni telefoniche, e dall'altra la vicenda dell'ospedale Santa Rita di Milano. Le due vicende si incrociano e si sovrappongono nel senso che la divulgazione delle intercettazioni servirebbe, per alcuni, a dimostrare la necessità di tale mezzo investigativo al fine di contrastare la criminalità. Ma osservando la faccenda in modo diverso, cioé considerando che un'indagine ed un processo non si basa su quello che ha detto questo o quello, ma su prove, dati e fatti, proprio la vicenda del Santa Rita mostra la non necessità di tale mezzo investigativo in questo contesto.

Una faccenda come quella del Santa Rita ha a disposizione tutta una serie di dati e fatti con relativi nomi e cognomi, in confronto ai quali cosa possa essere stato detto da questo o quel soggetto coinvolto, più che come elemento probatorio si pone come inesauribile fonte di discussioni e spettacolari interpretazioni. Ci sono: le denunce e le testimonianze delle vittime o dei parenti e conoscenti di queste qualora siano decedute, le cartelle cliniche - precedenti e successive agli interventi - le retribuzioni e i rimborsi che tali azioni hanno fruttato agli operatori sanitari, la possibilità di valutare il loro operato sulla base di criteri scientifici e/o deontologici, etc.

Alla luce di quanto sopra, risulta poi chiaro che quanto può essere stato detto in una telefonata tra due soggetti è superfluo, e valido solo nella misura in cui può essere confermato o smentito dalle prove. Saranno le prove ad essere utilizzate per giudicare se due soggetti intercettati sono innocenti o colpevoli, e non le battute o i più o meno ambigui riferimenti ad imprecise vicende, aleatori conoscenti, problemi di emorroidi o stitichezza, l'acquisto di una nuova automobile, i preparativi per il matrimonio della figlia, etc. Quanti più dati vengono raccolti (e/o diffusi) tanto più appare superflua l'azione di spionaggio telefonico, e questo malgrado le intenzioni di chi vorrebbe difendere un uso indiscriminato (e perciò dispendioso) delle intercettazioni (che soprattutto non spiega perché paesi con sistemi giudiziari più veloci ed efficienti di quello italico utilizzano tale strumento in quantità decisamente inferiore).

Con questo non si intende affatto che sembri utile limitare aprioristicamente ad alcuni campi limitati la possibilità di utilizzo di uno strumento investigativo in nome di una presunta privacy. Viene quasi da sé che, al pari di qualsiasi altro strumento d'indagine, la possibilità di utilizzare le intercettazioni dovrebbe essere garantita al di là di qualsiasi concetto di privacy: quando la telefonata può costituire essa stessa una prova o essere considerata essa stessa parte del crimine (come nei casi in cui ci siano di mezzo intimidazioni, minacce, cospirazione, etc.) oppure qualora si presenti come assolutamente necessaria al proseguimento delle indagini in presenza di gravi indizi di reato, e non un elemento spettacolare per intrattenere per un paio d'ore il pubblico annoiato di Porta A Porta (come, ad esempio, nel caso delle inutili telefonate tra Ricucci e Anna Falchi).

03 giugno 2008

Guilty of Being White

La differenza tra una normale legge e un provvedimento xenofobo si può riassumere nella differenza tra "essere" e "agire". Una qualsiasi legge di un normale stato di diritto non va a punire l'essere un quanto tale ma solo in seguito ad una sua azione - il ladro viene punito in quanto autore di furti, l'assassino in quanto autore di omicidi, etc. Ben differente è la situazione per le norme razziste: in qualsiasi parte del mondo siano mai state messe in atto (dall'Italia agli USA, dalla Germania al Sud Africa, etc.) la loro prerogativa era di stabilire doveri e punizioni solo per una percentuale di persone in base a caratteristiche somatiche, etniche, etc.

Prevedere una punizione per chi compie un determinato atto, indipendentemente da sesso, razza, etnia, religione o altro, non può essere né logicamente, né semanticamente considerato come un atto razzista. Un provvedimento razzista ha sempre e comunque le caratteristiche dell'inevitabilità per chi rientra all'interno della sua giurisdizione: la legge diventa razzista solo nel momento in cui si attraversa il varco che separa il considerare punibile una certa azione, indipendentemente da chi la compie, dal considerare invece punibile un certo tipo di persona indipendentemente dagli atti che possono compiere.

In base alla forma (non definitiva) anticipata dal governo, la proposta di introduzione del reato di immigrazione clandestina non può pertanto essere considerata come una norma razzista o xenofoba. E questo per il semplice fatto che non è (o meglio, non sarebbe in base alla forma attuale) prevista la punizione per l'"essere clandestini", come se questa fosse una non meglio identificata entità biologica o etnica, quanto piuttosto per l'"introdursi clandestinamente" - che comunque, di fatto, giuridicamente sarebbe di ben difficile applicazione se non in presenza di flagranza di reato. (Una norma tra l'altro prevista e presente anche negli ordinamenti giuridici di altri avanzati e rispettati paesi occidentali.) E in base alla forma (non definitiva) anticipata dal governo, qualsiasi critica che muova i propri passi su un piano non pragmatico (cioé in base a quello che la legge farà o non farà) ma meramente teorico (cioé riferendosi a quali valori tale legge sembra o non sembra richiamare) rientra nel campo di quella fallacia di consistenza che Leo Strauss definiva reductio ad Hitlerum.

Un crimine è sempre l'attraversamento di un confine (in senso lato) in assenza dei requisiti per farlo. Il confine segna gli estremi concreti di un atto inteso come perseguibile nel momento in cui un soggetto ne oltrepassa i limiti. Se si prende ad esempio il furto, l'atto nudo e crudo che rappresenta il "confine" non è il rubare in sé (al momento del furto il confine è già stato attraversato) ma è il "prendere un portafoglio": chi prende un portafoglio in presenza di certi requisiti (in quanto, ad es., legittimo proprietario) non compie alcun reato, chi invece non possiede i requisiti necessari per farlo compie un reato. Se dentro una casa entrano il proprietario o persone da lui autorizzate si ha un atto legittimo, se entrano sconosciuti forzando la serratura è effrazione di domicilio. Ma i confini sono mobili: se si ha un terreno aperto chiunque vi può entrare, ma nel momento in cui, per più o meno opinabili motivazioni, il proprietario decide di recintarlo e restringere l'accesso, quello che prima era legittimo (l'accesso ad una determinata zona pur in assenza dell'autorizzazione dal proprietario) diventa reato.

Non è certamente detto che una soluzione del genere possa produrre effettivi benefici (quando non addirittura altri guasti), ma sventolare gli stendardi uncinati del nazismo e di tutte le forme di fascismo e razzismo associate, suona più come una mossa propagandistica atta a svalutare la posizione aprioristicamente in toto cercando di evitarne gli aspetti problematici. Ed è in questo mirare ad una comunicazione emotiva che cerca la persuasione esibendo una tutt'altro che scontata analogia con il nazismo, cioé facendo deragliare il discorso dal concetto di confine a quello mai messo in discussione di razza, che trova il suo terreno fertile la reductio ad hitlerum.

(A latere, risulta tristemente interessante notare come ancora una volta il Vaticano non perda occasione per alzare la voce ed ingerire negli affari interni della sovranità italiana, e attraverso le parole di monsignor Marchetto comunicare all'agenda politica italiana che "I cittadini di Paesi terzi, come cittadini comunitari, non dovrebbero essere privati della libertà personale o soggetti a pena detentiva a causa di un'infrazione amministrativa". E ancora più inquietante è scoprire che a fronte ad ingerenze di matrice religiosa sia un presunto reazionario come Gasparri a rispondere che "lo Stato ha responsabilità laiche e deve dotarsi di strumenti e di norme", mentre una presunta progressista come il capogruppo del PD Anna Finocchiaro si genuflette invitando a riflettere sulle parole della Chiesa.)