31 luglio 2008

Endless Pain

Il sindaco di Verona Tosi ha deciso che sia applicata la multa massima (500 euro) prevista dal pacchetto sicurezza per chi "contratta" prestazioni con le prostitute. Lo si può considerare un primo passo verso un indebolimento della totale impunità di cui invece attualmente godevano i clienti. Ma si tratta di un primo passo blando e inficiato da un'errata concezione di quale sia il rapporto tra le "schiave" e i loro clienti. Si tratta di un piccolo e apprezzabile cambiamento, ma che comunque parte da presupposti sbagliati e si muove nella direzione sbagliata.

Alla base di un simile provvedimento non c'è nessun interesse volto a punire chi si rende complice di odiosi crimini, né tantomeno di emancipare chi de facto vive in condizione di schiavitù vittima di abusi da parte di conoscenti ed estranei. Perché quello compiuto dal cliente con la prostituta-schiava non è una semplice prestazione sessuale che segue una contrattazione economica, ma è uno stupro a pagamento. La prestazione a pagamento c'è nel momento in cui due adulti consenzienti si accordano liberamente tra loro, ma quando una minorenne viene obbligata a prostituirsi non si tratta più di contrattazione, ma di abuso sessuale da parte del "cliente". E per quanto possa essere giusto e sacrosanto agire in favore dei cittadini che si trovano sotto casa uno squallido mercato del sesso, è decisamente riduttivo pensare che il tutto possa risolversi in sanzioni amministrative atte a colpire chi danneggerebbe il decoro della città, senza tenere in nessuna considerazione le vittime. E dietro l'idea di una presunta libera contrattazione tra cliente e prostituta-schiava non ci può essere altro che ipocrisia, perché per definizione gli schiavi non contrattano liberamente, obbediscono ai padroni e basta.

Scena 1. Una ragazza cammina di sera per una strada isolata. Due tizi la aggrediscono. Lei cerca di urlare ma i due le tappano la bocca e la minacciano del peggio. La ragazza piange mentre la portano in un posto isolato, e continua a singhiozzare mentre i due ripetutamente abusano sessualmente di lei. Una volta fatti i loro porci comodi, si alzano e se ne vanno come se nulla fosse. E lei sconvolta, mezza nuda e tremante si alza in piedi incerta e comincia a vagare confusa alla ricerca di un aiuto.

Scena 2. Una ragazza cammina di sera per una strada isolata. Due tizi la aggrediscono. Lei cerca di urlare ma i due le tappano la bocca e la minacciano del peggio. La ragazza piange mentre la portano in un posto isolato, e continua a singhiozzare mentre i due ripetutamente abusano sessualmente di lei. Non contenti, decidono che oltre al divertimento possono anche ricavare qualcosa dalla situazione: chiamano un loro conoscente e gli propongono di divertirsi un po' anche lui, a pagamento ovviamente. Il conoscente arriva, paga i due aggressori e abusa anche lui della donna mentre questi la tengono ferma. Una volta finito il tutto, i tre decidono che ne hanno avuto abbastanza e se ne vanno a bere al bar. E intanto lei sconvolta, mezza nuda e tremante si alza in piedi incerta e comincia a vagare confusa alla ricerca di un aiuto.

Scena 3. Una ragazza viene trasportata, con la violenza o con l'inganno, in un paese straniero. Qui viene presa da due tizi che la portano dentro un'appartamento, e la violentano e la picchiano ripetutamente per sottometterla al loro volere. Ma il loro interesse non è il piacere sessuale, è venderla come merce per chi ha voglia di un po' di divertimento a buon prezzo. La ragazza viene chiusa in una stanza e le viene detto che verranno fatte entrare delle persone e che lei dovrà fare sesso con loro altrimenti saranno altre botte e violenze varie. Chiusa nella sua stanza, la ragazza assiste a questo viavai di persone che entrano ed escono dalla porta e dal suo corpo. I due tizi non hanno bisogno di tenerla ferma mentre i terzi ne abusano: è sufficiente che si facciano vedere tra un "cliente" e l'altro per ricordarle che l'alternativa all'obbedienza è il dolore.

Scena 4. Una ragazza viene trasportata, con la violenza o con l'inganno, in un paese straniero. Qui viene presa da due tizi che la portano dentro un'appartamento, e la violentano e la picchiano ripetutamente per sottometterla al loro volere. Ma il loro interesse non è il piacere sessuale, è venderla come merce per chi ha voglia di un po' di divertimento a buon prezzo. La ragazza viene mandata su un marciapiede e le viene detto che dovrà fare sesso con quelle persone che si accostano a bordo delle loro macchine. Dovrà essere gentile con loro altrimenti saranno altre botte e violenze varie: che non le venga in mente di provare a fuggire, perché se ci prova la cercheranno, la troveranno e nella migliore delle ipotesi proverà il più intenso dolore di tutta la sua vita. E anche qualora non la trovassero mai, sanno comunque dove si trova la sua famiglia d'origine e si vendicheranno su questa. Sera dopo sera, sul marciapiede la ragazza assiste a questo viavai di persone che si avvicinano a bordo delle loro macchine e che con poche decine di euro possono godere di prestazioni possibili grazie al processo di violento addomesticamento della ragazza. I due tizi non hanno bisogno di tenerla ferma fisicamente mentre gli avventori che si susseguono ne abusano: le minacce sono più che sufficienti a ricordarle che l'alternativa all'obbedienza è il dolore, suo o dei suoi cari.

Exeunt Omnes.

25 luglio 2008

TV War

Amleto definisce lo spettacolo che farà rappresentare davanti al re suo zio come una trappola che cattura la coscienza. Quello che Amleto cerca è un cenno, un sussulto, qualcosa che possa dimostrargli che il fantasma con cui aveva parlato era realmente lo spettro di suo padre che gli diceva il vero, e non un diavolo che cercava di approfittare della sua debolezza emotiva per dannare la sua anima per sempre. Lo scopo della rappresentazione diventa pertanto il mezzo per portare in superficie qualcosa che altrimenti continuerebbe a giacere nell'interiorità dello spettatore. Il turbamento del re nell'assistere alla rappresentazione del fratricidio non è generato tanto da ciò che osserva, ma da ciò che questo evoca in lui che osserva.

Luna Park presso l'Idroscalo di Milano. Un giostraio decide di esibire una nuova attrazione: un pupazzo antropomorfo su una sedia elettrica. Al costo di 1 euro, chiunque voglia può decidere di attivare lo spettacolo: per circa quindici secondi il manichino viene scosso come se fosse attraversato da scariche elettriche, e contemporaneamente viene avvolto da fumo fino a quando la sequenza non termina lasciandolo piegato in avanti. In breve tempo l'attrazione diventa popolare: ma con la notorietà arrivano anche le attenzioni di chi non sembra apprezzare. Prima genitori sparsi, poi il Mo.I.Ge. e a seguire un pm che ordina il sequesto dell'attrazione e infine il sindaco Moratti che definisce lo spettacolo come "indegno".

Divertente o meno che possa essere in sé, cosa poteva mai avere una simile attrazione per suscitare tali reazioni? In fondo si trattava di un Luna Park, cioé di un posto dove si possono trovare Case delle Streghe, Tunnel degli Orrori, giostre da brivido, e quanto altro può servire per suscitare emozioni forti negli avventori. E per quanto attinente al contenuto dell'esibizione, la spiegazione offerta dal sindaco Moratti secondo cui sarebbe "uno spettacolo indegno per un Paese che ha lottato contro la pena di morte", come tutte quelle sulla stessa lunghezza d'onda, si limita ad oscillare tra la constatazione dell'ovvio e un po' di moralismo a buon prezzo. Ma se invece di considerare la vicenda come una malattia isolata, la si considera come rappresentazione metaforica di qualcosa di differente e più radicato nel tessuto culturale, le cose cambiano.

Spostando l'attenzione dal contenuto della rappresentazione alla dinamica della sua messa in scena, una delle prime cose che appare è che, nella sua elementare meccanicità, non avviene altro che un'alternanza di soldi e morte: lo spettatore spende soldi per vedere una rappresentazione della morte. Ed in tal senso non si tratta semplicemente di uno spettacolino "indegno", ma si tratta piuttosto di un'esibizione che rimanda al lato più profondo ed osceno del rapporto tra il pubblico e le notizie di cronaca nera. La catena che anima la rappresentazione della morte in un programma come, ad esempio, Porta a Porta, potrebbe essere così rappresentata: Porta a Porta tratta un caso di cronaca nera, gli inserzionisti pubblicitari pagano per far apparire il prodotto negli intermezzi, l'utente va a comprare il prodotto pubblicizzato, aumentano le entrate degli inserzionisti, nuove pubblicità in nuove trasmissioni di cronaca nera ed il ciclo riparte da capo. Riassumendo la sequenza sarebbe qualcosa come: pubblicità, omicidio di Cogne, pubblicità, omicidio di Meredith, pubblicità, etc.

Gli spettatori pagano (indirettamente, attraverso l'acquisto di prodotti vari) per assistere a rappresentazioni della morte, più o meno brutali o efferate. Il che era esattamente quello che facevano i felici spettatori del pupazzone al Luna Park: una moneta, uno rappresentazione della morte, una moneta, una rappresentazione della morte, una moneta, e così via. Pertanto, in questi termini, se una colpa può essere attribuita all'attrazione del Luna Park non è di essere uno spettacolo indegno, ma semmai una rappresentazione oscena. Nella sua veloce ed istantanea brutalità, l'esecuzione del manichino esibisce il lato osceno del rapporto tra pubblico e morte: la sua cattiva coscienza. Durante l'esecuzione del pupazzo non avveniva una celebrazione della pena di morte, ma una messa in scena che coinvolgeva attivamente il pubblico e ne raffigurava sinteticamente, e senza il filtro dello schermo televisivo, la passione per la cronaca nera più violenta e brutale (qualcosa, cioé, a cui possono essere ricondotti anche altri avvenimenti come, ad esempio, le folle di persone che fanno la coda davanti ai tribunali per assistere alle sedute dei processi per omicidio più popolari).

23 luglio 2008

Jigsaw

Da qualunque parte si guardi la vicenda riguardanti il giudice Forleo e i provvedimenti che sono stati presi nei suoi confronti da parte del CSM, una cosa è possibile affermare con certezza: in qualche modo c'è stata un ingerenza della magistratura nella vita politica del Paese. Titolare dell'inchiesta sul caso Unipol, la Forleo era stata sospesa in seguito ad alcune sue dichiarazioni riguardanti presunte pressioni ricevute da parte di colleghi e delle forze dell'ordine a non proseguire oltre nelle sue indagini: il giudice di Milano aveva dichiarato che alcuni suoi colleghi che stavano cercando di insabbiare l'indagine, e per questo motivo il CSM ha stabilito la necessità di un trasferimento per "incompatibilità ambientale", motivando la sentenza in base a comportamenti definiti come caratterizzati da "eccessiva disinvoltura", "marcata carenza di equilibrio", "abnorme personalizzazione" e "propensione a condotte vittimistiche".

Senza entrare nel merito del caso Unipol, del tempismo della sospensione dell'indagine, etc. le opzioni possibili non possono essere altre che due: o il giudice effettivamente ha ricevuto pressioni, o l'indagine e tutto il caso che è seguito sono frutti di un delirio narcisistico. In entrambi i casi la decisione del CSM non può che lasciare perplessi, per usare un eufemismo. Infatti, ipotizzando che le indagini riguardanti l'intreccio tra finanza e politica fossero fondate, il blocco dell'inchiesta e il successivo traferimento del giudice non possono essere lette se non come la dimostrazione pratica della politicizzazione della magistratura e di un suo schieramento tutt'altro che imparziale; Viceversa, qualora le motivazioni del CSM per allontanare il giudice fossero fondate, sorge spontanea una domanda: com'è possibile che la massima autorità della Magistratura consenta ad una persona simile, dipinta come un'egocentrica squilibrata con tendenze paranoidi, di continuare a lavorare con ruoli di responsabilità in un ambito delicato come la giustizia?

Ma lasciando da parte gli interrogativi su da quale parte stia il torto e dove la ragione, è possibile arrivare comunque alla conclusione che sicuramente almeno un'ingerenza c'è stata.
Defininendo X come l'evento "ingerenza della magistratura", A come l'evento "ingerenza del giudice Forleo ai danni della maggioranza eletta", B come l'evento "ingerenza del CSM a protezione della maggioranza eletta", e considerando infine che A e B esauriscono, in ragione della loro antiteticità, l'insieme delle possibilità disponibili si ha che:
P(A) = P(X)
oppure
P(B) = P(X)
e quindi
P(A|B) = P(X)
cioé che l'evento X è certo in quanto stocasticamente indipendente dal verificarsi di almeno uno tra A o B. Perciò sia che si sia trattata di un'azione di attacco da parte del giudice Forleo ai danni della maggioranza di governo, sia che si sia trattata di un'azione di difesa volta a proteggere alcuni rappresentanti politici dall'azione del magistrato inquirente, cioé per quanto non si possa determinare da parte di chi è quando, è comunque possibile affermare che nella vicenda in questione almeno uno sconfinamento da parte della magistratura in ambito politico c'è stato.

Il che conduce direttamente alle polemiche riguardanti il cosiddetto Lodo Alfano. Essendo questo legato alla vicende giudiziarie del premier, tutta la discussione si perde nel valutare o meno se questo debba farsi processare o meno. Ma la discussione così posta perde la messa a fuoco di quella che dovrebbe essere il punto centrale della questione: esiste o meno un conflitto tra poteri e quindi l'esigenza di salvaguardare le più alte cariche dello Stato, cioé le figure che rappresentano il fulcro della vita democratica del paese, da eventuali ingerenze della magistratura?

Concentrarsi sulle questioni del premier fa perdere di vista il problema in quanto non si tratta di una salvaguardia della persona in quanto tale, ma piuttosto di una protezione della figura istutuzionale e del potere che essa rappresenta. Quindi, ad esempio, essendo il Parlamento la fonte del potere delle figure in questione, nulla impedisce che, a fronte di accuse gravi, questo non possa sfiduciare in qualunque momento gli accusati e restituirli alla perseguibilità giudiziaria. Tanto più che, trattandosi di una sospensione, non va ad agire in alcun modo sui tempi di prescrizione.

Viene spesso opposta l'argomentazione secondo cui non esiste niente di simile in nessun altro paese occidentale. Ma una delle domande da porre assieme a questa affermazione é: nella Francia di Sarkozy, nella Spagna di Zapatero, nell'Inghilterra di Gordon Brown, nella Germania di Angela Merkel, esiste un organismo pari al CSM che si arroga il diritto di deliberare nel corso di sedute ufficiali (quindi non a livello di semplice parere da talk show) sulla costituzionalità di una legge, anticipando e pertanto scavalcando le prerogative del Parlamento, del Presidente della Repubblica e della Corte Costituzionale? Il che non vuole significare (e tantomeno sostenere o addirittura dimostrare) che il Lodo Alfano sia un buon provvedimento o che possa in qualche modo andare a toccare in modo costruttivo alcuni aspetti della vita politica, ma solo ed unicamente provare a restituire la questione alla sua problematicità sganciandola dalle posizioni pro o contro premier, più simili agli scambi tra curve di tifoserie opposte durante un derby che non ad un dibattito politico.

16 luglio 2008

Sympathy for the Devil

Il motivo che spinse Amleto a far sì che gli attori giunti al Castello mettessero in scena la morte di suo padre consisteva nella ricerca di una prova che potesse fugare uno dei dubbi che lo lacerava: l'idea che il fantasma che aveva incontrato fosse in realtà un diavolo che aveva assunto sembianze a lui care per costringerlo, in nome dell'amor filiale, a commettere un crimine orrendo e a diventare così l'artefice della sua dannazione. In Amleto era chiara l'idea che il male fosse tanto più pericoloso quanto più si fosse presentato con un volto suadente ed amichevole.

Saltando avanti nei secoli, Hannah Arendt, nel suo libro dedicato al processo ad Adolf Eichmann tenutosi a Gerusalemme, individua l'aspetto più drammatico del nazismo proprio nella sua ordinarietà. Andando oltre la cortina mitica di cui il Reich si era ammantato, quello che la Arendt vede sedere al banco degli imputati non è un mostruoso esempio di malvagità biblica, ma un semplice ed anche un po' ottuso burocrate. L'aspetto più drammatico del male di cui Eichmann si era reso complice consisteva proprio nella sua legalità, e nel fatto che essendo legale usciva da qualsiasi grande aberrazione per diventare espressione di un sistema burocratico banalmente edificato su procedure e regolamentazioni. Quello che unisce la drammaticità delle deposizioni nel processo al nazista tedesco al dubbio amletico è l'evidenza di una male che si manifesta sotto la forma dell'ordinarietà: l'amore filiale nel caso del principe di Danimarca come nel senso del dovere e nel rispetto della legalità nel caso di Eichmann.

La settimana scorsa, una notizia attraversa la cronaca italiana finendo per collocarsi in uno spazio a metà strada tra la curiosità anedottica ed una singolare forma di folclore: la Cassazione decide di assolvere un 44enne di Perugia sorpreso con un etto di marjuana in quanto dichiaratosi rastafariano, stabilendo così che davanti alla legge non tutti sono uguali ma le pene possono cambiare di persona in persona a seconda della religione di appartenenza.

Quando la Cassazione tedesca aveva deciso di offrire uno sconto di pena ad un sardo che aveva segregato, torturato e violentato per giorni la sua ex, motivando tali attenuanti in ragione della cultura di provenienza dell'uomo, le reazioni in Italia furono (giustamente) scandalizzate e seguite da accese proteste, e per un valido motivo: quello che si andava affermando era il principio razzista secondo cui un individuo proveniente da una regione italiana non debba essere giudicato come qualsiasi altro individuo in quel paese perché proveniente da una cultura degradata.

Al di là della differenza del crimine, quello che si è andato affermando nella sentenza della Cassazione italiana è lo stesso principio: l'idea che non a tutte le persone debba essere riservato lo stesso trattamento giuridico, ma che questo possa di volta in volta variare a seconda della cultura di riferimento, o di provenienza, dell'imputato. Ammantandosi delle ingannevoli vesta del multiculturalismo, il fatto che un rastafariano non debba essere condannato come un qualsiasi altro cittadino (e viceversa che gli altri cittadini non possano godere degli sconti di pena riservati ai rastafariani) rappresenta un elemento di discriminazione religiosa: dietro il riconoscimento delle differenze culturali si nasconde l'insidia di un principio che scardina in profondità il principio fondante della costituzione secondo cui "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali."

Certamente per il rastafariano, come per il sardo e la sua riduzione di pena in Germania, rappresenta una vittoria in quanto assoluzione dai crimini imputati. Ma dietro l'accettazione priva di reazioni da parte dell'opinione pubblica si evidenzia come il male tenda ad assumere forme sorridenti e amichevoli, come quelle di un rastafariano che, a differenza degli altri cittadini, se ne può andare tranquillamente in giro con un etto di marjuana in macchina. E mentre buona parte dell'opinione pubblica è impegnata a protestare contro la sospensione temporanea dei processi per le quattro più alte cariche dello Stato, il diavolo dal volto familiare che faceva vacillare la coscienza di Amleto utilizza le argomentazioni del multiculturalismo per stabilire un precedente nel decretare una disuguaglianza tra i cittadini a fronte di reati legati alla droga in virtù di differenti credo religiosi.

15 luglio 2008

Master of Puppets

E' interessante notare come a fronte dell'imbarbarimento linguistico e culturale esibito da buona parte dell'intelligencija sinistroide (Travaglio, Colombo, la Guzzanti, i fratelli Veronesi, etc.) ci sia chi comincia ad organizzare una levata di scudi sventolando le scuse secondo cui si tratterebbe di un avvicinamento della sinistra agli strati più bassi della popolazione, o di una reazione che utilizza gli stessi metodi dell'avversario, o tutte e due le cose assieme.

Le giustificazione alla base di simili comportamenti sarebbero più o meno queste: per anni gli avversari hanno utilizzato certi metodi quindi ora è giusto ripagarli con la stessa moneta; ed inoltre, alle ultime elezioni, la Lega ha sottratto voti alla sinistra perché sapeva comunicare con la "gente" mentre la Sinistra se ne stava chiusa nei salotti buoni della società, quindi per recuperare quei voti persi è necessario fare come la Lega. Un aspetto, quest'ultimo, che in teoria sarebbe tutt'altro che sbagliato, se non fosse che invece in pratica attualmente gli esiti si dimostrano ben lontani dalle intenzioni dichiarate. E questo ancora una volta per il prevalere dell'immagine assolutisticamente dogmatica che gli intellettuali radical chic hanno della popolazione.

Lasciando da parte ogni indagine sul fatto che l'uso della calunnia e dello schermo possa essere premeditato da chi li utilizza nell'ottica di una sintonia con il "popolo", o di una reazione strategica piuttosto che dettato da infantile livore, quello che può risultare interessante è riflettere sulle giustificazioni che vengono addotte addotte e sulla visione della società su cui implicitamente si basano.

Dopo aver passato anni a stigmatizzare la mancanza di rispetto per la verità e per la dignità delle persone da parte dell'avversario, oggi una simile reazione dovrebbe esserci anche di fronte a quegli alleati che si comportano come il "nemico". E invece la reazione non solo non è di presa di distanza, ma in alcuni casi anche di plauso. Ne consegue che quella che viene evidenziato dall'uso "strategico" della calunnia, alla luce del disprezzo di cui tale mezzo gode a seconda di chi lo utilizzza, è una concezione profondamente fascista delle relazioni umane.

In un sistema democratico, ad esempio, qualsiasi cittadino onesto a seconda del titolo, delle competenze, etc. ha le stesse opportunità di trovare lavoro indipendentemente da razza, religione, credo politico, etc. In un sistema fascista invece avviene l'opposto: un cittadino con la tessera del partito di regime ha più probabilità di trovare lavoro di un non iscritto, indipendentemente da titolo, competenze, etc. L'essere fascista offre possibilità che ai non fascisti vengono negate. Allo stesso modo, l'idea che la calunnia e lo scherno - che comunque già sono metodi di comunicazioni fascisti in sé - possano essere disprezzabili o viceversa accettabili, quando non addirittura degne d'applausi, a seconda dell'appartenenza politica di chi ne fa uso è un comportamento radicalmente fascista. L'utilizzare le scorrettezze dell'avversario per opporvisi non solo non rende tali azioni corrette, ma piuttosto finisce con l'offrire una giustificazione pragmatica a simili comportamenti in quanto condivisi.

A questa azione di opposizione "strategica" va poi ad affiancarsi un secondo ordine di giustificazioni. Quelle secondo cui sarebbe un modo di avvicinarsi al "popolo". Per anni, buona parte dell'intelligencija ha criticato (per non dire "offeso") larga parte della popolazione (cioé quella che ha votato il Grande Avversario, quella che guarda i reality show, quella che non apprezza Travaglio, etc.) definendolo "tonto", "rincretinito dalla televisione", "mafioso", "corrotto", "ignorante", etc. In pratica, la parte peggiore del paese. Come era ovvio aspettarsi, chiunque si sia riconosciuto in una delle tante categorie oggetto di disprezzo non ha certamente supportato lo schieramento politico degli snob radical chic, e per un semplice motivo: difficilmente le persone si schierano dalla parte di chi li copre d'insulti.

Senza porsi il minimo problema sul fatto che possa trattarsi di un problema di contenuti, dall'alto dei salotti e dei loft, gli intellettuali radical chic avrebbero pertanto deciso di scendere in piazza e cambiare forma utilizzando un registro comunicativo (secondo loro) più adatto al popolo. Non solo non viene rimessa in discussione l'idea di un popolo composto da idioti, ma addirittura viene utilizzata come base per giustificare l'uso dei metodi fascisti di cui sopra: lo sfoggio di insulti, le calunnie, gli scherni rivolti ai difetti fisici, le pioggie di "vaffanculo" vari, sarebbero tutti stati utilizzati in quanto costituirebbero una forma di comunicazione più facilmente comprensibile da folle che erano e rimangono composte unicamente da diversamente intelligenti. In sintesi, adottano i metodi dei fascisti per modificare il modo di comunicare con le masse, ma alla base la concezione che hanno di queste è sempre la stessa: e di fronte ad una simile novità da parte dei maître à penser, la base ubbidiente si adegua.

(Viene da sè che questa seconda argomentazione tende a mostrare tutta la sua fragilità nel momento in cui si tiene conto del fatto che alle conferenze ed alle manifestazioni di piazza in cui sono state utilizzate le diverse forme di calunnia non era presente quella parte del popolo oggetto di disprezzo, piuttosto, sia sopra che sotto il palco, si trovavano coloro che sono concordi nel disprezzarlo. Ma come si diceva sopra, non era tanto in discussione la veridicità di tali argomentazioni, quanto vedere su quali elementi siano fondate.)

14 luglio 2008

Just Like Heaven

Una delle tesi più inflazionate sul rapporto spettatore-televisione (o comunque mass media in generale) è quella secondo cui gli spettacoli trasmessi avrebbero una funzione propagandistica, cioé sarebbero strumenti in mano a non meglio precisate forze (oscure) della società che li utilizzerebbero per addormentare le coscienze dei cittadini.

Ovviamente, alla base di simili affermazioni c'è sempre la presunzione, da parte di chi le fa, di non essere vittima di simili inganni, a differenza del popolino un po' tonto che siccome vede i poliziotti buoni in TV si convince che tutte le forze dell'ordine sono buone (CSI, Criminal Minds, etc.), o magari vedendo l'avvocato appassionato e con un forte senso della giustizia si ritrova a pensare che tutti gli avvocati sono persone buone e oneste (Law & Order, Close To Home, etc.), e così via. Ma alla base di tutto ciò si trova un fraintendimento, e cioé che il cinema (di cui le serie TV sono una ovvia estensione) agisca sul piano del convincimento razionale e non su quello del desiderio.

Come sa benissimo qualsiasi pubblicitario, lo scopo di una narrazione per immagini non è insegnare nozioni teoriche a proposito di un prodotto in generale, ma rendere desiderabile quel prodotto specifico: trasformare l'oggetto esibito in oggetto del desiderio. Andando a generare nuovi desideri nel caso di nuovi prodotti, oppure offrendosi di soddisfare i bisogni concreti nel caso di prodotti già esistenti. Ad esempio, lo scopo della pubblicità di una birra non è convincere il pubblico che bere genericamente birra fa bene, è alla moda, o qualsiasi altra cosa, ma piuttosto legare un particolare tipo di birra (quella pubblicizzata, ovviamente) al desiderio di chi la guarda. La pubblicità non mira a spiegare la realtà e a convincere il pubblico, ma individua un desiderio e vi si lega, o in sua assenza lo genera. Ma che sia spontaneo o indotto, affinché ci sia il desiderio è necessario che ci sia anche un'esigenza da soddisfare.

I grandi miti del cinema, i sex symbol, le top model, e tutti quei personaggi che diventano oggetto del desiderio di grandi folle, raramente hanno un aspetto ordinario (a meno che il loro livello di popolarità non sia tale da riuscire a colmare le carenze nell'aspetto), e comunque rappresentano la simbolica incarnazione dei più radicati desideri di una parte della popolazione: ricchezza, bellezza, popolarità. Desideri che in larga parte sono destinati a rimanere insoddisfatti.

Ed ecco allora apparire l'insoddisfazione come motore desiderante alla base del successo di molteplici serie televisive (spesso statunitensi, spesso poliziesche). Al di là dell'elevata qualità della produzione, e spesso anche delle sceneggiature, da un punto di vista sociale le serie come CSI non hanno semplicemente un bonus di successo (la cui provenienza rimarrebbe oscura ed ignota) da spendere in opere di persuasione sociale, piuttosto hanno successo anche perché mettono in scena i desideri dello spettatore di ciò che sente mancargli: ad esempio, forze dell'ordine che nel massimo rispetto delle regole sono instancabilmente determinati a risolvere onestamente e razionalmente i crimini più efferati, avvocati o procuratori che con instancabile senso della giustizia puntano determinati all'affermazione della Verità indipendentemente da costi e parcelle, medici o infermieri che curano i pazienti andando mettendo a repentaglio anche la propria incolumità (economica, quando non anche fisica) per di ristabilirne la salute, etc.

CSI, o Law And Order, o ER, non dispongono di un'aprioristica base di consenso che permetterebbe loro di manipolare le menti degli spettatori dipingendo un mondo buono inesistente, ma piuttosto trovano il loro consenso nel fatto che quei mondi che vengono messi in scena sono riconosciuti dallo spettatore come inesistenti, e pertanto desiderati. Nelle serie televisive viene dipinto un mondo giusto ed ordinato, ed in quanto tale assume i contorni di un oggetto utopico. Le narrazioni televisive sono lo specchio dei desideri degli spettatori a cui si rivolgono, e perciò delle carenze della società che questi vedono rappresentata sul piccolo schermo: sono la rappresentazione scenica di una soddisfazione utopica.

Giunti a questo punto sarebbe però un errore considerare una tale utopia come sovversiva. Proprio per il fatto che non lavorano sul piano della persuasione, ma su quello del desiderio, l'obiettivo delle serie televisive è semplicemente offrire un'immagine idealizzata del presente. Dato che il bisogno affonda le sue radici nel qui e nell'ora, quella che viene offerta è una visione (avventurosamente) idealizzata degli stessi qui ed ora, ed indirettamente di come non sia necessario rivolgersi ad un Altro sovversivo poiché quanto già c'è potrebbe essere fonte di soddisfazione. L'utopia risiede quindi nel fornire la rappresentazione del presente desiderato, e non nell'idealizzazione di un presente immaginario.

08 luglio 2008

Bullet in your Head

La leggenda dei Lemming narra che questi piccoli roditori periodicamente, durante i periodi di carestia, commettano suicidio di massa per evitare i problemi derivanti dalla sovrappopolazione. A partire da questa idea è stato creato un fortunato videogioco/rompicapo in cui il giocatore in ogni quadro deve guidare i Lemmings da un punto di partenza ad uno finale sfruttando le capacità a disposizione. Il principale elemento di difficoltà è costituito dall'ubbidienza incondizionata delle simpatiche creaturine: se camminano, cammineranno fino a quando non troveranno un ostacolo che li spingerà in dietro o fino a quando non troveranno un burrone nel quale si lanceranno senza esitazione; se scavano, lo fanno fino a quando non trovano un materiale che non riescono a penetrare e allora fanno dietrofront, altrimenti scavano fino a creare una voragine verso il nulla in cui si lanceranno; e così via.

In ambito commerciale, con il termine "fidelizzazione" si intende quella tecnica di markenting avente l'obiettivo di legare il consumatore ad un particolare prodotto, marchio, azienda, etc. Le azioni che possono essere messe in campo sono molteplici e mutevoli a seconda del prodotto da vendere: si può andare da campagne pubblicitarie pressanti a raccolte punti con premi accattivanti per i prodotti da supermercato, dall'attenzione al mercato e proposte di modifiche contrattuali favorevoli fino ad un servizio clienti rapido ed efficiente nel mondo dei servizi, etc. Apparentemente sembrerebbe che l'obiettivo della fidelizzazione possa essere la trasformazione del consumatore in un Lemming, ma questo al limite può essere solo il sogno di manager e direttori del marketing, perché a differenza delle creaturine obbedienti il consumatore segue le direttive dell'azienda fintantoché non scende al di sotto di determinati requisiti minimi. Per quanto possa aver fidelizzato milioni di persone in tutto un paese, nel momento in cui un'azienda di surgelati dovesse mettere sul mercato cibi guasti o se una compagnia telefonica dovesse triplicare i costi degli SMS rispetto a tutta la concorrenza, i clienti scapperebbero via verso altri marchi. E non esiste brand management che tenga: per quanto la Ceres possa investire in pubblicità finalizzate all'incremento del cosidetto "valore percepito", se per ipotesi dovesse decidere di sostituire la birra nelle bottiglie con acqua sporca, le vendite crollerebbero immediatamente.

Come i partiti politici, in base alla medium voter theory, tendono verso una posizione centrale alla ricerca del maggiore bacino di elettori possibili (quindi verso una posizione centrale quanto più equidistante possibile dai vari estremismi), così le aziende che vendono prodotti convergono verso gli stessi tipi di prodotti e gli stessi prezzi, creando così l'illusoria percezione di un complotto delle "multinazionali" a livello planetario. Prendendo ad esempio il mondo delle bibite, qualsiasi bevanda ambisca a competere sul mercato con la Coca Cola non può fare altro che produrre una bevanda con un sapore molto simile e con un prezzo concorrenziale, perché il rapporto qualità-prezzo della Coca Cola si dimostra essere vincente sul mercato: milioni di persone in tutto il mondo spendono con piacere i loro soldi necessari per assaporare quel gusto. E questo vale per le Birre, i chewing gum, le automobili, i film, i dischi, e così via.

Ma nquesto non sembra valere nei confronti dei partiti o comunque nel campo della politica. Infatti per una buona fetta di elettorato, la possibilità di un'analisi critica seria, o comunque di un'elementare valutazione sui vantaggi e i benefici di una determinata azione in relazione ai costi sembra assumere i connotati dell'oltrepassamento di un limite sacro. Quello che non verrebbe mai permesso ad un banale supermercato, viene quotidianamente concesso a chi si muove nell'ambito politico. Il consumatore medio non accetterebbe mai, se non per distrazione, di acquistare una confezione di mozzarelle su cui non sia chiaramente indicata la data di scadenza, fidandosi del commesso di turno che gli dice di non preoccuparsi che è buona e non le fa male. Invece, interi branchi di elettori scendono in piazza ad ascoltare solenni bufale senza porsi alcuna domanda: nel contesto del No Cav Day, con la partecipazione di tutti i grandi paladini della libera informazione (da Grillo a Travaglio) e del loro pubblico sempre pronto a lanciare strali infuocati contro le notizie controllate dal regime, una Sabina Guzzanti ha potuto portare avanti indisturbata un monologo in cui, tra le altre cose, calunniava una donna senza che esista uno straccio di prova di ciò che andava affermando. Perché al di là del passaparola nel villaggio virtuale delle zitelle pettegole, non esiste alcuna prova che dimostri l'esistenza di un'intercettazione in il premier discute con chicchessia delle abilità orali del suo attuale ministro; e comunque, anche qualora esistesse, non dimostrerebbe altro che qualcuno ha detto che è avvenuto qualcosa, ma non che questo qualcosa sia effettivamente accaduto.

L'adesione ad una manifestazione dichiaratamente contra personam come il No Cav Day dimostra chiaramente di fuoriuscire dai binari di un razionale scambio tra domanda e offerta per sconfinare supinamente in qualcosa che oltrepassa i lati più deleteri del tifo da stadio per finire direttamente nel fanatismo: perché non bisogna dimenticare che anche la curva più accesa e fedele, quando la squadra gioca ripetutamente male, contesta i propri colori. Agendo su circoli viziosi identici a quelli che stanno alla base della psicologia complottista - c'è un regime perché nessuno fornisce alcune notizie, e quindi le notizie che nessuno fornisce sono vere perché c'è un regime - il comunicatore riesce a presentare come vere tesi e teorie di cui non fornisce alcuna dimostrazione, e il pubblico le accetta come vere in quanto la mancanza di prove diventa la surreale dimostrazione dell'esistenza di un regime che le occulta.

Come nella peggiore logica complottista, i principi di causa ed effetto si invertono, e la credibilità diventa fonte di sapere anziché il contrario. E questa inversione è la base su cui poggia l'illogica inversione dell'onere della prova. Una teoria del complotto si basa sempre sull'assunto secondo cui i governi mentono, e a partire da questo torto originario i complottisti sostengono che sia un onere di chi non è d'accordo confutare i complottisti, e non piuttosto questi a dover fornire prove certe delle loro affermazioni. Allo stesso modo, basandosi sul maschilismo imperante, la Guzzanti ha avuto modo di fare affermazioni infondate ed indimostrate (sfruttando la credenza comune secondo cui se una donna fa carriera è perché la da in giro) lasciando al ministro oggetto delle sue calunnie l'onere di dimostrare che non è vero (e da tutt'altro che sprovveduta comunicatrice quale è, la Guzzanti sa benissimo che indipendentemente da prove, dimostrazioni o sentenze, ci vorrano anni prima che la Carfagna, in qualità di donna prima ancora che di ministro, possa scrostarsi di dosso il fango che le è stato gettato addosso).

Ma ancora più interessante, sempre nel parallelo con la logica complottista, è la coda rilasciata da Travaglio in cui afferma: "Il ministro Mara Carfagna querela Sabina Guzzanti per le parole dette dal palco? Bene, sara' un processo bellissimo. Finalmente potremo leggere le intercettazioni su Berlusconi che, altrimenti, sarebbero state distrutte. Visto che ci sara' un processo, le intercettazioni dovranno entrare nel dibattimento e non verranno distrutte". Con un candore a tratti disarmante, esprime apprezzamento per un processo che potrebbe finalmente permettere di sentire le intercettazioni in questione. Il che significa solo una cosa: che anche per ammissione dello stesso Travaglio, queste intercettazioni non sono mai state sentite né da lui, né da altri. In pratica non c'è nessuna prova, ma anzi spetterà al processo risucire a smentire quanto sostenuto nella pubblica piazza.

E' come se qualcuno si avvicinasse ad un consumatore e gli raccomandasse una particolare bibita, e alla domanda di questo su chiarimenti sul sapore il venditore rispondesse: "non lo so perché non c'è sul mercato e quindi l'ho mai assaggiata, ma quando sarà disponibile sugli scaffali sarà buonissima". Di fronte ad una situazione del genere, il consumatore medio reagirebbe ben poco favorevolmente e se ne andrebbe alla ricerca di qualcosa realmente esistente. Invece, nel parallelo partitico, il Lemming schierato politicamente si mette a guardare gli scaffali in attesa di qualcosa che nessuno ha ancora visto e che nessuno sa se arriverà mai. Ma ovviamente il tutto non si risolve con lo scaffale vuoto, perché dato che c'è un regime, se la bevanda non arriverà mai nei supermercati non sarà perché non esiste, ma perché c'è un complotto di regime che lo impedisce.

07 luglio 2008

Kill the Poor

Il cinema italiano, nella sua forma più intellettualmente snob e radical chic, rappresenta lo scollamento tra l'elite intellettuale e il "popolo". Attraverso una forma di paternalismo culturale, viene portato avanti un tipo di cinema che rinnega il corpo e la fisicità in favore di una dimensione cerebralmente boghese: per quanto apparentemente l'ispirazione si ponga come democratico popolare, l'impianto filmico all'interno del quale si muove si è consolidato, negli ultimi decenni, in direzione sempre più elitaristica.

La forza quasi istintiva di buona parte del cinema italiano era rappresentata dalla sua capacità di interagire con la classe lavoratrice. Senza scomodare i grandi maestri del passatto (Rossellini, Fellini, etc.), dal cinema di genere (poliziesco, western, horror, etc.) fino ad arrivare alla popolare commedia sexy all'italiana, non era importante solo il cosa veniva messo in scena, ma anche l'attraverso chi. Che si trattasse della commedia sexy con Bombolo o Alvaro Vitali, dei drogati di Amore Tossico, dell'horror con la tipica ragazza carina della porta accanta ingaggiata solo per scappare, urlare e nella migliore delle ipotesi portare il personaggio che interpreta sano e salvo al termine del film, quello che poteva apparire era la fisicità (talvolta anche grezza e sgraziata) degli attori. Il cinema poteva essere uno spazio d'emancipazione (magari anche solo temporaneo) per la classe lavoratrice. Ovviamente non si chiedeva a questi attori di incarnare l'abissale drammaticità di un Macbeth o di un Riccardo III: le parti venivano costruite attorno alle caratteristiche ed alle abilità dei singoli attori.

E se una Gloria Guida, con il suo viso da bambina, era perfetta nel ruolo della liceale o dell'infermiera maliziosa e una Nadia Cassini in quella della femme fatale sensuale ma un po' svampita, un Alvaro Vitali, data la sua altezza, l'aspetto e le movenze simpaticamente buffe, era quasi un predestinato al ruolo di un Pierino o di un Gian Burrasca nonché una spalla perfetta per gag a due, come un Lando Buzzanca, con l'accento e l'aspetto da homo Siculo e le movenze po' goffe, sembrava quasi nato per interpretare lo stereotipo dell'uomo del sud, tanto affamato di sesso e focoso quanto impacciato. Partendo dagli attori principali e arrivando ai personaggi di secondo piano, le figure che cambiano il costume per reincontrarsi su set con ambientazioni differenti sono innumerevoli; ma ci sono almeno un paio di figure che meritano uno sguardo particolare in virtù della loro prepotente e travolgente fisicità, e questo pur non avendo mai recitato nel ruolo di protagonisti principali.

Strappato via dalla sua attività di piattarolo, negli anni a cavallo tra '70 e primi '80 Bombolo ricopre innumerevoli ruoli, sempre da spalla e col compito di portare sullo schermo molteplici varianti dello stesso personaggio: attraverso l'uso di una mimica facciale eccessiva, l'ostentazione del dialetto romano e la disinvoltura nell'uso di suoni corporali ed espressioni onomatopeiche, la fisicità di Bombolo rappresentava l'incarnazione di un personaggio già pronto da utilizzare nelle occasioni a lui consone fornendogli di volta in volta il costume adatto. Un ruolo, quello del caratterista, che ha segnato la carriera dell'attore romano, ma che ha trovato la sua incarnazione per antonomasia in Jimmy Il Fenomeno. Strabico, basso e cicciottello, con una parlata nervosamente dialettale ai limiti della follia, nell'arco della sua carriera l'attore pugliese ricopre centinaia di ruoli - dalla suora, al maniaco, al bidello, etc. - solitamente con apparizioni di poche decine di secondi. Con ruoli ritagliati su misura per il suo personaggio, Jimmy Il Fenomeno rappresentava una sorta di apparizione improvvisa che nei pochi secondi della sua permanenza in scena era in grado di stravolgere la fluidità della narrazione creando parentesi di comicità quasi surreale.

Ma a partire dalla fine degli anni '70, e progressivamente sempre di più nel corso degli anni '80, lo spazio per questo cinema è stato prograssivamente corroso e limitato all'interno di una nicchia: una schiera di intellettuali ha soppiantato la classe bassa per porsi a rappresentanza di questa. Registi, attori e critici, hanno attaccato duramente la commedia e il cinema di genere vario in funzione di una politicizzazione dello spazio filmico dove il discorso sull'uomo ha progressivamente preso il posto precedentemente occupato dall'uomo in carne ed ossa.

Quella messa in atto da registi come Nanni Moretti, Gabriele Salvatores e compagnia assume quasi i connotati di un'epurazione. Duri attacchi critici hanno mirato senza sosta a sottolineare la pochezza e la volgarità di quei filmetti (secondo loro) da poco e basati su dialoghi da quattro soldi e battute da osteria. Vista attraverso queste lenti, la commedia sexy diventa il cinema del "buco nella serratura", come se tutto il film non fosse altro che un trascurabile contorno della scena con la graziosa fanciulla di turno che si spoglia da offrire in pasto ad un pubblico di guardoni grezzi accorsi solo per vedere un paio di tette e qualche culo.

E negli anni che seguirono l'urlo di Nanni Moretti in Ecce Bombo - "Ve lo meritate Alberto Sordi!" - le figure che progressivamente furono eliminate dalla scena non furono solo gli Alberto Sordi, o gli attori come Mario Brega (capaci di alternare con disinvoltura interpretazioni in film di Fellini o Sergio Leone ad altre nei primi film di Verdone o con Alvaro Vitali o Lino Banfi), ma anche tutta la schiera di caratteristi più o meno silenzisi che andavano ad arricchire le interpretazioni anche di grandi attori (ad esempio buona parte delle mogli dei personaggi interpretati da Alberto Sordi).

Con l'avvento del nuovo cinema, tutte queste figure tendono a sparire progressivamente. Tutti quegli attori che erano diventati famosi anche in virtù di interpretazioni simpaticamente goffe - spesso dovute al fatto che non nascevano con una preparazione da "professionisti" - progressivamente spariscono: gli attori brutti, grassi, impacciati, con difetti di pronuncia o volgari cadenze dialettali, vengono attaccati, derisi per i loro difetti ed emarginati dalle scene, ed assieme a loro tutte le sexy ladies del genere che avevano ottenuto il successo incarnando sullo schermo una ruspante sensualità popolare, con interpretazioni che diventano oggetto di disprezzo in quanto "pecorecce".

Molto prima dell'avvento delle "cultura delle veline", è nel cinema "intellettuale" che cominciano a sparire i brutti, le grasse, i rozzi e gli ignoranti, per lasciare spazio ad una schiera di interpreti morfologicamente completamente differenti: un ideale di equilibrio borghese che, al di là dei mutevoli contenuti di volta in volta didascalicamente esposti, si va ad incarnare in corpi discreti e di classe. Non a caso, un'attrice icona di questo stile come Margherita Buy incarna alla perfezione l'ideale borghese della donna di classe dall'aspetto piacevole e non volgare: tanto distante dalla prorompente sensualità di una Lory Del Santo quanto dalla rozza e volgare ignoranza delle mogli sovrappeso di Alberto Sordi.

Il cinema diventa un affare per professionisti, e in nome di un'educazione delle masse, queste stesse si trovano ad essere fisicamente escluse da entrambi i lati dello schermo. A fronte di un successo del cinema impegnato italiano destinato a rimanere limitato, il disprezzo per quegli attori volgari e sgraziati si estende anche all'altro lato dello schermo, cioé verso quel pubblico ottuso ed ignorante che non è in grado di comprendere cosa meriti interesse e cosa no, e che continua a correre a vedere filmacci come quelli di Vanzina, di Neri Parenti o di Vincenzo Salemme. E che sul fronte del cinema di genere, malgrado sia quasi completamente estinto in Italia a livello di produzione, continua ad affollare le sale grazie all'importazione dall'estero.

Quello culturale è il laboratorio dove la cultura radical chic studia come nascondere dietro un buonismo di facciata una concezione della società graniticamente classista e reazionaria: di volta in volta, cambiano gli oggetti ma il modus operandi rimane una costante. E malgrado sia stato eliminato un nemico, questo è stato sostituito da altri simili e se ne sono aggiunti altri: i reality show, lo spazio dove oggi gente senza particolari talenti o conoscenze hanno la possibilità di diventare famosi (anche solo per 15 minuti). E nel conflitto con i reality show rivive oggi sotto muove spoglie quello che era stato messo in atto contro la commedia sexy: perché per lo snobismo radical chic è assolutamente inaccettabile che una commessa, un macellaio o un venditore di piatti possano diventare famosi a discapito di tutti quei giovani che si impegnano al DAMS e in scuole affini.

Il cinema e la televisione sono cose per chi ha studiato, e il venditore di piatti se ne stia dove sta: i poveri dovrebbero smettere di avere la pretesa di arricchirsi e diventare famosi, magari senza possedere dei requisiti decenti e a discapito di chi invece ha speso soldi per studiare canto e recitazione. Le commesse continuino a fare le commesse, che il canto non è una cosa per tutti, ma solo per chi si può permettere di spendere migliaia di euro in lezioni di canto da parte di famosi maestri.

04 luglio 2008

Under Pressure

In tema di spazi (lasciati) vuoti che si trovano ad essere ridirezionati da forze terze, si insinua prepotentemente il tema di quello che è stato definito come una sorta di "sfondamento" a sinistra da parte della Lega Nord. Confondendo l'effetto con la causa, il fatto che una parte dell'elettorato tradizionalmente definito "di sinistra" abbia spostato la propria preferenza elettorale verso un partito conservatore come la Lega è stato spesso interpretato come un'apertura di questo movimento nei confronti di istanze di matrice operaia (ma il tema non è solo italiano, basta pensare, giusto per fare un esempio, alla destra francese di Le Pen per vedere che una crisi culturale della sinistra pervade ampi settori dell'Europa, ma il tema sembra percorrere in modo analogo anche Germani, Regno Unito, Spagna, etc.).

Si tratta di un'interpretazione dei fatti che regge fintantoché ci si muove sul piano superficiale del come e non ci si addentra negli spazi del cosa. Pensare che la Lega si sia spostata a sinistra basandosi sul risultato elettorale o utilizzando temi quali, ad esempio, la presenza sul territorio e altre modalità di comportamento solitamente considerate come retaggio della tradizione della sinistra, significa scambiare i sintomi della malattia con la malattia stessa. La premessa di un simile fraintendimento si trova nel pensare che (oggi come in passato) la destra sia orientata a fare unicamente gli interessi delle classi (medio)alte mentre sarebbe prerogativa della sinistra rappresentare le istanze delle fasce basse o comunque deboli. Una posizione, questa, che non regge né matematicamente né culturalmente.

Stando alla median voter theory, per massimizzare il proprio risultato elettorale entrambi gli schieramenti dovranno puntare ad una posizione media in grado di ridurre al minimo possibile la propria distanza da qualsiasi fascia di elettorato: il che non può non concretizzarsi in altro che in un assestamento su un punto di equilibrio centrale equamente distante dalle fasce estreme (equilibrio di Nash). E proprio in tal senso, tenendo conto della distribuzione delle ricchezze all'interno di un paese, qualsiasi partito volesse ambire al governo non può non tenere conto delle esigenze delle numerose classi meno abbienti: infatti è storicamente innegabile la presenza nella storia politica italiana di una destra sociale mirante a rappresentare in sede parlamentare le istanze delle fasce più deboli. Quella della sinistra come rappresentanza delle fasce deboli e della destra volta unicamente a fare gli interessi dei grandi capitali è più un tema propagandistico di uno schieramento che non un effettivo elemento di discrimine in sé (tanto più che stando alla situazione concreta italiana odierna sembra ravvisabile una maggiore vicinanza tra la "sinistra" e gli ambienti bancari e confindustriali che non di questi con la destra - un esempio su tutti: durante il loro mandato, esponenti del governo precedente non hanno esitato a ribadire più volte che la loro azione aveva elargito fondi agli industriali "come mai nessun governo prima", e questo proprio mentre qualsiasi impiegato poteva vedere un incremento del prelievo fiscale nella sua busta paga).

Chiaramente questa non è la premessa per dire che non ci sono differenze ideologiche e/o concettuali (o meglio, dovrebbero esserci) tra i due schieramenti; ma piuttosto che, sulla base di un bacino elettorale in larga parte comune e a fronte pertanto di una serie di problematicità convergenti, quello che tradizionalmente ha sempre distinto gli schieramenti conservatori da quelli progressisti è la differenza delle soluzione proposte. Partendo da un problema comune, la destra in quanto forza conservatrice tende a ricercare soluzioni che non modifichino lo status quo, mentre il compito della sinistra, in quanto forza progressista, dovrebbe essere quello di muoversi nell'ottica di una eliminazione del problema come naturale conseguenza della modifica del quadro generale. Partendo ad esempio dal cosiddetto "problema sicurezza", una posizione progressista prevederebbe, ad esempio, un profondo sforzo verso una modifica del quadro sociale (ad esempio attraverso aumenti salariali o incentivi di varia natura) atta a consentire a coloro che lo vivono di attuare delle scelte che permettano di contrastare attivamente tale inquietudine. Viceversa, una posizione conservatrice tenderà a muoversi in direzione di un mantenimento dello status quo puntando piuttosto alla rimozione della causa esterna d'inquietudine. In pratica, di fronte all'evidente insicurezza di una parte della popolazione, una posizione progressista tenderebbe a promuovere una forma di emancipazione da tali condizioni concrete, puntando a mettere il soggetto "inquieto" nella condizione di operare scelte, invece una posizione conservatrice mira a rimuovere l'elemento di disturbo al fine di ripristinare una situazione di equilibrio come già in passato.

In una situazione concreta in cui, a fronte di un problema, la forza che dovrebbe essere progressista sembra essere invece interessata unicametne ad una tanto litigiosa quanto infinita discussione basata su principi astratti e la commemorazione del passato, la soluzione di "ripristino della condizione precedente" offerta dalla destra assume al contrario, in modo quasi consequenziale, un profondo valore di urgente concretezza. Pertanto, la scelta degli operai di votare Lega non indica né una svolta a sinistra del movimento del Nord, né una svolta a destra delle classi lavoratrici, ma assume i contorni di una semplice ed elementare scelta di damage control che affonda le proprie radici nella contingenza.

01 luglio 2008

All Tomorrow's Parties

Ci sono diversi indicatori che palesano le debolezze di una cultura (o autodefinitasi tale) in crisi. Una di questi consiste nel vocabolario che si utilizza, specialmente quando si tratta dei termini il cui scopo è definire l'avversario, e soprattutto quando questi termini assumono forti connotati offensivi. La lista è lunga, ma si possono citare alcuni esempi:
- il noto "psicoNANO" riferito a Berlusconi,
- il "MINI-ministro" riferito a Brunetta (copyright Furio Colombo),
- il "troglodita" riferito al sindaco di Verona Tosi (copyright Marco Travaglio),
- le frequenti "troia" (direttamente o mediante allusioni) riferite a diverse donne (da Afef alla Carfagna),
e così via...

Chiaramente un termine in sé non rappresenta molto. E difatti va valutato anche il contesto entro il quale tali termini vengono utilizzati. All'interno di un contesto satirico, goliardico o comunque con nessuna pretesa di serietà, simili termini possono suonare adeguati (quando non addirittura edulcorati) dato che, per esempio, uno degli strumenti espressivi della satira consiste proprio nell'individuare alcuni aspetti dell'oggetto in discussione (tic, difetti, ossessioni, etc.) e metterli in primo piano amplificandoli in modo eccessivo, non raramente anche ben oltre i confini di quello che una società considera il proprio "buon gusto".

Ma la perplessità nasce quando simili termini vengono utilizzati all'interno di contesti seri (o meglio, che avrebbero la pretesa di esserlo) come ad esempio conferenze stampa, interviste, etc. Qui smarriscono il loro effetto goliardico per assumere il tono delle offese infantili che i bambini spesso lanciano senza scrupoli contro gli altri bambini che ritengono bassi, grassi o comunque con un aspetto segnato da evidenti imperfezioni. Un abbrutimento concettuale che raggiunge il proprio apice nel momento in cui si pensa che simili espressioni diventano di normale utilizzo da quelle stesse persone che invece urlano scandalizzate al razzismo quando qualcuno usa, ad esempio, l'espressione "handicappato" anziché "diversamente abile", o "frocio" anziché "gay" o "omosessuale".

A differenza della satira, il cui scopo è sovvertire l'ordine concettuale vigente attraverso l'uso dell'eccesso, l'offesa tout court è invece sempre reazionaria. E quanto più l'offesa mira ad aspetti strettamente fisici del proprio oggetto, tanto più indica il tentativo di conquistare (o mantenere) una forma superiorità attraverso il disprezzo e l'isolamento dell'avversario: non a caso, quella di ridicolizzare gli avversari (ad esempio mettendone in risalto la scarsa mascolinità) era e rimane un'abitudine tipicamente fascista.

Il voler esporre al pubblico ludibrio i difetti fisici del proprio avversario manifesta il suo profondo aspetto reazionario nel momento in cui si pensa al semplice fatto che da tali difetti il soggetto ridicolizzato difficilmente avrà modo di emanciparsi: l'esser brutto, basso, e così via, sono tutti aspetti che non possono essere modificati. Ed è in questa forma di ineludibile condanna, fisica ancora prima che psicologica, che risiede l'aspetto brutalmente conservatrice dell'offesa: l'emarginazione dal campo del desiderio altrui. Il gruppo di ragazzini "normali" che si coalizza nel prendere in giro qualche compagno di scuola perché basso, oppure bruttino, o mingherlino, o con gli occhi storti, e via di seguito, manda un segnale ben preciso, un messaggio del tipo: "non importa quanto ti impegnerai nello studio, quanto cercherai di essere simpatico, disponibile o amichevole... il tuo aspetto stabilisce che non solo non sarai mai più desiderabile di noi, ma nemmeno tanto quanto noi".

Ovviamente, chi si pone in una tale situazione, non ha alcun interesse a modificare il quadro di valori vigente: la valorizzazione di un determinato tipo di aspetto fisico (e la speculare svalutazione di chi se ne discosta) garantisce immediatamente a chi lo possiede (o comunque se ne discosta meno) un livello generale di desiderabilità. Viene da sé che da un'eventuale modifica di tale quadro gli attuali privilegiati avrebbero sicuramente più da perdere che da guadagnare (ad esempio, se per ipotesi all'interno delle scuole si modificassero le gerarchie di valori in favore dei risultati nello studio, le attuali persone di bell'aspetto si troverebbero con il loro bonus di desiderabilità azzerato e a dover faticare ogni giorno per ottenere quello che invece attualmente madre natura ha elargito come dono).

L'aspetto reazionario dell'offesa basata sui difetti fisici diventa tanto ancora più evidente nel momento in cui si nota il parallelo, in ambito scolastico ma non solo, con la discriminazione classista su base economica. In determinati ambienti, il fatto di non potersi permettere un abbigliamento di marca o altri oggetti di lusso (il fatto che sia una situazione contingente e non una semplice scelta è fondamentale) diventa la base della derisione da parte dei maggiormente abbienti che, come sopra, con un unico gesto ottengono sequenzialmente diversi risultati: la ricerca della difesa ed dell'affermazione dello status quo all'interno del quale il possesso del denaro determina il livello di desiderabilità, l'estromissione dei meno benestanti dall'ambito della desiderabilità e quindi l'affermazione di tale ambito come elite, con il fine d'incrementare la propria desiderabilità in proporzione all'elitarismo del mondo di appartenenza.

Il dileggio degli aspetti fisici deriva sempre la propria forza da uno stato di cose che si pone come norma, e proprio sulla base di questa forza derivante dalla solidità quantitativa e qualitativa della sua condivisione mira sempre all'esclusione della differenza reificandola come devianza. Una reificazione che diventa tanto più crudele quanto più la differenza è radicata nel soggetto ridicolizzato e pertanto non "normalizzabile". L'apparentemente innocente presa in giro di una persona per la sua statura non è altro che l'ipocrita specchio entro cui si riflette il dileggio degli omosessuali e delle diversità in generale.

(La differenza tra satira ed ingiuria è profonda ed evidente: non a caso, davanti al Tribunale Civile di Torino che ha condannato Travaglio (tra le altre cose) a rifondere 12.000 euro a Confalonieri quale risarcimento per alcune sue "espressioni forti" utilizzate nella rubrica de L'Unità "Uliwood Party", questo non ha tentato di giustificarsi appellandosi al diritto di fare informazione, ma piuttosto sostenendo che lui "fa satira".)