In un contesto "ideologico", avere una sola idea non è molto, ma se il panorama di riferimento è segnato dall'assenza di idee e direzioni quella singola idea diventa un vantaggio. Questa è una delle ragioni della natura vincente dell'antiberlusconismo dipietrista, cioé di quell'ammasso di affermazioni che senza proporre niente di costruttivo funzionano da mantra sciamanico nel dipingere scenari in cui viene individuato e propagandato un Male Assoluto, al fine di ridefinire se stessi come parte buona del conflitto per il solo fatto di essere schierati contro quella che unilateralmente è stata definita come una sorta di fonte generatrice di una progenie demoniaca.
Ma non solo. Per essere paladini del Bene è necessario anche che ci sia un Male da combattere. Non alcuni semplici mali cui porre rimedio, ma una vera e propria Legione del Male che come il demonio biblico impestano il corpo del paese: quella che viene definita, cioé, "anomalia italiana". Tale presunta "anomalia" consisterebbe nel definire come unicamente italiane problematiche che invece in forme più o meno simili si trovano, a differenza di quanto sostenuto, anche negli altri paesi occidentali. L'argomento principe dei sostenitori dell'anomalia italiana consiste nel rimarcare l'assenza di una normativa sul conflitto d'interessi che regolamenti il rapporto tra chi si trova a ricoprire più o meno importanti cariche pubbliche ed i suoi eventuali possedimenti privati. Ed anche all'estero, ad esempio in Francia e Stati Uniti, tendono a soffermarsi spesso su questo aspetto offrendo una lettura delle vicende italiane che, perlomeno a dire degli autori, vanterebbe una migliore comprensione di quanto non sia possibile all'interno del Bel Paese.
Che l'Italia, a differenza di altri paesi, non abbia una normativa in tal senso è palese, e sottolinearlo significa solamente rimarcare l'ovvio. Ma se al di là della mera presenza o assenza della normativa si va a considerare il problema in sé, negli altri paesi è stato effettivamente risolto? Cioé, nel momento in cui con "conflitto d'interesse" si intende qualsiasi situazione in cui una persona cui sono stati affidati importanti poteri decisionali possa essere influenzata o eventualmente guidata nelle sue scelte da personali o professionali in genere, gli altri paesi sono effettivamente esenti da tali problematiche? A percorrere le cronache, politiche e non, dei paesi più frequentemente citati, la risposta non può essere altro che "no". E senza lanciarsi in una cronistoria di tutti gli esempi di conflitti di interessi più o meno palesi in UE, si faranno alcuni esempi legati a Francia e USA.
Una campagna elettorale politica che punti ad incarichi importanti ha dei costi decisamente elevati. E quanto più l'incarico è importante, tanto più i costi sono elevati. Ed in tal senso, l'esempio massimo che è possibile fare è quello del Presidente degli Stati Uniti. Che si tratti di repubblicani o democratici, i costi da affrontare sono immensi, ed infatti questi possono contare su appoggi economici da parte di finanziatori che individuano nei candidati dei rappresentanti dei propri interessi. La già citata gaffe dello staff di McCain con Paris Hilton - citata in uno spot di quest'ultimo come un termine di paragone negativo cui affiancare il suo avversario - non ha mancato di scatenare le ire del nonno magnate, che a sua volta non ha esitato ad esibire il suo peso di finanziatore repubblicano per chiedere un dietrofront. E dato che le imbarazzate ritrattazioni ci sono state a fronte di quella che, per quanto infelice, non era altro che una boutade di costume, risulta difficile pensare che il candidato possa poi, qualora eletto, muoversi politicamente in direzioni che potrebbero ledere gli interessi di un simile finanziatore.
Ed è proprio la presenza di così importanti finanziatori una delle ragioni del rigido bipartitismo statunitense: per competere con dei simili aggregati di capitale sono necessari capitali tutt'altro che ridotti. Non a caso, una delle poche figure che negli ultimi venti anni sia riuscita in qualche modo è riuscita ad incunearsi in un similmente rigido bipolarismo è stato Ross Perot. Ma non serve un fine osservatore politico per vedere che anche - se non sopratutto - tra i presidenti eletti la questione del conflitto d'interessi è tutt'altro che risolta. Ad esempio, negli ultimi venti anni di presidenza statunitense, dodici sono stati occupati da esponenti (padre e figlio) di una stessa famiglia di petrolieri texani, coadiuvati da una lunga serie di collaboratori provenienti dall'ambito energetico; un nome fra tutti, quello del Segretario di Stato proveniente direttamente dalla Chevron Corporation.
Che si tratti delle parole da non utilizzare nei confronti della nipotina Hilton (per inciso, nello stesso spot veniva parimenti denigrata Britney Spears, ma non essendo questa legata ad alcun finanziatore, non ha ricevuto scuse e ritrattazioni) o della politica estera in Medio Oriente e nel Caucaso, risulta difficile non vedere una correlazione tra le azioni di chi governa e gli interessi dei gruppi che lo appoggiano. E spostando l'attenzione verso un paese dell'Unione Europea che spesso viene citato come esempio di democrazia e di chiarezza, ed i cui governanti sarebbero un esempio di equilibrio e trasparenza in quanto non plagiati da quella piaga nota come "conflitto d'interessi" che invece sembrerebbe essere una peculiarità italica, le cose non sembrano cambiare molto.
Ed infatti, giusto per fare un esempio più vicino alla situazione italiana, si può ricordare che per quanto riguarda la Francia tra i numerosi finanziatori dell'attuale presidente Sarkozy è possibile trovare diversi miliardari interessati al mercato della televisione o della comunicazione in generale. Patrick Poivre d' Arvor, il conduttore del programma 20 heures di Tf1, sarebbe stato sospeso dal suo ruolo su pressioni dell'Eliseo dopo essersi permesso di trattare da "ragazzino" il presidente durante un'intervista (un fatto, questo, che seguiva quello della sua infruttuosa opposizione alla nomina di una figura vicina al presidente nel ruolo di direttore dell'informazione sulla stessa rete). Nel compiere una simile "pressione" pare infatti che abbia potuto fare affidamento sul sostegno dell'amico Martin Bouygues, guida del gruppo industriale cui appartiene anche il network televisivo (e a testimonianza della sua vicinanza a tale azienda si può ricordare che apparteneva a Vincent Bolloré, azionista del gruppo Bouygues, lo yacht sul quale era andato in crociera all'indomani delle elezioni). Come sembrerebbe da imputare alla sua amicizia con l'editore Arnaud Lagardère la rimozione di Alain Genestar, direttore di Paris Match, in seguito alla pubblicazione delle foto di Cecilia Sarkozy col suo amante (ed al momento della rimozione l'attuale presidente occupava ancora il ruolo di Ministro degli Interni).
La differenza tra l'Italia da un lato e paesi come la Francia o gli Stati Uniti dall'altro non sta pertanto nel conflitto d'interessi in sé, ma nell'evidenza con cui questo si manifesta in Italia rispetto a quanto accade negli altri Paesi. Che Berlusconi legiferi anche pro domo sua (e comunque ovviamente non in modo lesivo dei suoi interessi) è palese, ed è proprio questa evidenza che la stampa estera (inglese, francese, statunitense, etc.) utilizza per evitare invece di guardare con attenzione a quello che nei loro paesi avviene dietro le quinte con accordi privati o dietro l'apparente imparzialità di un blind trust.
Ed in fondo, anche nella stessa stampa italiana, non è difficile trovare esempi anche vicini agli accusatori dei conflitti d'interesse altrui. Marco Travaglio, da sempre in prima linea nella critica dei conflitti d'interessi, non sembra lanciare strali similmente infuocati contro il Presidente della Regione Sardegna Renato Soru, fondatore di H3G e Tiscali nonché editore de L'Unità per cui lui scrive, né tantomeno sembra dedicare a De Benedetti (editore de L'Espresso, e quindi un altro suo editore) la stessa attenzione che invece utilizza nel trattare gli avversari di questo (a latere, è notizia di oggi il posizionamento della
M&C di De Benedetti nel ruolo di secondo maggiore azionista di Tiscali, alle spalle appunto del fondatore Soru).