29 settembre 2008

In God's Country

Le leggende autodenigratorie italiane si basano spesso su due elementi che determinerebbero la specificità dell'anomalia italica rispetto a qualsiasi altra democrazia occidentatale, e che contribuirebbero a renderla un paese un po' meno evoluto degli altri. Perlomeno se gli altri sono gli Stati Uniti o l'Inghilterra. Prima di tutto c'è l'idea che là, a differenza di qua, lo Stato non assiste gli imprenditori incapaci: se una situazione va male, viene lasciata al suo destino e poi i responsabili vengono perseguiti e puniti severamente.

Oltre al mega intervento statale statunitense per mettere una falla al buco creato dagli investimenti spregiudicati delle banche americane, è notizia di poche ore fa l'annuncio della nazionalizzazione della banca Bradford & Bingley da parte del governo inglese (che fa seguito alla non distante analoga vicenda riguardante Northern Rock) al fine di scongiurarne il fallimento. Una procedura, questa, che non solo non sembra suscitare lo stesso scandalo di quella riguardante il finanziamento di Alitalia, ma che anzi viene accolta come fosse una cosa normale. (Certo, si tratta di due questioni leggermente differenti, tuttavia il punto non sono le differenze, ma le analogie.)

Il secondo fattore, quando viene messo in discussione il primo, riguarda invece il destino dei responsabili. In altre parole, quando viene fatto notare che quanto accade in Italia avviene anche all'estero, la risposta standard è una sola: "Sì, ma all'estero ci sono leggi durissime e finiscono in prigione." Una posizione credibile se non venisse puntualmente smentita dai fatti. E i più recenti ne sono una dimostrazione: gli ultimi due supermegadirettori della AIG (il colosso assicurativo salvato dall'intervento del governo statunitense) hanno ricevuto come buonuscita 22 e 47 milioni di dollari. Cifre che fanno impallidire le buoniscite dei manager italiani, ma che alla fine appaiono come poco più che briciole se paragonati a quelle degli ex direttori della Lehman: 2.5 miliardi di dollari.

Riassumendo: la Lehman è fallita, migliaia di persone sono finite senza lavoro, molte di più hanno perso soldi e risparmi e i responsabili se ne vanno spartendosi 2.5 miliardi di dollari. E poi c'è chi definisce l'Italia un "paese anormale"...

25 settembre 2008

The Trial

Stasera ritornerà alla ricerca del martirio mediatico con la nuova stagione di AnnoZero la premiata ditta Santoro-Travaglio. E quale migliore introduzione all'evento in questione dell'intervista a quest'ultimo pubblicata domenica su La Stampa.
Travaglio, le sue non sono interviste, ma interrogatori.
«In un Paese dove Vespa passa per giornalista, chi fa domande è un’anomalia. In Italia la realtà è così drammatica che se racconti i fatti passi per fazioso: ma sono i fatti a essere faziosi. All’estero Vespa neanche lavorerebbe. Qui il massimo dissenso tollerato è il chiacchiericcio, la battutina alla Mentana. Santoro e io facciamo nomi e cognomi. E il potere ci odia».
Certamente, lo dice Travaglio. Ad esempio, l'autorevole stampa inglese, quella che durante il conflitto russo-georgiano ha elegantemente glissato sui circa 2000 morti causati dall'attacco georgiano nella notte dell'inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino (più o meno la metà dei morti causati dall'attentato alle Torri Gemelle) per sostenere una linea politica esplicitamente antimoscovita (perché filostatunitense, e non viceversa) è un grande esempio di giornalismo. Come la stampa americana che tratta il crack Lehman come se fosse una semplice (e non prevedibile) casualità, e non invece la conseguenza di una politica economica "spregiudicata" (a differenza, ovviamente, di quanto accade in Italia che invece è bruttobruttobrutto per definizione). O ancora come il coro estero che, sempre su posizioni vicine agli U.S.A., definisce il dalai lama come "capo del governo tibetano in esilio", senza mai specificare come abbia ottenuto tale incarico ed investitura ed in base a quali regole. Poi è vero che Santoro e Travaglio fanno nomi e cognomi, ma solo di alcuni: chissà perché nel clima generale di corruzione, privazione delle libertà e conflitti d'interessi vari che dipinge, dalla sua penna non esce mai niente contro De Benedetti, e sulle colonne dell'Unità non denuncia quotidianamente il conflitto d'interessi di Renato Soru...
Per Lerner, volete solo dimostrare che «ce l’avete più lungo».
«Noi ce l’abbiamo normale, sembra lungo perché gli altri ce l’hanno troppo corto. Mi spiace che a dire questo sia Gad, il migliore dopo Santoro. Ancora rivendica di avere rifiutato l’ultima vera intervista a Borsellino, nella quale - due giorni prima di Capaci - parlava di indagini sui rapporti tra Mangano, Dell’Utri e Berlusconi. Comunque, in un Paese decente, i tre tg nazionali sarebbero diretti da Lerner, Santoro e Feltri».
Il fatto che esista un'intervista in cui la vittima di un'attentato mafioso parlava di indagini tra diversi soggetti non significa che quelli esposti fossero a loro volta fatti. L'alludere a collegamenti mafiosi tra persone distinte sulla base di un'intervista che parlava d'indagini non significa parlare di fatti, ma utilizzare una scorrettezza discorsiva annoverabile tra le fallacie di pertinenza (ricorso all'autorità). Il mettere in relazione fatti distinti (Capaci e le indagini di Borsellino), se non avviene sulla base di criteri oggettivamente dimostrabili, non è a sua volta un fatto, ma una semplice opinione di chi parla. Il che, ovviamente, non significa che quanto detto sia necessariamente falso, ma solo che in assenza di argomentazioni ferree non si tratta di fatti ma di opinioni e furbe allusioni. "Furbe" in quanto l'allusione diffamatoria generata dall'esposizione di due fatti distinti veri non può essere perseguibile (leggi: anche qualora non ci fossero stati collegamenti tra Capaci e le indagini di Borsellino cui Travaglio allude, l'accusatore non può essere imputato per aver fatto due affermazioni vere).
Feltri?
«Il fuoriclasse del giornalismo di centro-destra. Neanche difficile, ci sono solo lui e Belpietro. Con il centro-sinistra al governo, un tg di Feltri lo guarderei: gli farebbe le pulci».

Chi va in tivù certo di avere la verità in tasca risulta antipatico.
«Lo dice Costanzo. Non mi sono mai posto il problema della simpatia, mi interessa che ciò che dico sia vero. Costanzo non l’ho mai capito. Appena lo nomini, la gente sbianca: ha un potere enorme, nella P2 era “maestro” e Berlusconi “apprendista muratore”. Però Costanzo ha anche rischiato la pelle per la mafia. L’attentato fu legato anche al suo “no” alla nascita di Forza Italia, ne sono convinto, ma capisco che lui non abbia voluto inoltrarsi su questo terreno».

Non è una tesi da nulla.
«Ho letto qualche tonnellata di atti giudiziari sulle stragi del ‘93. Servivano a “destabilizzare per stabilizzare”, a sollecitare la nascita di nuove forze politiche gradite alla mafia. In quei mesi Dell’Utri stava inventando Forza Italia, in stretto contatto con Mangano».
L'esperto in Fatti sembra fare di nuovo confusione tra fatti ed opinioni. Che possa ever letto tonnellate di atti giudiziari può essere un fatto, come anche lo è l'attentato a Costanzo, e come anche può esserlo la convinzione che tutti questi fatti siano collegati. Ma se la convinzione è un fatto, non per questo lo è anche ciò di cui si è convinti. Per dimostrare che è un fatto l'oggetto del fatto-convinzione servono dati e prove, e il dichiarare di aver letto tonnellate di atti giudiziari, senza però indicare in quale sentenza sia dichiarato esplicitamente che il "no" a Forza Italia di Costanzo e l'attentato subito sono concatenati, non è un fatto ma un'altra fallacia di pertinenza (altro ricorso all'autorità: l'estesa conoscenza della materia non aggiunge valore alle affermazioni se queste non sono provate e dimostrabili).
Cambiamo argomento. Ormai lei è il giornalista di riferimento della satira.
«Grillo è un comico straordinario, ma ormai fa politica dall’esterno. Sabina Guzzanti ha uno spirito civico formidabile. Luttazzi è un genio e un purista. La sua scelta, opposta a Beppe e diversa da Sabina, è di essere soltanto un satirico. Non partecipa a eventi politici per non alimentare confusioni. Tutti e tre non mediano, dicono tutto. Come se l’Italia fosse davvero una democrazia».
Che l'Italia non sia una democrazia è tutto da dimostrare. E senza entrare in dettagli politici, il fatto stesso che Grillo, Luttazzi, Guzzanti e lo stesso Travaglio siano liberi di esprimere la loro opinione come chiunque altro lo dimostra ampiamente. Solo quest'ultimo ha modo di esprimere liberamente il suo pensiero su diversi giornali ed in prima serata su un canale nazionale. In qualsiasi regime non democratico (sudamericano, est-europeo, asiatico) le persone venivano ampiamente perseguite e punite per molto meno.
Grillo preferisce i nemici veri agli amici finti. È lo stesso per lei e Santoro?
«Michele ha capito troppo tardi chi sono i burocrati della sinistra. Così ha prestato la sua faccia a chi non lo meritava al Parlamento europeo, permettendo ai D’Alema di sventolare fintamente la bandiera della libertà. Per me è diverso, ho sempre ritenuto i gerarchi comunisti il peggio del peggio. Poi è arrivato Berlusconi e mi ha costretto a mutare le gerarchie. Il centro-sinistra non fa paura: fa ridere. Vuole quello che vuole Berlusconi, ma non sa realizzarlo: lui sì».
Povero Michele, è un ingenuo, un anima candida. E come in un gioco di prestigio, nell'esposizione di Travaglio scompare del tutto qualsiasi attenzione alla volontà degli elettori. La vicenda di Santoro al Parlamento europeo diventa così un fatto a due tra il conduttore e i DS, e dalla scena scompaiono gli elettori che lo avevano votato, come se questi non gli avessero dato un incarico per essere rappresentati ma gli avessero semplicemente offerto uno stipendio alternativo fino a che non fosse riuscito a tornare in televisione.
Inoltre, se i gerarchi comunisti erano il "peggio del peggio", nel momento in cui arriva un fattore che muta le gerarchie in senso negativo vuol dire che questo è "peggio del peggio del peggio". Da cui deriva che lavorando per L'Unità, ancora oggi voce ufficiale di quegli stessi gerarchi, Travaglio scrive per ed è stipendiato da, su sua stessa spontanea dichiarazione, il "peggio del peggio".
Oggi è dipietrista?
«Per colpa del “cainano” Berlusconi e dei suoi alleati, non posso votare destra. Mi accontento di votare l’unico antiberlusconiano vero, Di Pietro».
Deridere una persona bassa per la sua altezza, che originalità! E' veramente ridicolo vedere i campioni della Cultura, le intelligenze sopraffine che schifano il popolo che vota a destra, guarda le Veline ed è schiavo della cultura dell'immagine, essere poi i primi a schernire gli avversari perché bassi, grassi o brutti.
Quante querele ha collezionato?
«Le querele per diffamazione non fanno paura: a 44 anni sono ancora incensurato. Ma Berlusconi e i suoi fanno cause civili, vogliono soldi, puntano a rovinarti. Ho deciso di ripagarli della stessa moneta: chi mi diffama lo porto in tribunale»
Se invece portano lui in tribunale e perde, prova a difendersi dicendo che fa satira (come davanti al giudice che poi l'ha condannato a risarcire Confalonieri).
Per Vespa è impensabile che uno come lei stia in Rai.
«Premesso che io faccio cinque minuti alla settimana e lui otto ore, Vespa ha ragione: se il giornalista tipo in Rai è lui, io sono incompatibile. Berlusconi non mi chiamerebbe mai “dottor Fede”. Vespa ha una strana concezione di servizio pubblico: fino al ‘93 si vantava di avere come editore di riferimento la Dc, ora serve i partiti che contano. Se Santoro viene da “Servire il popolo”, Vespa è di “Servire il popolo delle libertà”. Berlusconi ha il 60 per cento di consensi, ma da lui fa solo un milione di spettatori: appena la gente vede Vespa, scappa. Ha detto che la colpa è di King Kong: “Berlusconi contro King Kong” è come Totò contro Maciste, con tutto il rispetto per Totò».
Probabilmente è vero che Vespa ha una strana concezione del servizio pubblico... Però verrebbe anche da rispondere che Travaglio ha una strana concezione del "servire il popolo"; infatti la servitù nei confronti di quel popolo che aveva affidato a Santoro il mandato da europarlamentare (in uno schieramento politico ben determinato, non da autonomo o indipendente) è durata fino a quando non gli si sono riaperte le porte della RAI.
Floris, almeno, le piacerà.
«È il “Vespino de sinistra”. Il Vespa di nuova generazione. Il Vespa restyling».
Beh, perlomeno si è limitato a denigrarlo solo su un piano "professionale". In fondo, calcolando che Floris porta gli occhiali, tra i vari nani e ciccioni perché non infilarci anche un "quattrocchi".
Ha mai pensato che lei convince i già convinti?
«Il mio scopo è informare, non far vincere il centro-sinistra. Mi rispettano anche gli elettori di Lega e An. Magari mi maledicono, ma mi rispettano. Quando spieghi il tema giustizia, capiscono che la sicurezza di Berlusconi è inversamente proporzionale alla loro».

E gli elettori di Forza Italia?

«Non ne vogliono sapere. Loro Berlusconi se lo meritano. Noi, un po’ meno».
Proviamo ad indovinare: perché sono antropologicamente inferiori?

24 settembre 2008

Fade to Black

"Complimenti! Stiamo tornando, senza darlo a vedere, al Minculprop?"
Si chiede l'editorialista de Il Manifesto a proposito del taglio dei finanziamenti pubblici ai quotidiani, dei tagli cioé che andranno a colpire tutti quei giornali che non riescono a mantenersi da soli, trasformando l'obbligo di finanziamento statale in un'operazione facoltativa a seconda della disponibilità delle finanze pubbliche.

Trattandosi de Il Manifesto, non poteva non mancare il consueto riferimento (neanche troppo velato) a qualche aspetto del fascismo. Si potrebbe rispondere con una boutade che in fondo si tratta di una profezia autoavverantesi: dopo oltre quindici anni passati ad urlare in continuazione "al lupo! al lupo fascista!", qualcuno si è finalmente deciso a dar loro qualcosa per cui lagnarsi seriamente. O più seriamente, si potrebbe obiettare che nessuno ha mandato delle squadracce a rastrellare la sede di questo o quel giornale, ma che la loro eventuale chiusura è da imputare all'incapacità di stare sul mercato. (Leggi: fai un giornale più interessante e leggibile, conquista nuovi lettori e vedi di fare a meno del sostegno dei contribuenti.) O ancora si potrebbe chiedere come mai, dopo anni passati a puntare il dito contro i sostentamenti a questa o quella attività ritenuta improduttiva, oggi che nella lista delle spese da tagliare improduttive ci sono loro non riservano a se stessi lo stesso trattamento, ma anzi rivendicano uno status particolare per la loro attività che, a loro dire, non può essere equiparata ad altre merci (nimby?) .

Ma sono tutte domande secondarie, e magari anche oziose, perché quella principale rimane una sola: è mai possibile che in decenni passati ad additare questo o quel nemico come "fascista", a Il Manifesto non abbiano imparato che quello istituito dal Duce non era il "Minculprop" ma il Minculpop (Ministero della Cultura Popolare)?

17 settembre 2008

Bark at the Moon

Cercando su YouTube è facile trovare i video con gli scambi tra Travaglio e Sgarbi avvenuti nella puntata di Anno Zero del 1° Maggio 2008. Un tratto molto frequente nei commenti che li accompagnano è l'elogio della calma di Travaglio di fronte alle intemperanze linguistiche di Sgarbi. Per una volta, durante uno dei suoi monologhi, si trova a fianco un ospite che non ascolta in silenzio ma lo interrompe per sottolineare l'infodatezza di alcune sue affermazioni. (Memorabile il passaggio in cui Sgarbi lo invita, di fronte allo scenario di corruzione generale che dipinge, a dire in pubblico qualcosa contro De Benedetti, ottenendo in tutta risposta una ripresa del monologo come se nulla fosse.)

Essendo la puntata dedicata al suo amico Grillo, non poteva non fare l'elogio di quanto avvenuto nei casi Parmalat e Cirio, ed afferma con tono apodittico:
Noi siamo il paese che ha scoperto che la Parmalat era cotta, tre o quattro anni dopo, che la Parmalat è cotta…perché? Non abbiamo analisti finanziari in grado di spiegare ai risparmiatori che non devono comprare i bond della Parmalat quando le banche, sapevano da anni. Io ho visto una vecchietta un giorno ad uno spettacolo di Grillo, che lo ringraziava dicendo: "Ah, la ringrazio perché anni fa son venuta a vedere un suo spettacolo, e lei mi ha detto che la Parmalat era cotta, io ho ritirato tutti i soldi che avevo nei bond della parmalat, e mi sono salvata. Mia cugina, che non mi ha voluto credere, ha perso tutto." E’ normale che uno debba apprendere da uno spettacolo di un comico che la Parmalat è morta?
Al che Sgarbi, interviene urlando:
Capita anche in America, capita anche in America, non sputtanare l’Italia! Anche in America crollano aziende su cui persone hanno investito.
Per ovvi motivi Sgarbi, non poteva essere a conoscenza di quanto sarebbe accaduto in questi giorni alla Lehman, ma i precedenti Enron e WorldCom erano noti in quanto anteriori a Parmalat e Cirio. Il che dimostrava, ben prima degli eventi di questi giorni, che il monologo di Travaglio non era altro che il solito "sputtanamento" del paese.

Ma il punto è un altro: malgrado il contenuto desse palesemente ragione a Sgarbi, buona parte dei commentatori si schiera dalla parte di Travaglio scambiando l'incapacità di sostenere un contradditorio con la calma e l'eleganza di chi non si lascia inelegantemente andare ad urla e turpiloquio. (Ed è interessante notare come proprio quel contradditorio che spesso viene invocato da Travaglio in contesti "amici" come fondamento di una comunicazione libera, venga poi rifiutato nel momento in cui si trova a fianco un interlocutore che lo ricerca apertamente.)

Il che porta alla mente un altro episodio in cui lo sguardo osserva proverbialmente il dito anziché la luna. In occasione della cancellazione di Decameron dai palinsesti de La7, Luttazzi osservava in modo molto lucido sul suo blog:
Se io parlo del sostegno immondo di Ferrara alla guerra criminale di Bush, Blair e Berlusconi in Iraq, e voi vi scandalizzate dei toni satirici invece che di Abu Grahib o del napalm a Falluja, la vostra scala di valori è corrotta.
Il concetto è chiaro: se lo scandalo è verso i toni utilizzati da Sgarbi, anziché verso le eleganti "inesattezze" presentate come verità indiscutibili, la scala di valori che si sta utilizzando per giudicare il (non) contradditorio è corrotta. Esattamente come quando, di fronte ad una discutibile immagine basata su perversioni sessuali, si discute questa e non il contesto a base di violenza e morte cui essa fa riferimento.

E ora cosà potrà dire a Travaglio, con calma ed eleganza, a quei risparmiatori italiani che attualmente sono preoccupati per i loro investimenti legati ai bond della Lehman? A quei risparmiatori che, avendo acquistato bond emessi dalla quarta banca statunitense, pensavano di poter stare traquilli perché all'estero, a differenza di quanto accade in Italia, ci sarebbero stati analisti finanziari che avrebbero spiegato loro come gestire un simile investimento.

16 settembre 2008

Circle in the Sand

Anno dopo anno, L'Isola Dei Famosi si conferma sempre per quello che non ha mai negato di essere: un programma che è giunto all'ennesima edizione forte di un consenso di gradimento popolare basato su una forma di schietto intrattenimento. Ed in quanto tale non ha alcuno scopo didattico o pedagogico; un aspetto, questo, che l'intellettualismo radical chic ha sempre esibito come una mancanza imperdonabile, se non addirittura deleteria, per la cultura italiana (come se la cultura di un paese si basasse su quattro reality show sparsi nei vari palinsesti nazionali).

E quest'anno non sembra esserci alcuna differenza rispetto a quanto già visto in passato: personaggi in cerca di popolarità (perduta o ancora da trovare) e di una telecamera davanti alla quale apparire, per un pubblico che desidera assistere a qualche ora di leggerezza. Insomma, tutto come la solito, se non fosse per la presenza di un noto concorrente che, con la sua presenza, offre all'insieme un aspetto curiosamente ironico. Vladimir Luxuria, dopo esser stato comodamente seduto per due anni su uno scranno parlamentare in virtù dei voti di buona parte di coloro per i quali i reality show sono una delle sorgenti ultime di tutti i mali, dopo aver pontificato per un pari periodo sui diritti di svariate categorie di persone e su come riorganizzare il paese, ritrovatasi improvvisamente senza stipendio, senza esitazione va a partecipare in un gioco a premi su un'isola in Honduras, e a divertire proprio quel pubblico "abbrutito dalla televisione" che fa tanto ribrezzo ad una parte di chi l'aveva mandata in parlamento.

12 settembre 2008

Sometimes it's a Bitch

Il recente decreto legge firmato dal ministro Carfagna che prevede un inasprimento delle pene nei confronti della prostituzione per strada sembrerebbe (per quanto involontariamente) contenere in sé un piccolo passo avanti nei confronti di una tutela delle schiave, muovendosi anche in direzione di una criminalizzazione di quella figura che partecipa spensieratamente all'abuso sessuale delle schiave (anche minorenni) che risponde al nome di "cliente". Ma il condizionale è d'obbligo, perché il decreto esibisce tutti i suoi enormi limiti in modo tutt'altro che discreto.

Ovviamente, ancora una volta, il governo nasconde la propria debolezza in tema di sicurezza dietro le dure apparenze della tolleranza zero. Come nell'incapacità di distinguere tra tifosi violenti e tifosi tranquilli vengono vietate intere trasferte in blocco, così nell'incapacità di distinguere tra scambi consensuali e sfruttamento colpisce tutti indistintamente. Ma non solo: a differenza delle azioni prese contro le tifoserie, questo decreto ha inoltre i connotati della proverbiale sporcizia nascosta sotto il tappeto.

Infatti, più che essere volto a riformare una situazione di sfruttamento e degrado, l'obiettivo sembra consistere nel far sì che questo non avvenga sotto gli occhi dei cittadini. La prostituzione sarà vietata in pubblico, ma non in case private; e le azioni verso i clienti sono previste solo se questi "acquistano" in pubblico. Il che significa che i clienti potranno continuare a non porsi il problema se la persona che gli vende sesso lo fa consensualmente o perché costretta a pugni e minaccie, a patto che ciò avvenga in privato: sì con le schiave, ma solo se chiuse in una casa.

E l'odore di moralismo che impesta un'azione che comunque non sarebbe da rigettare in toto viene confermato dalla dichiarazione del ministro: "Mi fa orrore, non comprendo chi vende il proprio corpo." Se da un lato non c'è nulla di male nell'allietare le cabine dei camionisti con le proprie curve femminili esibite in "foto artistiche" sui calendari, dall'altro si oltrepassa la soglia del ridicolo se con un simile passato si sale su un pulpito a guardare disgustati allo smercio dei corpi altrui.

11 settembre 2008

In The Kingdom Of The Blind The One Eyed Are Kings

In un contesto "ideologico", avere una sola idea non è molto, ma se il panorama di riferimento è segnato dall'assenza di idee e direzioni quella singola idea diventa un vantaggio. Questa è una delle ragioni della natura vincente dell'antiberlusconismo dipietrista, cioé di quell'ammasso di affermazioni che senza proporre niente di costruttivo funzionano da mantra sciamanico nel dipingere scenari in cui viene individuato e propagandato un Male Assoluto, al fine di ridefinire se stessi come parte buona del conflitto per il solo fatto di essere schierati contro quella che unilateralmente è stata definita come una sorta di fonte generatrice di una progenie demoniaca.

Ma non solo. Per essere paladini del Bene è necessario anche che ci sia un Male da combattere. Non alcuni semplici mali cui porre rimedio, ma una vera e propria Legione del Male che come il demonio biblico impestano il corpo del paese: quella che viene definita, cioé, "anomalia italiana". Tale presunta "anomalia" consisterebbe nel definire come unicamente italiane problematiche che invece in forme più o meno simili si trovano, a differenza di quanto sostenuto, anche negli altri paesi occidentali. L'argomento principe dei sostenitori dell'anomalia italiana consiste nel rimarcare l'assenza di una normativa sul conflitto d'interessi che regolamenti il rapporto tra chi si trova a ricoprire più o meno importanti cariche pubbliche ed i suoi eventuali possedimenti privati. Ed anche all'estero, ad esempio in Francia e Stati Uniti, tendono a soffermarsi spesso su questo aspetto offrendo una lettura delle vicende italiane che, perlomeno a dire degli autori, vanterebbe una migliore comprensione di quanto non sia possibile all'interno del Bel Paese.

Che l'Italia, a differenza di altri paesi, non abbia una normativa in tal senso è palese, e sottolinearlo significa solamente rimarcare l'ovvio. Ma se al di là della mera presenza o assenza della normativa si va a considerare il problema in sé, negli altri paesi è stato effettivamente risolto? Cioé, nel momento in cui con "conflitto d'interesse" si intende qualsiasi situazione in cui una persona cui sono stati affidati importanti poteri decisionali possa essere influenzata o eventualmente guidata nelle sue scelte da personali o professionali in genere, gli altri paesi sono effettivamente esenti da tali problematiche? A percorrere le cronache, politiche e non, dei paesi più frequentemente citati, la risposta non può essere altro che "no". E senza lanciarsi in una cronistoria di tutti gli esempi di conflitti di interessi più o meno palesi in UE, si faranno alcuni esempi legati a Francia e USA.

Una campagna elettorale politica che punti ad incarichi importanti ha dei costi decisamente elevati. E quanto più l'incarico è importante, tanto più i costi sono elevati. Ed in tal senso, l'esempio massimo che è possibile fare è quello del Presidente degli Stati Uniti. Che si tratti di repubblicani o democratici, i costi da affrontare sono immensi, ed infatti questi possono contare su appoggi economici da parte di finanziatori che individuano nei candidati dei rappresentanti dei propri interessi. La già citata gaffe dello staff di McCain con Paris Hilton - citata in uno spot di quest'ultimo come un termine di paragone negativo cui affiancare il suo avversario - non ha mancato di scatenare le ire del nonno magnate, che a sua volta non ha esitato ad esibire il suo peso di finanziatore repubblicano per chiedere un dietrofront. E dato che le imbarazzate ritrattazioni ci sono state a fronte di quella che, per quanto infelice, non era altro che una boutade di costume, risulta difficile pensare che il candidato possa poi, qualora eletto, muoversi politicamente in direzioni che potrebbero ledere gli interessi di un simile finanziatore.

Ed è proprio la presenza di così importanti finanziatori una delle ragioni del rigido bipartitismo statunitense: per competere con dei simili aggregati di capitale sono necessari capitali tutt'altro che ridotti. Non a caso, una delle poche figure che negli ultimi venti anni sia riuscita in qualche modo è riuscita ad incunearsi in un similmente rigido bipolarismo è stato Ross Perot. Ma non serve un fine osservatore politico per vedere che anche - se non sopratutto - tra i presidenti eletti la questione del conflitto d'interessi è tutt'altro che risolta. Ad esempio, negli ultimi venti anni di presidenza statunitense, dodici sono stati occupati da esponenti (padre e figlio) di una stessa famiglia di petrolieri texani, coadiuvati da una lunga serie di collaboratori provenienti dall'ambito energetico; un nome fra tutti, quello del Segretario di Stato proveniente direttamente dalla Chevron Corporation.

Che si tratti delle parole da non utilizzare nei confronti della nipotina Hilton (per inciso, nello stesso spot veniva parimenti denigrata Britney Spears, ma non essendo questa legata ad alcun finanziatore, non ha ricevuto scuse e ritrattazioni) o della politica estera in Medio Oriente e nel Caucaso, risulta difficile non vedere una correlazione tra le azioni di chi governa e gli interessi dei gruppi che lo appoggiano. E spostando l'attenzione verso un paese dell'Unione Europea che spesso viene citato come esempio di democrazia e di chiarezza, ed i cui governanti sarebbero un esempio di equilibrio e trasparenza in quanto non plagiati da quella piaga nota come "conflitto d'interessi" che invece sembrerebbe essere una peculiarità italica, le cose non sembrano cambiare molto.

Ed infatti, giusto per fare un esempio più vicino alla situazione italiana, si può ricordare che per quanto riguarda la Francia tra i numerosi finanziatori dell'attuale presidente Sarkozy è possibile trovare diversi miliardari interessati al mercato della televisione o della comunicazione in generale. Patrick Poivre d' Arvor, il conduttore del programma 20 heures di Tf1, sarebbe stato sospeso dal suo ruolo su pressioni dell'Eliseo dopo essersi permesso di trattare da "ragazzino" il presidente durante un'intervista (un fatto, questo, che seguiva quello della sua infruttuosa opposizione alla nomina di una figura vicina al presidente nel ruolo di direttore dell'informazione sulla stessa rete). Nel compiere una simile "pressione" pare infatti che abbia potuto fare affidamento sul sostegno dell'amico Martin Bouygues, guida del gruppo industriale cui appartiene anche il network televisivo (e a testimonianza della sua vicinanza a tale azienda si può ricordare che apparteneva a Vincent Bolloré, azionista del gruppo Bouygues, lo yacht sul quale era andato in crociera all'indomani delle elezioni). Come sembrerebbe da imputare alla sua amicizia con l'editore Arnaud Lagardère la rimozione di Alain Genestar, direttore di Paris Match, in seguito alla pubblicazione delle foto di Cecilia Sarkozy col suo amante (ed al momento della rimozione l'attuale presidente occupava ancora il ruolo di Ministro degli Interni).

La differenza tra l'Italia da un lato e paesi come la Francia o gli Stati Uniti dall'altro non sta pertanto nel conflitto d'interessi in sé, ma nell'evidenza con cui questo si manifesta in Italia rispetto a quanto accade negli altri Paesi. Che Berlusconi legiferi anche pro domo sua (e comunque ovviamente non in modo lesivo dei suoi interessi) è palese, ed è proprio questa evidenza che la stampa estera (inglese, francese, statunitense, etc.) utilizza per evitare invece di guardare con attenzione a quello che nei loro paesi avviene dietro le quinte con accordi privati o dietro l'apparente imparzialità di un blind trust.

Ed in fondo, anche nella stessa stampa italiana, non è difficile trovare esempi anche vicini agli accusatori dei conflitti d'interesse altrui. Marco Travaglio, da sempre in prima linea nella critica dei conflitti d'interessi, non sembra lanciare strali similmente infuocati contro il Presidente della Regione Sardegna Renato Soru, fondatore di H3G e Tiscali nonché editore de L'Unità per cui lui scrive, né tantomeno sembra dedicare a De Benedetti (editore de L'Espresso, e quindi un altro suo editore) la stessa attenzione che invece utilizza nel trattare gli avversari di questo (a latere, è notizia di oggi il posizionamento della M&C di De Benedetti nel ruolo di secondo maggiore azionista di Tiscali, alle spalle appunto del fondatore Soru).

03 settembre 2008

School's Out

Il non distinguere e separare oggetti, persone, comportamenti, etc. valutabili come positivi da altri nocivi è sempre, indipendentemente dalle dichiarazioni di circostanza, una manifestazione di incapacità, nel senso letterale del termine; e comunque vadano le cose ciò non può far altro che comportare un danno o una perdita. Infatti, se si prende un insieme generico I con dentro molteplici elementi X appartenenti tutti ad una stessa categoria ma differenziabili in base al loro segno, avremo due sottoinsiemi: quello dei +X e quello dei -X. Limitandosi a guardare I nella sua interezza e decidendo se prenderlo o rifiutarlo in toto, qualunque cosa si scelga ci sarà una perdita: nel caso dell'assunzione di I nella sua interezza ci sarà il vantaggio rappresentato dai +X ma allo stesso tempo bisognerà fronteggiare il danno rappresentato dai -X; viceversa, rifiutando I in toto, non ci sarà più il danno rappresentato dai -X, ma in compenso ci sarà la perdita dovuta alla mancata assunzione dei +X.

Per fare un esempio, si può pensare ad una persona che vada a raccogliere funghi in una zona dove crescono porcini in abbondanza e torna a casa con due cesti ben pieni. Tuttavia, mentre tornava a casa, si era trovata ad incrociare una persona che gli aveva detto di controllare bene il contenuto delle ceste in quanto già ad un primo sguardo era possibile individuare funghi nocivi per la salute; ma non essendo un esperto in materia non è capace di individuare quali potrebbero essere quelli effettivamente dannosi. Ecco allora che, nell'ipotetica impossibilità di affidare tale compito ad una persona competente in materia, il suo deficit di conoscenze e capacità esercita tutto il suo potenziale: non essendo capace di distinguere tra funghi buoni e funghi cattivi, il goloso raccoglitore dovrà trattare il contenuto dei cesti come un unico insieme. Essendo ormai ora di pranzo, se deciderà di procedere comunque alla cucina di quanto raccolto potrà godere di quella pietanza succulenta cui ha pensato per tutta la mattinata, ma nella quasi certezza di una lavanda gastrica pomeridiana; se invece deciderà di abbandonare i suoi propositi culinari, non dovrà andare in ospedale ma allo stesso tempo sa che al posto del profumo dei tagliolini con panna e funghi ci sarà quello di uno dei surgelati che conserva nel freezer.

In una situazione del genere, qualsiasi persona di buon senso si mette il cuore in pace e di fronte al rischio di un'intossicazione ingoia i surgelati e rimanda i profumati tagliolini a data da destinarsi. Ciò non toglie che tutto ciò è chiaramente una conseguenza dell'incapacità del raccoglitore. Se infatti le sue conoscenze fossero state maggiori avrebbe potuto praticare quella che, in base al più banale buon senso, rappresenta la soluzione migliore: separare i funghi buoni da quelli cattivi, cucinare i primi con la panna per condire i tagliolini, e distruggere i secondi in modo tale che non possano nuocere.

Nel campo dei provvedimenti sociali, le cose non cambiano: e tanto l'ampio permissivismo quanto la cosiddetta "tolleranza zero" finalizzata a vietare in modo generale, in alternativa alle azioni di individuazione e punizione mirata, rappresentano, proprio per la loro mancanza di discriminazione, un danno per il corpo sociale nel suo insieme. La prima diventa fonte di intossicazione e rigetto, la seconda di privazione. Ad esempio, la scelta da parte del Ministero degli Interni di vietare in toto le trasferte dei tifosi del Napoli (giusto per prendere l'ultimo caso) alla luce degli atti di violenza che ancora animano la cronaca rappresenta in tal senso una dichiarazione di incapacità ed impotenza da parte delle istituzioni (esattamente come la scelta di multare chi passeggia con bottiglie o lattine in mano per evitare che possano aver la possibilità di sporcare e danneggiare, anziché colpire chi effettivamente sporca e danneggia, e molteplici altri casi).

Il divieto di un atto non necessariamente dannoso (come una trasferta calcistica o il camminare con una lattina di birra in mano) in funzione della sua potenziale dannosità è manifestazione dell'incapacità di separare i comportamenti "buoni" da quelli "nocivi", proprio come nell'esempio dei funghi. E per quanto di fronte ad un rischio d'intossicazione, ed in assenza di alternative a portata di mano, buttare via i cesti in toto rappresenta la soluzione migliore in quanto la meno rischiosa per la salute dell'organismo, essa mantiene comunque inalterati le sue caratteristiche di danno e perdita.