Dopo oltre 15 anni passati a parlare di "derive fascistoidi", "nuovo ventennio" et similia puntualmente smentite dai fatti. Dopo avere, forse, appurato che a distanza di 15 anni dal suo primo fulmineo insediamento, il fascismo (quello vero) volgeva al termine della sua curva storica (altro che "derive..."). Dopo essersi accorti che è difficile sostenere l'esistenza di un regime che lavora a fasi alterne con tanto di cambi di governo: l'Italia sarebbe l'unico paese in tutta la storia dell'umanità in cui alla fine di ogni legislatura si va a votare per decidere se si vuole essere governati da un regime (destra) o da un'espressione della democrazia (sinistra). Dopo tutto questo, l'idea propagandista secondo cui se vince la destra "torna il fascismo" tende ad essere sempre meno credibile. Allora, pur di non ammettere l'errore, si cambia idea e si rilancia in modo ancora più forte: il fascismo non c'è e non tornerà perché quello che c'è oggi è già peggio. Sembra un'esagerazione, eppure Asor Rosa, con un'acrobazia degna di una ginnasta olimpionica è riuscito in un solo articolo pubblicato su Il Manifesto di ieri a trascurare sistematicamente tutti gli aspetti negativi del fascismo (quelli che per oltre quindici anni sono stati agitati come uno spauracchio) pur di trovare un'altra volta il modo di liberare tutto il risentimento verso chi pensa, valuta e vota in modo differente.
(Di seguito l'articolo, con tanto di traduzione suggerita dal testo durante la lettura).
Più del Fascismo - Alberto Asor Rosa (Il Manifesto - 06/08/2008)Il terzo Governo Berlusconi rappresenta senza ombra di dubbio il punto più basso nella storia d'Italia dall'Unità in poi. Più del fascismo? Inclino a pensarlo. Il fascismo, con tutta la sua negatività, costituì il tentativo di sostituire a un sistema in aperta crisi, quello liberale, un sistema completamente diverso, quello totalitario. Pochi oggi possono consentire con la natura e gli obbiettivi di quel tentativo; nessuno, però, potrebbe contestarne la radicalità e persino, dentro un certo assai circoscritto ambito di valori, le buone intenzioni.
Dopo anni passati a sbandierare a destra e a manca i valori dell'antifascismo, abbiamo deciso di rivalutare il duce ed il ventennio fascista in nome di qualcosa che oggi il governo non ha: le buone intenzioni. Poi poco importa che la dissidenza fosse perseguita, la libertà di espressione duramente "limitata" (leggi: un articolo come questo durante il fascismo non avrebbe visto la luce), che in quindici non ci siano stati 3 (tre) cambi di colore del governo (a differenza si oggi), che le "buone intenzioni" abbiano portato ad un alleanza con i nazisti, al coinvolgimento in un conflitto prima e in una guerra civile dopo... Durante il fascismo, noi che scriviamo queste cose saremmo stati tra i primi a ritrovarci con la schiena raddrizzata a bastonate, ma a noi non importa, tanto mica le rischiamo sul serio. Dopo anni ed anni passati a parlare di un imminente ritorno del fascismo in Italia che non si vede all'orizzonte nemmeno col binocolo, abbiamo deciso che è il caso di cambiare le carte in tavola: visto che i fatti non ci danno ragione, noi la ragione ce la prendiamo da soli. E' vero che non c'è e non ci sarà un nuovo ventennio, ma solo perché quello che c'è adesso è peggio.
Berlusconi invece non è che il prodotto finale e consequenziale di una lunga decadenza, quella del sistema liberaldemocratico, cui nessuno per trent'anni ha saputo offrire uno sbocco politico-istituzionale in positivo: è il figlio naturale del craxismo; è il figlio naturale dell'affarismo democristiano ultima stagione (ben altri titoli d'onore si possono inscrivere nel blasone storico della Dc); è il figlio naturale dell'incapacità dimostrata nella politica in questo paese di rappresentare gli «interessi generali» e non quelli, inevitabilmente affaristici, anche quando non personalmente lucrativi, di piccoli gruppi autoreferenziali, che pensano solo a se stessi.
Dato che c'è chi pensa che qualsiasi persona di normale buon senso non si sognerebbe mai di rinunciare all'Italia di oggi in favore di una dittatura di matrice fascista, sarà bene dare ai poveri ottusi che non lo capiscono da soli qualche spiegazione: a differenza delle buone intenzioni del fascismo mussoliniano (
ah, quando c'era lui...), quelle di Berlusconi sono espressione di una spregevole liberaldemocrazia. E chi non preferirebbe una bella dittatutura che decide dall'alto delle sue buone intenzioni quali sono gli "interessi generali" del Paese, piuttosto che una liberaldemocrazia in cui a chiunque è permesso di scrivere sui giornali, di votare per chi preferisce o magari addirittura di candidarsi senza aver ricevuto il nostro bollino FPAS (Formazione Politica Antropologicamente Superiore)? Poi è scandaloso che questo governo pensi solo agli interessi di alcuni e non anche ai nostri privilegi: certo quello precedente è riuscito a fare anche peggio (tipo a dare soldi a pioggia a Confindustria come mai nessuno prima aumentando la pressione fiscale sulle fasce basse), ma a noi non ce ne frega nulla: noi non siamo poveri e comunque buona parte dei partiti che erano prima al governo avevano il bollino FPAS.
Berlusconi, dunque, prima che essere fattore di corruzione, nasce da una lunga, insistita, fortunata pratica della corruzione: rappresenta fedelmente la decadenza crescente del pianeta Italia; per forza di cose non sa che governare attraverso la corruzione: la diffonde spontaneamente intorno a sé; crea un vergognoso sistema giuridico per difendersi quando sia stato colto in passato con le mani nel sacco e per continuare a farlo impunemente; modella l'Italia secondo il suo sistema di valori e, man mano che l'Italia degrada, ne viene alimentato.
Allora, Berlusconi è la definizione del Male, e chi si riconosce in lui è schifoso, ottuso e malvagio. E' il corrotto demiurgo che impone i suoi valori ad un Paese inerme. Non si capisce bene se lui sia la conseguenza o la causa dei mali del paese, ma a chi importa? Berlusconi è il male, e se non sei disposto a rivalutare il fascismo pur di denigrarlo, fai schifo pure tu.
In un articolo apparso sul Corriere della sera (13 luglio), come al solito intelligente ed acuto, Ernesto Galli della Loggia se la prende con il «moralismo in un paese solo», che sarebbe il nostro e che consisterebbe nel pensare che «L'Italia che politicamente non ci piace è fatta di gente moralmente ottusa guidata da un malandrino». L'accusa di moralismo astratto e vaniloquente - Galli della Loggia con la sua intelligenza dovrebbe ammetterlo - sarebbe molto meno pungente se la situazione italiana fosse quella da lui descritta. Insomma, il moralismo vano è fastidioso (lo dico con cognizione di causa, avendo studiato a lungo, e con analogo rigetto, gli antigiolittiani). Però alla lunga può diventare ancor più fastidioso che i critici del moralismo non ci dicano se al centro del problema non ci sia la corruzione dominante, e insieme con questa il suo principale rappresentante e beneficiario.
Vediamo di capirci, io sono Asor Rosa, mica un fesso inelegante qualunque che vende frutta al mercato, questa roba del moralismo l'ho studiata bene e a lungo, quindi se dico che le cose stanno in un certo modo, allora stanno in un certo modo. Poi se fate parte di quelli che ci criticano perché siamo migliori ed antropologicamente superiori, sarà bene che dimostriate la vostra non inferiorità.
Per corruzione non intendo soltanto, e neanche principalmente, l'appropriazione indebita di denaro pubblico e privato e il culto quasi parossistico del proprio interesse personale: ma la degenerazione del sistema dentro cui il gioco politico, sempre più solo formalmente, continua a svilupparsi: il malcelato disprezzo della Carta costituzionale; l'evidente estraneità alle «forme» (cioè alla «sostanza») della democrazia; la denegazione crescente della separazione dei poteri; l'incapacità dei politici - tutti - di sottrarsi al gioco mortale della pura autoriproduzione; la tendenza in atto a sottomettere tutto a un potere unico. E accanto a questo, la pulsione - per usare una vecchia ma non del tutto inadeguata terminologia - a connotare in senso sempre più ferocemente classista i valori cosiddetti condivisi della morale pubblica e le scelte di politica economica.
Chiaramente con "corruzione" non mi va di intendere solo quello che si intende in ambito giudiziario, perché magari anche qualche FPAS potrebbe entrare nella casistica. Allora decido di fare tanti esempi di quello che intendo per corruzione: così, senza uno schema logico preciso, ma scegliendo tra le cose che non mi piacciono. Per esempio, è noto che faccio parte degli esseri Antropologicamente Superiori, e anche i miei valori quindi sono tali. Se la morale pubblica non li condivide non è certamente perché c'è qualcosa di sbagliato in quello che sostengo, ma è perché chiunque non sia d'accordo con me è corrotto. Lo so, non è proprio chiaro, ma non fa niente perché io ho ragione e chi non è d'accordo con me ha torto. Ed è corrotto.
È altresì evidente, come giustamente osserva Galli della Loggia, che vedere le cose in questo modo significa mettere all'ordine del giorno anche una riflessione sullo stato attuale della «democrazia rappresentativa» in Italia. Se infatti è per il voto degli elettori italiani che questo scempio può continuare ad ingrandirsi, questo non ci autorizzerà a buttare a mare per intero il sistema ma neanche a giustificare o ignorare lo scempio perché è il voto popolare, fatto in sé astrattamente positivo, a convalidarlo e produrlo. Se, ripeto, le cose stanno così, è evidente che c'è qualcosa (parecchio?) da cambiare o da aggiustare.
Magari poteva sembrare che quella della rivalutazione del fascismo fosse una boutade (esatto, in francese; non una "battuta", quelle le fanno nei bar gli operai ignoranti che votano a destra). E invece no, sono proprio convinto di quello che dico. Se la maggioranza degli italiani ci ascolta sempre meno, non è perché diciamo fesserie, ma perché sono tutti stupidi, ottusi e corrotti. E visto che siamo stati sbattuti fuori dal Parlamento pur essendo una FPAS, sarà magari il caso di rivedere il concetto di "democrazia rappresentativa". E di cambiarla magari con qualcosa di diverso, tipo una dittatura fascista con tante buone intenzioni che imponga dall'alto le priorità e i valori al paese (che è quello che faremmo noi, se anziché dover sottostare ad un popolo che non ci considera avessimo in mano il governo del paese).
Arrivo a una prima conclusione. Io mi sentirei di dire che questo è uno dei momenti della storia italiana in cui «questione sociale» e «questione nazionale» fittamente s'intrecciano, fino a costituire un unico «nodo di problemi» da affrontare insieme. Questo vuol dire che il bisogno di «unità», per quanto tormentato e difficile, è altissimo. Uno degli errori strategici più gravi che si siano commessi nel corso dell'ultimo ventennio è l'essere andati separati - riformisti e radicali - alle ultime elezioni: gli uni, vantandosene come della scoperta del secolo; gli altri, consentendovi con pallida e autolesionistica tracotanza.
Abbiamo fatto una fesseria di dimensioni titaniche. Non siamo riusciti a capire che se già contavamo poco tutti assieme, separati avremmo contato ancora meno: ma mica pensavamo che la matematica funzionasse veramente. E' che pensavamo che, dopo aver malgovernato tutti assieme per due anni, sarebbe bastata una campagna elettorale di un paio di mesi passata a gettare fango sui nostri ex-alleati per rifarci una verginità. Ma la propaganda liberaldemocratica capitalista filoamericana continuava a ricordare agli elettori che noi eravamo quelli avevano fatto l'esatto contrario di quello che avevamo promesso (dal rifinanziamento delle missioni all'estero al no alle unioni civili). E si sa che il popolo è ottuso e non ha la nostra ampia visione del mondo, e non capisce che se non abbiamo risolto subito dei problemi pratici è perché siamo impegnati nel riprogettare il sistema capitalistico mondiale. Non è chiaro come, ma ci piace molto dirlo. E poi parlare di "anti-capitalismo" ci ricorda così tanto i bei tempi del '68. Anche noi abbiamo un cuore. Colto, di classe e raffinato, ma pur sempre un cuore.
Per affrontare questo «nodo di problemi» è fin troppo evidente che le forze politiche dell'attuale opposizione risultano inadeguate. Perché la difficoltà attuale sia superata bisognerebbe che tutte le forze interessate, sia pure da angoli visuali diversi, guardassero fin d'ora a questo traguardo: sto parlando dunque di un processo, non di un arrangiamento fra capi e capetti.
Non ho la più pallida idea di come tradurre in concreto le parole di cui mi riempo la bocca. L'opposizione è divisa e nel suo insieme non ha uno straccio di idea che sia una. Facciamo una bella cosa: ci mettiamo tutti assieme e poi ripetiamo a turno "dobbiamo fare qualcosa". Qualcosa succederà...
Del Pd non saprei che dire se non che dovrebbe imparare presto a far bene il suo mestiere, che sarebbe quello, se non erro, di un partito moderato che guarda a sinistra (perché se decidesse, da partito moderato, di guardare a destra, il berlusconismo oggi tanto deprecato ci apparirebbe solo una tappa verso precipizi ancora peggiori).
Sì, lo so, un buon 30% degli esponenti del PD sono teodem, poi ci sono quelli vicini ai confindustriali, qualche neoliberista e tutti gli altri. Nel suo insieme, il PD sarebbe da considerare una formazione di destra, quindi facciamo finta di niente, continuiamo a dire che sono di sinistra e vediamo se alle prossime elezione riusciamo a ritornare in Parlamento. E poi, se sono disposto a rivalutare il ventennio fascista per andare contro un Berlusconi, certamente non mi farò problemi a glissare elegantemente su una Binetti.
Sulla sinistra, che c'è e non c'è, e che in mancanza di altro si dilania, mi sentirei di fare alcune considerazioni di massima.
Il recente congresso di Rifondazione comunista ha avuto il merito di separare più nettamente che in passato i «comunisti» da tutti gli altri. I «comunisti» - per carità, bravissimi compagni, con cui non sarà impossibile mantenere rapporti - vanno per una loro strada, che non porta da nessuna parte.
Questi qua puzzano di perdenti, persino per me. Sarà meglio lasciarli perdere.
E gli altri? Gli altri dovrebbero porre alla base del loro futuro quel profondo ragionamento critico e autocritico, che finora è mancato e che lo stesso Bertinotti, se si escludono gli ultimi, disperatissimi mesi pre-elettorali, ha accuratamente evitato di affrontare. La cosa riguarda nello stesso modo l'intera galassia di quella parte della realtà politica italiana (che esiste, e come), la quale non s'adatta né alla formula corruttiva berlusconiana né all'opposizione moderata del Pd né alle risposte, piene di pathos, ma programmaticamente e ideologicamente assai deboli del dipietrismo (e di altri fenomeni analoghi ma deteriori).
Allora, quelli di sopra partono già zoppi, gli altri invece non sanno cosa fare. Non hanno un'idea e non si riconoscono in niente di quello che c'è. Bene, sono proprio quelli giusti per ricominciare ad agitare fumo parlando di rifondazione della progettualità della sinistra, dove chiaramente l'idea non è di dar vita ad un progetto ma solo di parlare di come dovrà essere progettato questo utopico progetto.
Se mai ci sarà una Costituente di sinistra (come io mi auguro), mi piacerebbe che i suoi promotori tenessero conto che esistono tre comparti di problemi, uno programmatico, uno strategico e l'altro organizzativo, con cui - quali che siano le soluzioni da proporre - non si dovrebbe evitare di confrontarsi.
Vabbé, dato che sono così intelligente, vi do un aiuto e vi spiego come fare. Se volete fare un nuovo soggetto politico è necessario che ci siano tre cose: un programma, un'idea di come proporlo in giro e anche una struttura di persone che si dividano compiti e responsabilità. Bene, la mia parte l'ho fatta, ora datevi da fare con il resto.
Il comparto programmatico è di gran lunga il più importante, ma qui posso evocarne solo il principio ispirativo. Se non si è comunisti, si è riformisti: bisogna accettare l'inevitabilità di questo décalage storico. Ma ci sono molte forme di riformismo: e ciò che le distingue è il programma (di cui non c'è traccia alcuna nei recenti dibattiti, anche quelli congressuali!).
Ah, dimenticavo, il programma è forse la parte più importante. Prima di tutto facciamo una distinzione: o si è comunisti o si è riformisti. Cosa? E' troppo stringente? Allora diciamo così: ci sono tante forme di riformismo, così se capita si potrà rifare un'alleanza con i teodem. E a chi ci dirà che i teodem non sono riformisti potremo rispondere: "magari non saranno riformisti nel senso che intendi tu, caro limitato corrotto, perché loro sono riformisti in un senso più ampio". Che non vuol dire niente, ma a noi che c'importa: siamo una FPAS.
Quella cui io penso è una forma molto radicale di riformismo, che preme su tutti i gangli della vita sociale, va più in là, s'occupa in modo più generale della «vita», delle collettività ma anche di ognuno di noi individualmente inteso, e propone soluzioni che spostano i rapporti di forza. Il cambiamento è in atto da quando lo si inizia, non c'è bisogno di arrivare al risultato finale per conoscerne tutti gli effetti. Dal punto di vista strategico non si potrà fare a meno di comporre in un quadro unitario «questione sociale» e «questione ambientale».
Quello che intendo io comunque è un riformismo che cambia le cose, non che le lascia come stanno. E a tal proposito vi spiego un'altra cosa: perché le cose cambino è necessario iniziare a cambiarle. Finché non si inizia a cambiare le cose, queste non cambiano. Quindi uno dei contenuti programmatico-strategici del nuovo riformismo potrebbe essere: cambiare le cose.
La cosa, se si entra nel merito, è tutt'altro che semplice: una classe operaia ecologista ancora non s'è vista ma neanche s'è visto un militante ecologista capace di «pensare» la «questione sociale» contemporanea. E pure sempre più avanza la consapevolezza che il destino umano risulta dalla composizione, meditata e razionale, delle due prospettive e cioè, per parlarne in termini politici, dalla sovrapposizione e dall'intreccio del «rosso» e del «verde».
Eh, lo so. Ora c'è la parte più difficile. Va bene cambiare le cose? Ma quali e come. E' tutto un gran casino: ci sono i problemi sociali, quelli ambientali e poi il destino di tutta l'umanità. I comunisti sono superati, gli ambientalisti sembra pure... ci vuole qualcosa di nuovo. O magari basta mescolare un po' il tutto. Ecco, sì: perché non fondare gli ambienisti, gli ambientalisti-comunisti?
Infine: se qualcuno pensa che la crisi della sinistra si risolva creando un nuovo piccolo partito dei frantumi dei vecchi, farebbe bene a cambiare opinione il più presto possibile.
Ripeto, abbiamo fatto una fesseria enorme: non siamo riusciti a capire che se già contavamo poco tutti assieme, separati avremmo contato ancora meno. Pare che la matematica non sia proprio campata in aria.
Ciò a cui sembra opportuno pensare è un vasto e persino eterogeneo movimento di forze reali, che sta dentro e fuori i vecchi partiti e per il quale vale la parola d'ordine che l'unica organizzazione possibile è l'autorganizzazione: una rete di istanze e rappresentanze diverse, collegate strategicamente e non gerarchicamente, che assorba e rivitalizzi le vecchie forze piuttosto che viceversa.
Sì, lo so, non vuol dire niente in concreto. Ma non posso mica fare un articolo in cui non c'è almeno una parte in cui si dice cosa fare usando termini generici ed astratti, dicendo tutto ed il contrario di tutto.
Certo, perché il discorso funzioni è necessario ammettere che tutte le volte in cui in Italia si riaffaccia una «questione morale» - cioè, come ho cercato di spiegare, un problema di degrado e di corruzione della vita pubblica e della democrazia - torna ad affiancarlesi l'ancora più stantia e veramente obsoleta parola d'ordine di una «rivoluzione intellettuale e morale».
Bene, vi ho spiegato tutto, ora il consueto saluto: "Hasta la victoria, siempre".
È questo cui pensiamo quando diciamo che la lotta al berlusconismo è al tempo stesso «questione sociale» e «questione nazionale»? Siamo retro al punto di rispondere tranquillamente di sì a questa domanda. In fondo tutto si riduce a questa semplicissima prospettiva: cambiare i tempi, i modi, le forme, i valori, i protagonisti dell'agire politico in Italia. Il resto verrà da sé.
Riassumendo: bisogna cambiare tutto. Non sappiamo come, quando, dove e nemmeno perché. Ma lo dobbiamo fare, e chi non è d'accordo è ottuso, è corrotto e può andare, per citare il maestro di pensiero Veronesi nel suo scambio epistolare con Stefano Lorenzetto, a "farselo stroncare in culo per il resto dei suoi giorni".