28 agosto 2008

Love Missile F1-11

Due sono i principali strumenti che attualmente vengono utilizzati in politica estera dalla Russia: entrambi vengono definiti dagli USA come "deplorevoli", ed ironicamente entrambi trovano la propria formulazione in azioni o teorie che hanno guidato le scelte e le azioni di USA e NATO, e soprattutto in strumenti diplomatici forgiati ed utilizzati dalle ultime due differenti amministrazioni statunitensi (Clinton per quanto riguarda l'intervento militare nell'est Europa e Bush per quanto riguarda gli attacchi militari a paesi sovrani).

Il primo riguarda direttamente la questione dell'Ossetia e il precedente kosovaro. A fronte della scelta amputare il Kosovo dai confini territoriali della (filorussa) Serbia, la Russia ha gioco facile nell'invocare un simile precedente. Tanto più che, ben prima di invocare la reciprocità per l'Ossezia, la Russia di Putin si era opposta fermamente, senza essere ascoltata, all'indipendenza del Kosovo, facendo chiaramente presente che si andava a creare un pericoloso precedente. La comunità internazionale con gli Stati Uniti in testa ha scelto di ignorare bellamente le proteste della Russia; quella stessa comunità che oggi si oppone all'indipendenza di Ossetia e Abkhazia e che non riesce ad offrire, per quanto anche in questo caso si tratti di zone che hanno affrontato guerre civili e pulizia etnica, un'argomentazione coerente all'unica semplice domanda che risponderebbe ad una simile presa di posizione: perché il Kosovo sì ed Ossetia e Abkhazia no?

Ma questa vicenda potrebbe anche configurarsi come un banco di prova generale in funzione di un secondo problema che tenderà a diventare sempre più centrale: la presenza dello scudo spaziale statunitense a ridosso dei confini russi. Fa infatti scalpore la dichiarazione da parte del Cremlino secondo cui se la Russia dovesse sentirsi minacciata potrebbe intraprendere azioni militari (contro la Polonia in primis in quanto paese che ha già sottoscritto la disponibilità ad ospitare lo scudo statunitense). Tuttavia c'è ben poco di cui stupirsi o scandalizzarsi. Per quanto non esplicitamente, la Russia non fa altro che utilizzare uno strumento ideato ed utilizzato ampiamente in Medio Oriente dall'amministrazione Bush e dai suoi alleati: la teoria della guerra preventiva.

L'invasione dell'Iraq è stata giustificata in base alla mai dimostrata presenza di armi di distruzione di massa in territorio iracheno che avrebbero potuto costituire una minaccia per la libertà occidentale. Sulla base della teoria della guerra preventiva, gli USA hanno considerato legittima la loro azione militare in Iraq: assumendo che la presenza di armi di distruzioni di massa in Iraq avrebbe potuto eventualmente costituire una minaccia per USA ed alleati, questi hanno dichiarato che era loro diritto intervenire prima che tale ipotesi potesse assumere connotati reali. Ora, similmente, la Russia dichiara suo diritto intervenire in zone al di fuori dei propri confini qualora queste si configurino come una minaccia nei suoi confronti. E la presenza di uno scudo spaziale a ridosso del suo territorio altererebbe all'improvviso gli equilibri militari consolidatisi nel corso dei decenni di Guerra Fredda attraverso la Mutual Assured Destruction (MAD) sbilanciandoli a favore degli USA. La sola presenza dello scudo spaziale attorno ai confini russi costituisce de facto una minaccia di indebolimento della potenza militare russa; infatti, se fino ad oggi per la Russia il proprio potenziale bellico costituiva un forte deterrente contro eventuali attacchi esterni, la possibilità che uno scudo missilistico ne riduca le possibilità controffensive costituisce una concreta diminuzione della sicurezza conquistata.

23 agosto 2008

Bulls On Parade

Ora che anche Famiglia Cristiana ha deciso di lanciarsi nel marketing della "deriva fascista" del paese, viene da chiedersi nuovamente: ma esiste realmente una tale deriva? Ed in che cosa consisterebbe? E se non è così, perché lanciarsi in simili affermazioni? Per rispondere vale la pena di mettere a fuoco almeno un paio di aspetti che storicamente hanno storicamente caratterizzato l'affermarsi di tutti i regimi fascisti dal secolo scorso ad oggi.

In primo luogo l'instaurazione del regime. Nessun regime definibile come "fascista" si è mai affermato lentamente e morbidamente: dall'Italia del duce alla Germania hitleriana, dalla Spagna franchista ai regimi dell'Est Europa e del Sud America, si è sempre trattato di governi instauratisi attraverso una conquista del potere veloce e violenta, e non raramente anche cruenta e sanguinaria. Un regime fascista si afferma con la forza, e con questa governa mettendo a tacere qualsiasi tipo di opposizione. Ed è proprio il silenzio che cala sul regime a costituirne un ulteriore aspetto caratterizzante. Nei regimi fascisti e totalitari tutti sanno da che tipo di governo viene amministrato il paese ma nessuno (o al limite qualche temerario) si permette di dirlo ad alta voce, e ancora meno di scriverlo in giro. Tutti sanno che non è possibile (o comunque è molto rischioso) opporsi al regime politicamente o anche solo mediaticamente, ed è proprio in questo divieto che si manifesta la forza di chi ha il potere: nell'Argentina di Pinochet, piuttosto che nel regime cileno o qualche altro "recente" regime fascista, anche il solo pronunciarsi in pubblico contro il regime poteva condurre alla deportazione, all'internamento, alla sparizione (desaparecido).

Lo scopo dell'assenza di opposizione politica e della monoliticità dell'informazione di regime non consiste nel plagiare le menti dei cittadini affinché si convincano di vivere nel migliore dei mondi possibili, ma nel rendere evidente la forza del regime e nell'imporre il silenzio: un regime fascista non convince e non persuade, esige il rispetto e reprime il dissenso. Ad esempio, nel caso dei desaparecido sudamericani, le modalità utilizzate nel reprimere i dissensi avevano lo scopo di terrorizzare esplicitamente la popolazione: il silenzio che circondava la sorte di chi veniva fatto sparire aveva lo scopo di far sì che anche chi sapeva tacesse per evitare un destino analogo.

Se si osserva la situazione italiana odierna si vede immediatamente come in Italia non solo non è presente alcun regime, ma non ci sono (fortunatamente) nemmeno dei tratti caratterizzanti riconducibili al fascismo. Non c'è stato alcun colpo di stato militare e non solo chi si oppone liberamente al governo non viene internato o deportato, ma anzi ha buone possibilità di guadagnare denaro e popolarità. Il che conduce ad una risposta alla seconda domanda: fare affermazioni sul ritorno del fascismo finora ha permesso a molti di accumulare ampi guadagni. Dai libri di Travaglio e simili agli spettacoli di Fo e Guzzanti, parlare di "democrazia anormale" in Italia ogni volta che il Grande Satana viene eletto paga, e bene. Infatti, con ogni sua elezione si rimette in moto il marketing antiberlusconiano con tanto di pubblicazione di libri, dischi, dvd, spettacoli teatrali, etc. Tanto da portare al risibile paradosso secondo cui in Italia sarebbe in vigore l'unico regime della storia del fascismo in cui schierarsi liberamente contro il governo e diffondere liberamente idee contro il governo permette a chi lo fa di professione di guadagnare di più e meglio rispetto a chi si schiera invece a favore: l'Italia sarebbe l'unico paese nella storia dei fascismi in cui se qualcuno scende in piazza e urla contro il "regime" non solo non viene perseguito, ma ha anche modo di pubblicizzare e poi vendere libri, dvd, spettacoli, etc. Ed in pieno accordo con le più elementari regole del marketing pubblicitario, anche questo mercato obbedisce ad una semplice regola: presentare come unico il prodotto che pubblicizza.

Come in un qualsiasi spot pubblicitario di snack e merendine, dove personaggi carini e simpatici informano il pubblico che la barretta di cioccolato che stanno scartando con gola ha un sapore unico ed inimitabile, così i vari Travaglio, Grillo e compagnia vendono un altro prodotto presentandolo come unico ed inimitabile: l'Italia come un paese dove, a differenza degli altri paesi occidentali, non esisterebbe una normale democrazia. E per fare questo vengono solitamente fatti una serie di esempi di fatti che sarebbero accaduti in Italia per via dei suoi "guasti" interni e che invece non sarebbero mai accaduti negli altri paesi definiti "normali": i casi Cirio e Parmalat, il conflitto d'interessi, le menzogne di chi governa, la libertà d'informazione, etc.

Uno dei temi ormai classici del marketing dell'anomalia italica è quello secondo cui in altri paesi europei o americani i risparmiatori non sarebbero stati investiti così violentemente dai crack finanziari di società come Cirio e Parmalat in quanto altrove sarebbero stati correttamente informati. In realtà, ciò è quantomai falso poiché i crack di Cirio e Parmalat - rispettivamente risalenti al 2002 e al 2003 - sono stati preceduti, ad esempio, negli Stati Uniti dal crack Enron (2001) e WorldCom (2002), e poi seguiti da tutta una serie di crack che hanno coinvolto in vario modo e maniera i risparmiatori di diversi paesi, fino ad arrivare al recentissimo esempio della Indymac (sempre negli Stati Uniti) che ricalca le orme di quanto accaduto un anno fa alla inglese Northern Rock (dei cui problemi gli analisti e gli esperti del settore erano a conoscenza molto tempo prima rispetto ai risparmiatori in coda dalle filiali per ritirare liquidità).

Il secondo tema che farebbe dell'Italia un'anomalia della democrazia occidentali risiederebbe nel conflitto d'interessi del premier. Ora, che Berlusconi faccia anche leggi pro domo sua non si scopre oggi, e per dimostrare l'eccezionalità dell'anomalia italica viene spesso portata ad esempio la normativa sul conflitto d'interessi negli USA. Tuttavia quello che solitamente si evita in modo accurato di dire è che le campagne elettorali costano molto, ed una campagna elettorale che mira alla Casa Bianca è particolarmente costosa e ha bisogno di finanziamenti e finanziatori: l'eletto non è solo il prescelto dalla maggioranza degli elettori, ma è anche espressione dei gruppi di potere e finanziari che lo hanno appoggiato. Non sono un segreto gli interessi delli famiglia Bush nel mercato del petrolio e non è difficile ipotizzare come anche questo fattore possa aver condizionato la politica estera statunitense. Oppure si potrebbe discutere del fatto che Condoleeza Rice diventa Consigliere di Bush poco dopo essere uscita dal consiglio d'amministrazione della Chevron (di cui, tra l'altro, aveva curato gli interessi in zone ex-sovietiche negli anni '90 come i Kazakhstan). Ma c'è un altro piccolo esempio che, proprio in virtù della sua gratuita superficialità, evidenzia come il conflitto d'interessi sia una questione che va ben oltre i possedimenti personali di chi è al potere: in occasione dell'ultima campagna elettorale statunitense, l'utilizzo dell'immagine di Paris Hilton come pietra di paragone negativa (accostata a Britney Spears) da parte dello staff di McCain contro l'avversario Obama ha fatto infuriare la famiglia Hilton che, in quanto finanziatori della campagna, hanno protestato costringendo il candidato repubblicano ad un pubblico dietrofront (e se al candidato dalla Casa Bianca già non viene concesso dai suoi finanziatori di utilizzare in pubblico l'immagine di una famigliare in uno spot impunemente diventa difficile pensare che poi durante la sua amministrazione possa prendere provvedimenti che ne vadano a ledere gli interessi in modo diretto).

Un altro fattore che renderebbe, a dire di alcuni, l'Italia un paese anormale consisterebbe nel fatto che, a differenza di quanto accadrebbe in altri paesi, i politici scoperti a mentire apertamente o ad occultare dati a danno della collettività non si dimettono. Ed anche qui vengono spesso citati i paesi anglosassoni come esempio di rigore nei confronti delle aperte menzogne da parte dell'elettorato. Ma anche questo è un mito che si trova ad essere confutato semplicemente dagli esempi di segno opposto. Contro ogni evidenza, l'amministrazione Bush ha messo in atto l'invasione militare dell'Iraq sostenendo di avere le prove della presenza di armi di distruzione di massa. Ad oggi, dopo anni di occupazione, non è stata esibita una sola prova dell'esistenza di tali armi e non solo l'amministrazione repubblicana è ancora saldamente al comando, ma nessuno dei due candidati alla Casa Bianca ha esplicitamente preso le distanze da tale menzogna. Un discorso analogo vale per la questione della minaccia nucleare iraniana: ad oggi non è stata esibita una sola singola prova che l'Iran abbia effettivamente dei piani finalizzati all'utilizzo dell'energia atomica in ambito bellico, eppure tutti coloro che ne parlano come di un'evidenza sono saldamente al loro posto (dall'amministrazione statunitense a quella tedesca a quella inglese, etc.). Ed un ulteriore esempio è fornito dal conflitto in Georgia: rifiutandosi di ammettere l'evidenza secondo cui la causa del conflitto nel Caucaso è da attribuire all'attacco georgiano a base BM-21 (lanciarazzi in grado di colpire anche a lunga distanza noto tanto per la sua capacità distruttiva quanto per la sua imprecisione) in una zona densamente popolata causando oltre 2.000 morti in una notte, rifiutandosi cioé di ammettere in pubblico che l'"alleato" georgiano andrebbe processato per crimini contro l'umanità, l'amministrazione statunitense sta evidentemente mentendo in pubblico, eppure anche adesso rimane saldamente al suo posto.

E quest'ultimo aspetto conduce direttamente alla leggenda della stampa libera ed obiettiva all'estero. Dal Times inglese (espressione della linea politica del governo inglese) al Washington Post fino al colosso CNN, in modo monolitico la stampa anglosassone sta mettendo in atto una campagna radicalmente anti-russa dove l'aspetto del genocidio di civili osseti causato dall'iniziale bombardamento georgiano, come in un discorso pubblico della Rice, si trova ad essere costantemente rimosso o comunque non menzionato. Come sono state costantemente rimosse le notizie delle vittime delle proteste dei monaci in Tibet o qualsiasi riferimento al legame tra il Dalai Lama ed il libro paga della CIA (come testimoniato dai documenti rilasciati nel 1998 dal Dipartimento di Stato statunitense). O come raramente si puntano i riflettori su Guantanamo o sul veto opposto dal presidente statunitense al Congresso che voleva limitare l'uso della tortura come mezzo "persuasivo" per interrogare i terroristi (es. waterboarding) quando si parla di rispetto dei diritti umani. E così via. Il che non significa che in Italia l'informazione sia libera ed obiettiva, ma solo che il giogo cui è sottoposta è in linea con quanto accade all'estero: Rai Uno non si schiera mai contro il governo in carica esattamente come la CNN non prende posizione contro il governo statunitense. Ed anche coloro che si lamentano della parzialità dell'informazione e dell'anomalia italiana non fanno differenza: se da un lato Emilio Fede non ha mai detto nulla di sgradito al Cavaliere, dall'altro un Marco Travaglio si è sempre guardato bene dal lanciarsi in campagne o roboanti dichiarazioni contro De Benedetti.

18 agosto 2008

God Save The Queen

Dall'Inghilterra, un altro folgorante esempio di giornalismo spazzatura riguardante l'Italia. Dopo l'articolo del Times che definiva gli italiani superficiali e maleducati in un editoriale che trasudava ignoranza e razzismo come raramente capita di leggere su un quotidiano (inter)nazionale, è la volta del The Independent attaccare, non è chiaro sulla base di cosa, i provvedimenti locali e non del Bel Paese. Forse alcuni provvedimenti potranno anche sembrare eccessivi, ma non è da dimenticare che non raramente si tratta di provvedimenti atti a porre un limite alla sporcizia e alla maleducazione dei turisti stranieri (specialmente inglesi).

La stampa inglese ancora una volta dimostra tutta la propria incapacità nell'affrontare qualsiasi tematica che trascenda i gossip riguardante la famiglia reale, e l'arroganza tipica di chi esige che a casa propria si rispettino determinate regole per poi pretendere di andare a casa altrui e fare quello che gli pare. Basti prendere l'esempio degli hooligan inglesi che, educati in madrepatria a suon di leggi durissime, cercano sfogo nelle trasferte di coppa europee come se le altre città europee fossero un loro parco dove divertirsi con un po' di violenza e disordini. E risulta difficile accettare lezioni di civiltà da un paese in cui lo sport preferito dai minori è prendersi a coltellate, o appunti sulla sensatezza dei divieti da un paese dove un minore non può entrare in locali dove vengono venduti alcolici neanche se accompagnato dai genitori.

Tourists beware: if it's fun, Italy has a law against it


Head for the beach or a park bench without knowing the rules, writes Peter Popham, and you could come home with a hefty fine

In addition to the usual perils of sunburn, jellyfish attacks and bottom-pinching, holidaymakers in Italy face a new range of menaces this summer, the result of the Berlusconi government's frontal assault on what it calls the "security emergency".
Ovviamente non poteva mancare il consueto attacco al premier italiano, il classico incipit che permetterà all'articolo di venire sventolato dal vittimismo autodenigratorio nostrano come esempio di "come ci vedono all'estero". Forse il preparato editorialista non è a conoscenza del fatto che la possibilità di prendere provvedimenti speciali rientra nell'ambito dei poteri di qualsiasi sindaco, e che quindi l'infantile sarcasmo sull'espressione "security emergency" di derivazione governativa manca completamente il bersaglio (l'unico ruolo del governo consiste nel creare i presupposti affinché tali sindaci possano prendere le misure che ritengono opportune), ed infatti molti delle ordinanze non solo sono locali ma sono anche state emesse da giunte con un colore ben differente da quello del governo.
E parlando di "emergenza sicurezza", verrebbe quasi da dire che forse sarebbe meglio se la stampa inglese si occupasse del Knife Crime di Londra e dintorni piuttosto che dei fantasiosi divieti italici.
The nation's mayors have been given carte blanche to write laws to address their own particular security hang-ups. The result is a blizzard of new rules and regulations that threatens to turn the bel paese into the biggest nanny state of them all.

Unwary foreigners risk getting hefty fines for doing things that are perfectly legal everywhere in the world except the particular town or city where they find themselves.
Attraverso un tanto blando quanto infondato mezzuccio retorico quale "in tutto il resto del mondo è legale", quello che l'editorialista difende è il proprio diritto all'ignoranza, esibendo la strisciante arroganza di chi pretende di imporre altrove i propri usi e costumi. Se un qualsiasi turista volesse entrare in una macelleria inglese non potrebbe certamente fare quello che fa nel resto d'Europa - cioé acquistare in chili e pagare in euro - perché il Regno di Sua Maestà rimane legato a libbre e sterline; se poi volesse portare al cinema suo figlio non potrebbe comprargli i pop corn perché è vietato; e così via... Ma non è questo il punto. Non si tratta di cosa si può fare e dove: si tratta del dovere di comportarsi secondo le regole del posto in cui ci si reca, e quindi di informarsi preventivamente su cosa si può o non si può fare. E se gli italiani vengono giustamente sanzionati quando non rispettano leggi che non conoscono all'estero, non si capisce perché debba scandalizzare quando qualcosa di simile avviene in Italia.
In Genoa, for example, it is now against the law to walk around with a bottle of wine or can of beer in your hand. In Rome that is okay, but if you stretch out under a pine tree or on the Spanish Steps to drink it, or merely to eat a sandwich, your "indecorous" behaviour may be penalised. Likewise if your al fresco snack is followed by a nap.
L'esempio genovese è palesemente inaccurato (per usare un eufemismo). A Genova è vietato andare in giro con bottiglie e lattine di alcolici solo in alcune e molto limitate zone (alcune zone del Centro Storico e del Porto Antico) che (casualmente?) sono anche tra le zone più frequentate dai turisti e che maggiormente si trovano esposte, a fine serata, ad essere trasformate in pattumiere a cielo aperto. Per quanto riguarda Roma, forse l'editorialista inglese dimentica che Piazza di Spagna è uno dei beni culturali della capitale italiana e non una zona dove bivaccare e sporcare con cartacce ed avanzi vari. Quello l'editorialista non capisce (o fa finta di non capire) è che il "comportamento indecoroso" non consiste nel mangiare in sé, ma nel fatto che quasi sempre i suoi irrinunciabili snack e sandwich sono avvolti in carte e confezioni varie che a vario titolo i turisti pensano di poter buttare per terra.
Stiff regulations are aimed at beach-goers: on one beach in Olbia, Sardinia, smokers risk a €360 (£280) fine, while nationwide, the minister of welfare has imposed a ban on massages offered by immigrants, warning of the possible dangerous effects of "aesthetic or therapeutic services" offered by those "not in possession of adequate training or competence".
Le regolamentazioni sul comportamento da tenere sulle spiagge sono spesso qualcosa che le popolazioni locali si trovano ad accettare a malincuore proprio a causa dell'inciviltà di chi arriva da fuori. La maggior parte delle persone che vivono a contatto col mare sanno prendersi cura delle spiagge o comunque stare attenti a non sporcare, e chi fuma spegne le cicche nella sabbia e le raccoglie da qualche parte per poi gettarle in seguito. Invece, le spiagge con grossi flussi di turisti non raramente diventano posaceneri a cielo aperto: la multa a chi fuma viene fatta non per impedire di fumare, ma per evitare che il fumare sia la premessa dello sporcare. E per quanto riguarda i "massaggi offerti dagli immigrati", forse il dotto editorialista non sa che in Italia esiste la necessità di essere provvisti di determinati requisiti per esercitare determinate attività; tali requisiti possono essere ad esempio qualifiche professionali o Partita IVA per emettere fatture sui servizi prestati. Chi offre massaggi sulla spiaggia è quasi sempre una persona senza qualifiche e che prende soldi su cui non paga un euro di tasse: non si tratta di una cosa divertente che ora viene sanzionata, si tratta di qualcosa di illegale che si è deciso di non tollerare più.
At Eraclea, near Venice, parents need to keep a beady eye on their children: sandcastles are banned, as they "obstruct the passage" along the beach. Racketball and other ball games are forbidden on many beaches, and swimmers who dive heedlessly into the sea may face whopping fines if they are not in "permitted areas".

And woe betide holidaymakers in many seaside towns who wander away from the beach clad only in boxers or bikinis: it's against the law.
Immaginiamo che l'editorialista inviti delle persone a cena a casa sua. Gli invitati arrivano uno dopo l'altro, qualcuno vestito in modo elegante, altri in modo sportivo o casual. Uno di questi però decide che ha caldo e non sta comodo e così si toglie le scarpe e se ne va in giro per la casa in boxer grattandosi le chiappe mentre la sua compagna si aggira in mutande e reggiseno. Non sembra difficile immaginare le espressioni disgustate dei padroni di casa e degli altri ospiti di fronte ad un simile spettacolo... E' quasi surreale leggere a così breve distanza dall'articolo razzista del Times che definiva gli italiani come il popolo più maleducato del pianeta, leggerne un altro sul The Independent in cui un altro inglese difende implicitamente il diritto degli inglesi di andare in giro per le città turistiche esibendo le loro pance pallide, flaccide e gonfie di birra.
The nationwide witch-hunt against the vendors of counterfeit designer bags has been fortified in Ostia, Rome's most popular beach, by the use of patrolling helicopters, making the Italian beach experience even more hellish than usual.
Forse in un paese in cui i ragazzini si divertono ad unirsi in gang per picchiarsi ed accoltellarsi sembrerà strano, ma vendere merce contraffatta è un reato: si tratta di merce illegale, la cui produzione è illegale, i metodi adottati nel produrle è spesso illegale, e la vendita stessa è illegale. Quello che difende il maleducato articolista inglese è il presunto diritto di non rispettare la legge di un paese. Quanti attestati di stima riceverebbe un'italiano che decidesse di andare a vendere per strada, senza nessun rispetto per le normative fiscali inglesi, riproduzioni contraffatte del Big Ben davanti a Buckingham Palace?
Away from the water, things don't get any easier. Two people may sit down on a park bench in the city of Novara, but if a third person joins them and it's after 11pm, all three are breaking the law. In Viareggio the benches may contain as many people as care to squeeze on to them, but if one of them puts his feet up on it he risks a fine. Scatter breadcrumbs for pigeons in the city of Lucca and you could end up hundreds of euros poorer.
Eh, già, sembra proprio che a Viareggio sia vietato mettere i piedi sulle panchine. Magari in Inghilterra funziona diversamente, ma in Italia la scopo di una panchina è sedersi non sdraiarsi. E lasciando da parte la legge e le normative, le regole basilari dell'educazione e della civiltà prevedono che quando si utilizza un bene pubblico questo venga poi lasciato in condizioni simili a quelle in cui si è trovato: appoggiare i piedi o le scarpe sporche dove altri si vorranno sedere significa invece lasciare il bene in condizioni peggiori di come lo si è trovato, e si chiama maleducazione.
The drive against begging has been taken up by many towns – including Assisi, home of St Francis, who began his religious life as a mendicant. In the romantic city of Verona they have taken this trend to its logical conclusion, requiring the beggars' takings to be confiscated. And in Florence it is now illegal to clean the windscreens of cars waiting at traffic lights.
Non si capisce cosa c'entri San Francesco (nato oltre 8 secoli fa) con la Assisi di oggi: siccome ha dato i natali a San Francesco Assisi dovrebbe diventare forse capitale internazionale dell'elemosina? Forse per gli inglesi (dato che l'articolo è un avvertimento sui nuovi divieti), che raramente visitano l'Italia in macchina, i lavavetri agli incroci costituiscono una importante attrazione turistica?
Silvio Berlusconi's government may be the first in the world to have introduced a "minister of simplification", with the job of identifying and abolishing redundant laws, but in the interests of greater local democracy and security his interior minister, Roberto Maroni, has allowed a thousand legal flowers to bloom.

Most of them will probably never be enforced, but that will be scant consolation to the pigeon-feeder whose holiday souvenirs include a large fine.
Chiaramente non mancheranno coloro che impugneranno questa sbrodolota di irridente qualunquismo come mezzo per esibire la brutta immagine dell'Italia all'estero. Ma di fronte a simili posizioni non rimane che un'impressione: se in Italia un giornalista del Corriere o de La Stampa pubblicasse un editoriale con un tono così sfacciatamente superficiale ed arrogante nei confronti delle leggi e delle normative di un altro paese - che sia l'Egitto o la Grecia come la Polonia o il Portogallo - dopo poco tempo verrebbe (giustamente) definito come "razzista" ed "incivile".

E così, poco dopo aver definito gli italiani come "maleducati", un altro inglese si schiera apertamente a favore del diritto dei propri concittadini di andare in Italia, sporcare, mettere i piedi sulle panchine, comprare merce contraffatta e servizi in nero, etc. In altre parole: il diritto di essere incivili, maleducati e non rispettare le leggi di un altro paese. Con buona pace del suo collega del Times... E calcolando che molti dei divieti elencati sono da tempo in vigore in Inghilterra, nella stessa forma o in forme molto simili - alla fine si tratta di qualcosa di peggio della semplice maleducazione congenita: si tratta dell'affermazione del diritto di non rispettare altrove quelle semplici regole di educazione che in patria sono ordinarie. Si tratta degli hooligan che stanno seduti e composti negli stadi inglesi e poi da ubriachi mettono a ferro e fuoco le altre città europee in cui vanno in trasferta.

09 agosto 2008

Born to Run

Uno dei miti del vittimismo autodenigratorio tipico di parte dell'intelligencija nostrana è che il giornalismo italiano sia parziale ed approssimativo, e a contorno viene spesso invocata una presunta e non meglio definita grande professionalità da parte della stampa estera, spesso inglese. Ora, senza avere nessuna pretesa di confutazione definitiva, ma solo per ridimensionare questa credenza, può essere interessante mettere a confronto due editoriali aventi l'obiettivo di approfondire o comunque fornire un quadro d'insieme del recente conflitto russo-georgiano. E per rendere il tutto più marcato, vale la pena di scegliere come riferimenti un quotidiano inglese considerato autorevole (Times) e uno invece decisamente bistrattato dall'intelligencija in questione (Il Giornale).

Nel suo editoriale su Il Giornale, Marcello Foa tratteggia un quadro che, senza avere ambizioni di esaustività, va comunque a delineare quali sono le premesse, a livello di politica internazionale, dello scontro in Ossezia. In primo luogo fa notare che il tutto inizia con la dissoluzione dell'Unione Sovietica e con il rifiuto da parte della Georgia di concedere ufficialmente l'indipendenza politica ad una regione che, a maggioranza russa, si considerava de facto autonoma. Poi Foa, nota di passaggio la vicenda dell'elezione di Mikhail Saakashvili (uomo esplicitamente vicino a Washington), e anche senza entrare nel merito della questione di quale possa essere stato il ruolo dell'Occidente nell'ambito della Rivoluzione delle Rose o comunque delle varie rivoluzioni colorate nell'Est, fa notare come anche questo sia stato un atto di aggressione nei confronti degli interessi della Russia. Dopo, Foa, salta ulteriormente avanti nel tempo per soffermarsi sulla vicenda riguardante l'indipendenza del Kosovo: la scelta dell'Occidente di concedere alla regione l'autonomia dalla (filo-russa) Serbia dichiarando l'assoluta eccezionalità della decisione, e quindi rimandando sdegnatamente al mittente la richiesta di reciprocità da parte di Putin. E infine Foa arriva, prima di chiudere l'articolo su come le azioni georgiane nella regione abbiano provocato la reazione russa, alla questione della possibilità, tutt'altro che gradita da Mosca, di un'adesione di Georgia e Ucraina alla NATO. Ovviamente, dato lo spazio ristretto, Foa tralascia completamente altri fattori tra cui, ad esempio, la vicenda dello scudo spaziale USA nell'Est Europa considerata come azione aggressiva da parte del Cremlino (e per questo paragonata alla crisi cubana del 1962), o la campagna stampa internazionale finalizzata a dipingere la vittoria del partito di Putin come frutto di brogli elettorali, ma nel complesso fa pochi sconti alle responsabilità di USA e UE nella genesi dell'attuale conflitto.

Dal canto suo, il Times affida l'analisi della situazione a Richard Beeston. Questo, dopo aver notato l'ovvio, e cioé che la posta in gioco è alta, si lancia a dipingere l'affresco di uno Stato sovrano (la Georgia) che si trova a fronteggiare le pretese indipendentiste di due sue regioni supportate dall'esterno dal gigante Russo. Ed anzi, secondo Beeston, è proprio l'incremento dell'appoggio russo agli indipendentisti a ricoprire un ruolo di particolare responsabilità: sia attraverso l'offerta del passaporto russo, sia attraverso il rifornimento di armi ai separatisti. C'è un cenno di passaggio alla questione dell'ampliamento della NATO ad Est, ma nessuna traccia della vicenda Kosovara o sulla vicenda dell'elezione del filo-statunitense Saakashvili (e ovviamente, di scudi missilistici, accuse di brogli e rivoluzioni colorate, neanche l'ombra). Anzi, sul finire dell'articolo, l'editorialista offre una versione secondo cui il coinvolgimento di America e Gran Bretagna nel fornire assistenza militare alla Georgia attraverso armi ed addestramento abbia come obiettivo la crescita della Georgia come Stato sovrano ed indipendente ("the support is aimed at encouraging the rise of Georgia as an independent, sovereign state"). Ovviamente, l'editorialista si guarda bene dallo spiegare perché il supporto dei russi agli indipendentisti dell'Ossezia sia da considerare una causa del conflitto ed invece quello di inglesi ed americani ad uno stato confinante con la Russia invece no. E subito dopo, Beeston, che ha finora evitato accuratamente di anche solo accennare alla politica occidentale nell'Est Europa, cita il supporto anglo-americano come azione anche a protezione dell'oleodotto della regione (nel tentativo di offrire un quadro della situazione come un'aggressione da parte della Russia mossa da interessi economici). Ed infine, le alternative poste come possibili esiti del conflitto offrono una conferma di quanto l'articolo sia viziato alla base da preconcetti e propaganda: se perde la Russia, questa ne uscirà ridimensionata come potenza, mentre se la sconfitta sarà Georgiana non sarà né lo Stato in sé né le politiche che l'hanno supportato a perdere, ma bensì degli sforzi di questa nell'affermarsi come una moderna democrazia Occidentale ("Georgia’s efforts to establish itself as a modern Western-looking democracy"). In ogni caso, Beeston ha già stabilito chi sono i buoni e chi i cattivi, e comunque vada, per lui la Georgia ne uscirà vincente: o come il piccolo Davide che ridimensiona le ambizioni del Golia russo, o come il baluardo della libertà e della democrazia sconfitto dalle presunte ambizioni imperiali dell'ingombrante vicino.

Ed è interessante notare, in chiusura, che a proposito della scelta strategica georgiana di muovere il proprio esercito in occasione dell'inaugurazione dei giochi olimpici Foa offre come spiegazione l'idea che ciò sia da ricondurre al fatto che in quel momento tutti i grandi del pianeta (incluso Putin) sono a Pechino, per Besteem cosa abbia potuto innescare un'azione simile non è molto chiaro ("Quite what triggered the Georgian offensive, on the day that the world was supposed to gather in peace for the start of the Beijing Olympics, is not yet clear.") - ed è interessante anche notare come il termine scelto dall'inglese ("triggered") tenda ad insinuare che l'azione georgiana non sarebbe stata una libera iniziativa di questa, ma piuttosto qualcosa che è stata innescata dall'esterno.

07 agosto 2008

Youth Against Fascism

Dopo oltre 15 anni passati a parlare di "derive fascistoidi", "nuovo ventennio" et similia puntualmente smentite dai fatti. Dopo avere, forse, appurato che a distanza di 15 anni dal suo primo fulmineo insediamento, il fascismo (quello vero) volgeva al termine della sua curva storica (altro che "derive..."). Dopo essersi accorti che è difficile sostenere l'esistenza di un regime che lavora a fasi alterne con tanto di cambi di governo: l'Italia sarebbe l'unico paese in tutta la storia dell'umanità in cui alla fine di ogni legislatura si va a votare per decidere se si vuole essere governati da un regime (destra) o da un'espressione della democrazia (sinistra). Dopo tutto questo, l'idea propagandista secondo cui se vince la destra "torna il fascismo" tende ad essere sempre meno credibile. Allora, pur di non ammettere l'errore, si cambia idea e si rilancia in modo ancora più forte: il fascismo non c'è e non tornerà perché quello che c'è oggi è già peggio. Sembra un'esagerazione, eppure Asor Rosa, con un'acrobazia degna di una ginnasta olimpionica è riuscito in un solo articolo pubblicato su Il Manifesto di ieri a trascurare sistematicamente tutti gli aspetti negativi del fascismo (quelli che per oltre quindici anni sono stati agitati come uno spauracchio) pur di trovare un'altra volta il modo di liberare tutto il risentimento verso chi pensa, valuta e vota in modo differente.
(Di seguito l'articolo, con tanto di traduzione suggerita dal testo durante la lettura).


Più del Fascismo - Alberto Asor Rosa (Il Manifesto - 06/08/2008)
Il terzo Governo Berlusconi rappresenta senza ombra di dubbio il punto più basso nella storia d'Italia dall'Unità in poi. Più del fascismo? Inclino a pensarlo. Il fascismo, con tutta la sua negatività, costituì il tentativo di sostituire a un sistema in aperta crisi, quello liberale, un sistema completamente diverso, quello totalitario. Pochi oggi possono consentire con la natura e gli obbiettivi di quel tentativo; nessuno, però, potrebbe contestarne la radicalità e persino, dentro un certo assai circoscritto ambito di valori, le buone intenzioni.
Dopo anni passati a sbandierare a destra e a manca i valori dell'antifascismo, abbiamo deciso di rivalutare il duce ed il ventennio fascista in nome di qualcosa che oggi il governo non ha: le buone intenzioni. Poi poco importa che la dissidenza fosse perseguita, la libertà di espressione duramente "limitata" (leggi: un articolo come questo durante il fascismo non avrebbe visto la luce), che in quindici non ci siano stati 3 (tre) cambi di colore del governo (a differenza si oggi), che le "buone intenzioni" abbiano portato ad un alleanza con i nazisti, al coinvolgimento in un conflitto prima e in una guerra civile dopo... Durante il fascismo, noi che scriviamo queste cose saremmo stati tra i primi a ritrovarci con la schiena raddrizzata a bastonate, ma a noi non importa, tanto mica le rischiamo sul serio. Dopo anni ed anni passati a parlare di un imminente ritorno del fascismo in Italia che non si vede all'orizzonte nemmeno col binocolo, abbiamo deciso che è il caso di cambiare le carte in tavola: visto che i fatti non ci danno ragione, noi la ragione ce la prendiamo da soli. E' vero che non c'è e non ci sarà un nuovo ventennio, ma solo perché quello che c'è adesso è peggio.
Berlusconi invece non è che il prodotto finale e consequenziale di una lunga decadenza, quella del sistema liberaldemocratico, cui nessuno per trent'anni ha saputo offrire uno sbocco politico-istituzionale in positivo: è il figlio naturale del craxismo; è il figlio naturale dell'affarismo democristiano ultima stagione (ben altri titoli d'onore si possono inscrivere nel blasone storico della Dc); è il figlio naturale dell'incapacità dimostrata nella politica in questo paese di rappresentare gli «interessi generali» e non quelli, inevitabilmente affaristici, anche quando non personalmente lucrativi, di piccoli gruppi autoreferenziali, che pensano solo a se stessi.
Dato che c'è chi pensa che qualsiasi persona di normale buon senso non si sognerebbe mai di rinunciare all'Italia di oggi in favore di una dittatura di matrice fascista, sarà bene dare ai poveri ottusi che non lo capiscono da soli qualche spiegazione: a differenza delle buone intenzioni del fascismo mussoliniano (ah, quando c'era lui...), quelle di Berlusconi sono espressione di una spregevole liberaldemocrazia. E chi non preferirebbe una bella dittatutura che decide dall'alto delle sue buone intenzioni quali sono gli "interessi generali" del Paese, piuttosto che una liberaldemocrazia in cui a chiunque è permesso di scrivere sui giornali, di votare per chi preferisce o magari addirittura di candidarsi senza aver ricevuto il nostro bollino FPAS (Formazione Politica Antropologicamente Superiore)? Poi è scandaloso che questo governo pensi solo agli interessi di alcuni e non anche ai nostri privilegi: certo quello precedente è riuscito a fare anche peggio (tipo a dare soldi a pioggia a Confindustria come mai nessuno prima aumentando la pressione fiscale sulle fasce basse), ma a noi non ce ne frega nulla: noi non siamo poveri e comunque buona parte dei partiti che erano prima al governo avevano il bollino FPAS.
Berlusconi, dunque, prima che essere fattore di corruzione, nasce da una lunga, insistita, fortunata pratica della corruzione: rappresenta fedelmente la decadenza crescente del pianeta Italia; per forza di cose non sa che governare attraverso la corruzione: la diffonde spontaneamente intorno a sé; crea un vergognoso sistema giuridico per difendersi quando sia stato colto in passato con le mani nel sacco e per continuare a farlo impunemente; modella l'Italia secondo il suo sistema di valori e, man mano che l'Italia degrada, ne viene alimentato.
Allora, Berlusconi è la definizione del Male, e chi si riconosce in lui è schifoso, ottuso e malvagio. E' il corrotto demiurgo che impone i suoi valori ad un Paese inerme. Non si capisce bene se lui sia la conseguenza o la causa dei mali del paese, ma a chi importa? Berlusconi è il male, e se non sei disposto a rivalutare il fascismo pur di denigrarlo, fai schifo pure tu.
In un articolo apparso sul Corriere della sera (13 luglio), come al solito intelligente ed acuto, Ernesto Galli della Loggia se la prende con il «moralismo in un paese solo», che sarebbe il nostro e che consisterebbe nel pensare che «L'Italia che politicamente non ci piace è fatta di gente moralmente ottusa guidata da un malandrino». L'accusa di moralismo astratto e vaniloquente - Galli della Loggia con la sua intelligenza dovrebbe ammetterlo - sarebbe molto meno pungente se la situazione italiana fosse quella da lui descritta. Insomma, il moralismo vano è fastidioso (lo dico con cognizione di causa, avendo studiato a lungo, e con analogo rigetto, gli antigiolittiani). Però alla lunga può diventare ancor più fastidioso che i critici del moralismo non ci dicano se al centro del problema non ci sia la corruzione dominante, e insieme con questa il suo principale rappresentante e beneficiario.
Vediamo di capirci, io sono Asor Rosa, mica un fesso inelegante qualunque che vende frutta al mercato, questa roba del moralismo l'ho studiata bene e a lungo, quindi se dico che le cose stanno in un certo modo, allora stanno in un certo modo. Poi se fate parte di quelli che ci criticano perché siamo migliori ed antropologicamente superiori, sarà bene che dimostriate la vostra non inferiorità.
Per corruzione non intendo soltanto, e neanche principalmente, l'appropriazione indebita di denaro pubblico e privato e il culto quasi parossistico del proprio interesse personale: ma la degenerazione del sistema dentro cui il gioco politico, sempre più solo formalmente, continua a svilupparsi: il malcelato disprezzo della Carta costituzionale; l'evidente estraneità alle «forme» (cioè alla «sostanza») della democrazia; la denegazione crescente della separazione dei poteri; l'incapacità dei politici - tutti - di sottrarsi al gioco mortale della pura autoriproduzione; la tendenza in atto a sottomettere tutto a un potere unico. E accanto a questo, la pulsione - per usare una vecchia ma non del tutto inadeguata terminologia - a connotare in senso sempre più ferocemente classista i valori cosiddetti condivisi della morale pubblica e le scelte di politica economica.
Chiaramente con "corruzione" non mi va di intendere solo quello che si intende in ambito giudiziario, perché magari anche qualche FPAS potrebbe entrare nella casistica. Allora decido di fare tanti esempi di quello che intendo per corruzione: così, senza uno schema logico preciso, ma scegliendo tra le cose che non mi piacciono. Per esempio, è noto che faccio parte degli esseri Antropologicamente Superiori, e anche i miei valori quindi sono tali. Se la morale pubblica non li condivide non è certamente perché c'è qualcosa di sbagliato in quello che sostengo, ma è perché chiunque non sia d'accordo con me è corrotto. Lo so, non è proprio chiaro, ma non fa niente perché io ho ragione e chi non è d'accordo con me ha torto. Ed è corrotto.
È altresì evidente, come giustamente osserva Galli della Loggia, che vedere le cose in questo modo significa mettere all'ordine del giorno anche una riflessione sullo stato attuale della «democrazia rappresentativa» in Italia. Se infatti è per il voto degli elettori italiani che questo scempio può continuare ad ingrandirsi, questo non ci autorizzerà a buttare a mare per intero il sistema ma neanche a giustificare o ignorare lo scempio perché è il voto popolare, fatto in sé astrattamente positivo, a convalidarlo e produrlo. Se, ripeto, le cose stanno così, è evidente che c'è qualcosa (parecchio?) da cambiare o da aggiustare.
Magari poteva sembrare che quella della rivalutazione del fascismo fosse una boutade (esatto, in francese; non una "battuta", quelle le fanno nei bar gli operai ignoranti che votano a destra). E invece no, sono proprio convinto di quello che dico. Se la maggioranza degli italiani ci ascolta sempre meno, non è perché diciamo fesserie, ma perché sono tutti stupidi, ottusi e corrotti. E visto che siamo stati sbattuti fuori dal Parlamento pur essendo una FPAS, sarà magari il caso di rivedere il concetto di "democrazia rappresentativa". E di cambiarla magari con qualcosa di diverso, tipo una dittatura fascista con tante buone intenzioni che imponga dall'alto le priorità e i valori al paese (che è quello che faremmo noi, se anziché dover sottostare ad un popolo che non ci considera avessimo in mano il governo del paese).
Arrivo a una prima conclusione. Io mi sentirei di dire che questo è uno dei momenti della storia italiana in cui «questione sociale» e «questione nazionale» fittamente s'intrecciano, fino a costituire un unico «nodo di problemi» da affrontare insieme. Questo vuol dire che il bisogno di «unità», per quanto tormentato e difficile, è altissimo. Uno degli errori strategici più gravi che si siano commessi nel corso dell'ultimo ventennio è l'essere andati separati - riformisti e radicali - alle ultime elezioni: gli uni, vantandosene come della scoperta del secolo; gli altri, consentendovi con pallida e autolesionistica tracotanza.
Abbiamo fatto una fesseria di dimensioni titaniche. Non siamo riusciti a capire che se già contavamo poco tutti assieme, separati avremmo contato ancora meno: ma mica pensavamo che la matematica funzionasse veramente. E' che pensavamo che, dopo aver malgovernato tutti assieme per due anni, sarebbe bastata una campagna elettorale di un paio di mesi passata a gettare fango sui nostri ex-alleati per rifarci una verginità. Ma la propaganda liberaldemocratica capitalista filoamericana continuava a ricordare agli elettori che noi eravamo quelli avevano fatto l'esatto contrario di quello che avevamo promesso (dal rifinanziamento delle missioni all'estero al no alle unioni civili). E si sa che il popolo è ottuso e non ha la nostra ampia visione del mondo, e non capisce che se non abbiamo risolto subito dei problemi pratici è perché siamo impegnati nel riprogettare il sistema capitalistico mondiale. Non è chiaro come, ma ci piace molto dirlo. E poi parlare di "anti-capitalismo" ci ricorda così tanto i bei tempi del '68. Anche noi abbiamo un cuore. Colto, di classe e raffinato, ma pur sempre un cuore.
Per affrontare questo «nodo di problemi» è fin troppo evidente che le forze politiche dell'attuale opposizione risultano inadeguate. Perché la difficoltà attuale sia superata bisognerebbe che tutte le forze interessate, sia pure da angoli visuali diversi, guardassero fin d'ora a questo traguardo: sto parlando dunque di un processo, non di un arrangiamento fra capi e capetti.
Non ho la più pallida idea di come tradurre in concreto le parole di cui mi riempo la bocca. L'opposizione è divisa e nel suo insieme non ha uno straccio di idea che sia una. Facciamo una bella cosa: ci mettiamo tutti assieme e poi ripetiamo a turno "dobbiamo fare qualcosa". Qualcosa succederà...
Del Pd non saprei che dire se non che dovrebbe imparare presto a far bene il suo mestiere, che sarebbe quello, se non erro, di un partito moderato che guarda a sinistra (perché se decidesse, da partito moderato, di guardare a destra, il berlusconismo oggi tanto deprecato ci apparirebbe solo una tappa verso precipizi ancora peggiori).
Sì, lo so, un buon 30% degli esponenti del PD sono teodem, poi ci sono quelli vicini ai confindustriali, qualche neoliberista e tutti gli altri. Nel suo insieme, il PD sarebbe da considerare una formazione di destra, quindi facciamo finta di niente, continuiamo a dire che sono di sinistra e vediamo se alle prossime elezione riusciamo a ritornare in Parlamento. E poi, se sono disposto a rivalutare il ventennio fascista per andare contro un Berlusconi, certamente non mi farò problemi a glissare elegantemente su una Binetti.
Sulla sinistra, che c'è e non c'è, e che in mancanza di altro si dilania, mi sentirei di fare alcune considerazioni di massima.
Il recente congresso di Rifondazione comunista ha avuto il merito di separare più nettamente che in passato i «comunisti» da tutti gli altri. I «comunisti» - per carità, bravissimi compagni, con cui non sarà impossibile mantenere rapporti - vanno per una loro strada, che non porta da nessuna parte.
Questi qua puzzano di perdenti, persino per me. Sarà meglio lasciarli perdere.
E gli altri? Gli altri dovrebbero porre alla base del loro futuro quel profondo ragionamento critico e autocritico, che finora è mancato e che lo stesso Bertinotti, se si escludono gli ultimi, disperatissimi mesi pre-elettorali, ha accuratamente evitato di affrontare. La cosa riguarda nello stesso modo l'intera galassia di quella parte della realtà politica italiana (che esiste, e come), la quale non s'adatta né alla formula corruttiva berlusconiana né all'opposizione moderata del Pd né alle risposte, piene di pathos, ma programmaticamente e ideologicamente assai deboli del dipietrismo (e di altri fenomeni analoghi ma deteriori).
Allora, quelli di sopra partono già zoppi, gli altri invece non sanno cosa fare. Non hanno un'idea e non si riconoscono in niente di quello che c'è. Bene, sono proprio quelli giusti per ricominciare ad agitare fumo parlando di rifondazione della progettualità della sinistra, dove chiaramente l'idea non è di dar vita ad un progetto ma solo di parlare di come dovrà essere progettato questo utopico progetto.
Se mai ci sarà una Costituente di sinistra (come io mi auguro), mi piacerebbe che i suoi promotori tenessero conto che esistono tre comparti di problemi, uno programmatico, uno strategico e l'altro organizzativo, con cui - quali che siano le soluzioni da proporre - non si dovrebbe evitare di confrontarsi.
Vabbé, dato che sono così intelligente, vi do un aiuto e vi spiego come fare. Se volete fare un nuovo soggetto politico è necessario che ci siano tre cose: un programma, un'idea di come proporlo in giro e anche una struttura di persone che si dividano compiti e responsabilità. Bene, la mia parte l'ho fatta, ora datevi da fare con il resto.
Il comparto programmatico è di gran lunga il più importante, ma qui posso evocarne solo il principio ispirativo. Se non si è comunisti, si è riformisti: bisogna accettare l'inevitabilità di questo décalage storico. Ma ci sono molte forme di riformismo: e ciò che le distingue è il programma (di cui non c'è traccia alcuna nei recenti dibattiti, anche quelli congressuali!).
Ah, dimenticavo, il programma è forse la parte più importante. Prima di tutto facciamo una distinzione: o si è comunisti o si è riformisti. Cosa? E' troppo stringente? Allora diciamo così: ci sono tante forme di riformismo, così se capita si potrà rifare un'alleanza con i teodem. E a chi ci dirà che i teodem non sono riformisti potremo rispondere: "magari non saranno riformisti nel senso che intendi tu, caro limitato corrotto, perché loro sono riformisti in un senso più ampio". Che non vuol dire niente, ma a noi che c'importa: siamo una FPAS.
Quella cui io penso è una forma molto radicale di riformismo, che preme su tutti i gangli della vita sociale, va più in là, s'occupa in modo più generale della «vita», delle collettività ma anche di ognuno di noi individualmente inteso, e propone soluzioni che spostano i rapporti di forza. Il cambiamento è in atto da quando lo si inizia, non c'è bisogno di arrivare al risultato finale per conoscerne tutti gli effetti. Dal punto di vista strategico non si potrà fare a meno di comporre in un quadro unitario «questione sociale» e «questione ambientale».
Quello che intendo io comunque è un riformismo che cambia le cose, non che le lascia come stanno. E a tal proposito vi spiego un'altra cosa: perché le cose cambino è necessario iniziare a cambiarle. Finché non si inizia a cambiare le cose, queste non cambiano. Quindi uno dei contenuti programmatico-strategici del nuovo riformismo potrebbe essere: cambiare le cose.
La cosa, se si entra nel merito, è tutt'altro che semplice: una classe operaia ecologista ancora non s'è vista ma neanche s'è visto un militante ecologista capace di «pensare» la «questione sociale» contemporanea. E pure sempre più avanza la consapevolezza che il destino umano risulta dalla composizione, meditata e razionale, delle due prospettive e cioè, per parlarne in termini politici, dalla sovrapposizione e dall'intreccio del «rosso» e del «verde».
Eh, lo so. Ora c'è la parte più difficile. Va bene cambiare le cose? Ma quali e come. E' tutto un gran casino: ci sono i problemi sociali, quelli ambientali e poi il destino di tutta l'umanità. I comunisti sono superati, gli ambientalisti sembra pure... ci vuole qualcosa di nuovo. O magari basta mescolare un po' il tutto. Ecco, sì: perché non fondare gli ambienisti, gli ambientalisti-comunisti?
Infine: se qualcuno pensa che la crisi della sinistra si risolva creando un nuovo piccolo partito dei frantumi dei vecchi, farebbe bene a cambiare opinione il più presto possibile.
Ripeto, abbiamo fatto una fesseria enorme: non siamo riusciti a capire che se già contavamo poco tutti assieme, separati avremmo contato ancora meno. Pare che la matematica non sia proprio campata in aria.
Ciò a cui sembra opportuno pensare è un vasto e persino eterogeneo movimento di forze reali, che sta dentro e fuori i vecchi partiti e per il quale vale la parola d'ordine che l'unica organizzazione possibile è l'autorganizzazione: una rete di istanze e rappresentanze diverse, collegate strategicamente e non gerarchicamente, che assorba e rivitalizzi le vecchie forze piuttosto che viceversa.
Sì, lo so, non vuol dire niente in concreto. Ma non posso mica fare un articolo in cui non c'è almeno una parte in cui si dice cosa fare usando termini generici ed astratti, dicendo tutto ed il contrario di tutto.
Certo, perché il discorso funzioni è necessario ammettere che tutte le volte in cui in Italia si riaffaccia una «questione morale» - cioè, come ho cercato di spiegare, un problema di degrado e di corruzione della vita pubblica e della democrazia - torna ad affiancarlesi l'ancora più stantia e veramente obsoleta parola d'ordine di una «rivoluzione intellettuale e morale».
Bene, vi ho spiegato tutto, ora il consueto saluto: "Hasta la victoria, siempre".
È questo cui pensiamo quando diciamo che la lotta al berlusconismo è al tempo stesso «questione sociale» e «questione nazionale»? Siamo retro al punto di rispondere tranquillamente di sì a questa domanda. In fondo tutto si riduce a questa semplicissima prospettiva: cambiare i tempi, i modi, le forme, i valori, i protagonisti dell'agire politico in Italia. Il resto verrà da sé.
Riassumendo: bisogna cambiare tutto. Non sappiamo come, quando, dove e nemmeno perché. Ma lo dobbiamo fare, e chi non è d'accordo è ottuso, è corrotto e può andare, per citare il maestro di pensiero Veronesi nel suo scambio epistolare con Stefano Lorenzetto, a "farselo stroncare in culo per il resto dei suoi giorni".

04 agosto 2008

2 Become 1

Una delle caratteristiche distintive dell'indottrinamento consiste nel non essere percepito come tale da parte di chi lo subisce. Trattandosi di un'azione basata sull'istruzione dogmatica e non sull'argomentazione critica, l'indottrinamento deve presentarsi come monolitico (al fine di non lasciare spazio a dubbi o alternative) ma allo stesso tempo deve indossare le vesti della libertà di scelta per non apparire come una costrizione. Si potrebbe dire che all'interno di una società multiculturarale, cioé in spazi all'interno dei quali perlomeno formalmente esiste un rifiuto dei dogmatismi, la forma attraverso cui riesce ad esprimersi l'indottrinamento è la scelta forzata: cioé, ogni individuo è libero di scegliere a condizione che la sua scelta ricada sull'opzione predefinita come corretta.

Ovviamente non è sempre possibile determinare con certezza se una convinzione sia il risultato di una persuasione generata da argomentazioni razionali e coerenti, o se invece sia il frutto di indottrinamento. Tuttavia è possibile fare un distinguo: se da un lato un'argomentazione coerente può essere sia il frutto di una scelta razionale che della ripetizione dell'unica lezione appresa come giusta, dall'altro un
argomentazione incoerente, non potendo ricadere nella casistica della scelta razionale per mancanza di presupposti, è riconducibile alla seconda opzione. Nel caso del rapporto tra i partiti ed il proprio elettorato, se da un lato non è ponderabile se chi vota per uno schieramento che rispecchia le sue aspettative lo fa perché indottrinato o perché persuaso, dall'altro lo schierarsi con convinzione a favore di chi agisce e si comporta contrariamente alle aspettative è un comportamento che assume le caratteristiche dell'indottrinamento, o comunque di una radicale carenza di criticità.

In qualsiasi moderna democrazia occidentale, gli schieramenti politici possono essere ricondotti a due insiemi: progressisti (sinistra) e conservatori (destra). La differenza tra i due schieramenti si basa principalmente sulla posizione che viene adottata nei confronti dello status quo e delle sue problematiche. Di fronte ad un generico problema che colpisce una certa parte della popolazione, una posizione potrà essere definita come progressista nel momento in cui cercherà di far sì che chi è colpito dal problema possa emanciparsi partecipando attivamente alla soluzione del problema, viceversa una posizione è definibile come conservatrice nel momento in cui, di fronte allo stesso problema, la soluzione si dirigerà verso un'eliminazione del problema tale da ripristinare l'ultima condizione ritenuta accettabile.

Ad esempio, dopo 15 anni di riforme disastrose del sistema scolastico che hanno accumulato carenze e problemi, un atteggiamento progressista avrebbe previsto ulteriori riforme miranti ad un ammodernamento dell'istituzione, eventualmente anche attraverso una radicale rimessa in discussione di programmi, sistemi d'insegnamento, etc. Invece la destra ha fatto esattamente quello che coerentamente ci si aspetta da una forza conservatrice: la reintroduzione degli esami di riparazione, cioé un rollback finalizzato al ripristino dell'ultima versione funzionante del sistema.

Ma se da un lato c'è una destra realmente conservatrice, dall'altro non si trova una sinistra realmente progressista, e al di là delle lodevoli dichiarazioni d'intenti, la posizione realmente adottata dal PD sulla questione, ad esempio, dei diritti civili degli omosessuali è palese: circa un terzo del PD, la cosiddetta corrente teodem, ha espresso esplicitamente e ripetutamente la propria ferrea contrarietà a qualsiasi discussione sull'argomento. In teoria, già la sola presenza di elementi appartenenti all'Opus Dei, una delle espressioni più radicali, intransigenti e reazionarie legate alla Chiesa Cattolica, funzionerebbe da critica radicale all'idea che il PD sia una forza di sinistra, e sicuramente non laica: infatti l'Opus Dei è l'unica istituzione ad essere riconosciuta come prelatura personale dalla Chiesa, ed in quanto tale come appartenente alla sua struttura gerarchica.

Eppure, attraverso l'uso di una forma di comunicazione di matrice maoista, cioé attraverso l'uso di una logica che rifiuta i principi di bivalenza e del terzo escluso, il PD è riuscito a porsi come rappresentante di una totalità di elettori con idee e valori anche radicalmente differenti, sostenendo che le posizioni opposte delle diverse correnti possano essere una fonte di "arricchimento" che non va comunque ad incrinare l'unità di fondo del partito. L'inclusione di istanze opposte all'interno di un'unica discorsività mira all'annullamento delle antitesi in favore di una sorta di armonia totalizzante.

Tuttavia, al di là delle divergenze talvolta quasi folcloristiche sulle singole questioni, rimane da vedere quale possa essere quell'unità di fondo, quell'insieme di valori che permettono ad individui con idee apparentemente differenti di coesistere all'interno di un unico progetto. Certamente non basta la mera ricerca di consenso elettorale; se fosse sufficiente questa, si potrebbero immaginare nuovi e bizzarri soggetti politici (i Verdi assieme a Forza Nuova, o il PdCI assieme a La Destra, etc.) generati e guidati esclusivamente dalla ricerca del più ampio consenso possibile. Invece nel PD, laici e cattolici radicali riescono a convivere tranquillamente. E questo in funzione di una visione del mondo e dei rapporti umani reazionaria che è possibile esemplificare attraverso due temi: il multiculturalismo politicamente corretto ed il rapporto con un'Auctoritas posta come fonte di valori e correttezza morale.

Chiaramente, sul fronte religioso, la fonte di valori e correttezza è la religione stessa che, in quanto espressione dell'Assoluto, deve essere accettata incondizionamente senza essere sottoposta a dubbi, critiche o revisioni. Corrispettivamente, sul versante laico, nel corso degli anni la Memoria Storica e i Valori dell'antifascismo hanno assunto un'aura di sacralità tale da permettere di utilizzarli come unità di misura assoluta; ed infatti, già un'espressione consueta come "difesa dei valori dell'antifascismo" esprime tutto il suo valore conservatore: i Valori dell'Antifascismo sono qualcosa che, una volta datisi storicamente, devono essere difesi e preservati (nota: non si sta discutendo qua del contenuto di tali valori, ma dell'uso che ne viene fatto in sede di confronto). Adottando un approccio di matrice religiosa, agli argomenti di coloro che vengono individuati come avversari non vengono opposte critiche o confutazioni argomentate, ma piuttosto vengono esibiti tali Valori in quante fonte assoluta della separazione tra bene e male. Esemplare è il caso delle opere di un Giampaolo Pansa: la sua attività volta a smitizzare la Resistenza per restituirla alla sanguinaria drammaticità della violenza diffusa durante la guerra civile viene percepito da buona parte della sinistra come un atto ostile e, spregiativamente, revisionista. Con toni che non raramente tendono a riecheggiare le accuse di blasfemia rivolte dalla Chiesa alle opere che mirano ad una contestualizzazione di Cristo come figura storica ed esclusivamente umana, che cioé deliberatamente ne ignorano la "natura divina".

Una seconda affinità tra laici e cattolici all'interno del PD viene offerta, in modo simile, dal rapporto con l'alterità culturale. Vale a dire: la tolleranza politicamente corretta propagandata dalla sinistra istituzionale è il corrispettivo laico della tolleranza conservatrice di matrice religiosa. Di fronte alla manifestazione di una forma di cultura differente, il coro è unanime nell'invocare il rispetto della diversità in nome di un presunto "multiculturalismo", che accetta acriticamente l'alterità senza prendere minimamente in considerazione il contesto da cui muove. Questa è una posizione coerente con una struttura religiosa in nome di una rilettura modernamente liberale del vecchio "cuius regio eius religio", e soprattutto in funzione del fatto che la religione non contempla il concetto di "scelta" nel passaggio da un credo ad un altro, ma al più quello di "conversione".

Dietro la tolleranza acritica di questo multiculturalismo si nasconde una forma di accondiscendenza paternalistica, e quanto più la cultura Altra si mostra intollerante verso ciò che differisce da essa, tanto più l'accettazione politically correct ha modo di esibire la propria superiorità. Anziché affermare quell'insieme di principi e valori che genericamente potrebbero essere ricondotti all'eredità dell'Illuminismo, il multiculturalismo di maniera utilizza la tolleranza nei confronti dell'intolleranza come mezzo per esibire la narcisistica capacità di accettare anche coloro da cui non si viene accettati. E in nome di tale superiorità arriva a negare persino alcuni principi basilari della propria tradizione: se si prende ad esempio il ruolo delle donne all'interno di società o culture in cui non esiste la parità dei sessi, la sottomissione di queste non solo non viene messa in discussione, ma viene accettata in quanto espressione di un'esoterica differenza; e questo contro qualsiasi tradizione progressista ed emancipatrice. Avendo fatto dei Valori della propria tradizione una religione da difendere e non una base concettuale da cui partire ed evolversi, il rapporto con le culture differenti non può essere, al di là di quanto viene detto, di dialogo e confronto ma solo di accettazione e "tolleranza" in attesa di una conversione.

Pertanto, mentre per il conservatorismo di destra, per quanto possano esserci interrogativi sulle motivazioni di una simile posizione, c'è un'effettiva affinità tra elettore ed eletti, per l'elettore del PD lo scenario cambia lasciando spazio a due differenti opzioni: o si trova in una condizione d'indottrinamento tale da non riuscire nemmeno a sospettare che il partito cui offre il suo appoggio è reazionario, oppure si riconosce realmente nelle istanze del partito che elegge e quindi, al di là delle dichiarazioni di progressismo, si rivela essere egli stesso fondamentalmente un reazionario.