24 dicembre 2008

Got the Life

Povia si presenterà al Festival di Sanremo con un brano dal titolo "Luca era gay", che dovrebbe trattare di una presunta guarigione da una ancora più presunta omosessualità intesa come malattia. Il condizionale non può non essere d'obbligo dato che l'unica cosa che si conosce della canzone è il titolo e grosso modo quello di cui dovrebbe trattare. Quindi forse l'Arcigay ha ragione a protestare, o forse no. Dato che nemmeno l'Arcigay conosce bene il contenuto del brano in questione, la mobilitazione allarmata appare quantomeno intempestiva. Soprattutto alla luce del fatto che le mosse del personaggio in questione (Povia) sembrano essere sempre animate da una forte ricerca di pubblicità a basso costo. E dalla squalifica durante la sua prima partecipazione al festival di Sanremo alla partecipazione al Family Day, ha sempre cercato pubblicità ed esposizione, più che meriti artistici e/o musicali, attraverso situazioni che definire "controverse" appare eufemistico. E pertanto, l'alzata di scudi dell'Arcigay oltre che intempestiva sembra prestarsi in modo decisamente ingenuo a quella che ha tutte le caratteristiche di una triste trovata pubblicitaria. E per mettere in luce la questione, e soprattutto il personaggio, può valere la pena di fare un balzo indietro e ripercorrere le vicende della campagna contro la "tornacontocrazia".

Dopo essere stato squalificato con la canzone dei bambini che fanno "oooohh", Povia torna sul palco dell'Ariston e vince con la canzone dei piccioni che fanno "cruuu". Con simili premesse, sembrerebbe essere tutt'altro che titolato per muovere una campagna contro il Festival di Sanremo. Ed invece incontra Baccini e dal loro brainstorming fuoriesce una canzone che non viene ammessa al Festival di Sanremo (una canzone che, col senno di poi, era talmente insulsa da non aver ricevuto nemmeno un briciolo di attenzione); che la canzone non sia stata ammessa perché semplicemente brutta è qualcosa che i due non sembrano nemmeno prendere in considerazione. E così, utilizzando blog, forum e myspace, decidono di organizzare il loro minifestival per protestare contro le raccomandazioni ed il nepotismo al Festival di Sanremo (che entrambi i soggetti avessero partecipato alla manifestazione senza lamentarsi è una questione che non sembra creare problemi né agli ideatori che ai sostenitori del festivalino).

Dietro un po' di mangime a base di "indipendenza dalle major" e "lotta contro il sitema", non ci voleva molto per scoprire che l'etichetta per cui incidevano e che loro dichiaravano indipendente presentava un catalogo con nomi che chi non ha mai avuto contatti con major si sogna di notte (per possibilità di ritorni economici). Aleandro Baldi, Cristiano de André... e perfino Tribà, Quelli di "Mama insegnami a bailar" che, sbucati dal nulla e velocemente ripiombatici, hanno misteriosamente invaso i media con passaggi radio e palinsesti televisivi per un'intera estate.
Cioé nomi e successi radiofonici ottenuti con pesanti investimenti. E difatti, dietro l'anonimo nome dell'etichetta (Trident) appariva quello del fondatore Angelo Carrara, cioé una vita passata tra EMI, WEA, CGD, etc... cioé quanto di più distante si possa immaginare da un ottica indipendente e lontana dalle major. E giusto per confermare ulteriormente quanto detto a proposito di ricerca e promozione, vale la pena di ricordare che nell'organizzazione dell'evento era coinvolta anche una agenzia pubblicitaria specializzata: la Attivi e Creativi di Diego Spagnoli (tra l'altro, stage manager di Vasco Rossi, non di sconosciuti gruppi indipendenti).

Comunque, grazie all'ideazione di questa pagliacciata, Povia e compare ottengono spazio sui giornali, i loro siti e myspace moltiplicano gli accessi, e portando avanti una campagna assolutamente ridicola contro "major", "politici" e "il sistema", nella più completa assenza di qualsiasi azione concreta, i due arrivano finalmente al giorno del festivalino, in cui wannabe da tutta Italia si sono riuniti a Sanremo alla ricerca di un po' di luce sotto i riflettori. Ovviamente, il giorno del Festival contro la Tornacontocrazia, tutto accade tranne che scossoni al sistema delle major. Povia si esibisce, come il suo amico Baccini, più una serie di band da loro selezionate; il resto dei wannabe viene inserito in una sorta di lotteria in cui chi viene estratto suona e chi no si arrangia. A livello nazionale, alla fine, l'unica cosa che rimane qualche microservizio sui TG del giorno in cui nel giro di pochi minuti si vedono giusto interviste e immagini delle esibizioni di Povia e compare. La canzone che volevano lanciare era semplicemente brutta e scompare nel dimenticatoio praticamente senza vedere la luce.

Tornando ad oggi, è chiaro che sarebbe stato meno semplice dell'anno scorso farsi pubblicità come paladino di qualcosa. Anche perché non solo la sua iniziativa non ha portato alcun frutto concreto, ma oggi vede un suo paladino dirigersi con disinvoltura verso quel palco tanto criticato solo un anno fa. E se non si riesce a far parlare di sé ponendosi come paladino, perché non suscitare scalpore cercando un conflitto con qualche gruppo sociale? L'Arcigay avrebbe potuto tranquillamente deridere l'iniziativa di Povia come una patetica trovata pubblicitaria, ed invece, posizionandosi in assetto da guerra, è riuscita a far ottenere al "non-più-contro-la-tornacontocrazia" quegli spazi sui giornali e quell'attenzione la cui ricerca ha quasi sicuramente guidato la sua scelta della canzone da presentare.

17 dicembre 2008

The Winner Takes It All

Le modalità secondo cui è avvenuta la sconfitta elettorale del PD in Abruzzo conduce ad una riflessione di carattere strategico. Ferma restando un'emorraggia di voti dovuti all'astensione, una parte della flessione di tale soggetto politico è avvenuta in presenza di un incremento dei voti dell'alleato (IdV). Il che significa che quest'ultimo più che giocare sull'avversario ha giocato sull'alleato, buttando a mare qualsiasi concezione di alleanza finalizzata al raggiungimento di un obiettivo (e non si può escludere che tale gioco abbia ulteriormente incrementato il livello di astensione a sinistra, anzi).

Facendo uno schematico e sommario parallelo con il mondo del calcio, è facile vedere che una squadra vince quando tutti i giocatori competono tra loro per avere un posto da titolare, ma nel momento in cui scendono in campo per una partita ufficiale la priorità diventa vincere sull'avversario. E per vincere ogni reparto cerca di fare al meglio la propria parte: la difesa blocca le azioni offensive dell'attacco avversario, il centrocampo cerca d'interdire le azioni nemiche e rilanciare l'attacco, l'attacco ha il compito di concretizzare quanto costruito da difesa e centrocampo per ottenere segnare nella porta avversaria. E per quanto possa essere rozzo, ignorante e sedotto dalle veline, qualsiasi buon giocatore di calcio ha tutto ciò ben chiaro.

Cosa succede nel momento in cui questi equilibri si vengono a rompere? Ad esempio, cosa succederebbe se un centrocampista che fosse entrato in squadra col compito di appoggiare l'attacco decidesse autonomamente di voler vincere il titolo di capocannoniere del campionato, e quindi non passasse più la palla agli attaccanti per segnare lui stesso in prima persona? Magari lui personalmente segnerebbe qualche rete in più, ma nel contempo condannerebbe la squadra a vincere di meno.

A qualsiasi rozzo e poco istruito giocatore di calcio la cosa risulta ben chiara: la competizione tra compagni di squadra va bene finché si gioca per ottenere un posto nello schieramento, ma quando la squadra scende in campo contro un avversario l'obiettivo diventa giocare assieme in funzione di una vittoria comune.

Tuttavia, quello che risulta elementare anche ai tanto vituperati giocatori di calcio (e probabilmente anche alle compagne veline che li seguono allo stadio), non riesce ad essere chiaro all'intelligenija del mondo PD, che continua a scendere in campo con un giocatore il cui obiettivo è segnare in prima persona anche e soprattutto a discapito dei risultati della squadra. Ed infatti, mentre la squadra perde, l'IdV segna un incremento dei suoi risultati. Risultati ottenuti grazie ad un alleato che rimane assieme a lui pur in assenza di qualsiasi gioco di squadra, e ad un elettorato che premia con il proprio consenso chi rimane legato ad un alleato numericamente più corposo - ma che pubblicamente disprezza - per sfruttarne egoisticamente la funzione di traino.

Poi, gli intellettuali radical chic alla Vattimo vanno in televisione ad incolpare (non si sa bene secondo quale logica) Chi, Dagospia e i vari affini delle proprie sconfitte, e a dire che "È l’Italia che vota a destra ed è una schifezza". Ma quell'Italia dei pettegolezzi, delle veline e soprattutto dei calciatori, sarà anche rozza ed ignorante ma ha ben chiara una cosa: che per vincere nei giochi di squadra bisogna comportarsi da squadra. E a differenza dell'elettore in orbita PD-IdV, qualsiasi rozzo tifoso di calcio, nel momento in cui si accorge che un giocatore non gioca per la vittoria comune ma solo per sé stesso e che allo stesso tempo la squadra continua a scendere in campo con chi li contesta e li danneggia, non premia la squadra e soprattutto il giocatore egoista con il proprio consenso, ma li contesta ferocemente.

16 dicembre 2008

It wasn't Me

Esiste una teoria, mai in alcun modo dimostrata, secondo cui in Italia chi detiene una qualche forma di potere sui mass-media, lo usa per condizionare l'informazione e le menti degli elettori al fine di conquistare e controllare il potere politico. Fino a poco tempo fa questa chiacchiera travestita da concetto è stata in larga parte un argomento della sinistra. Ma evidentemente, non volendo essere da meno sul piano degli sproloqui, anche la destra ha deciso di farla sua. E così, se fino a poco tempo fa si doveva sopportare solo una parte della sinistra che andava in giro a stracciarsi le veste urlando che Berlusconi controlla le televisioni e i giornali, ora si è aggiunta anche la destra che invece accusa l'opposizione politica di avere il monopolio dell'informazione.

Ora, che Berlusconi abbia chissà quale controllo dei media è tutt'altro che evidente. L'esistenza stessa di Rai3, de La7, di programmi come Anno Zero e Ballarò, di quotidiani come L'Unità, il Manifesto, La Repubblica e le pubblicazioni (televisive e cartacee) in generale vicine al Gruppo Espresso, e molti altri ancora sono la dimostrazione empirica che l'informazione è ben lontana dall'essere schierata tutta da una parte.

Dall'altro lato, l'idea che "l'85% dell'informazione è in mano alla sinistra" non è sicuramente meno campata in aria della precedente. E l'esistenza stesso di Libero, il Tg4, il Foglio, il Giornale e diversi programmi Mediaset (e non solo) bastano ed avanzano per dimostrare empiricamente come chiunque dica che la sinistra controlla la quasi totalità dell'informazione in Italia mente.

Ma oltre all'assoluta infondatezza delle accuse reciproche di monopolio, c'è anche un altra forma di chiacchiericcio che tende a dilagare da entrambi le parti: quella secondo cui gli insuccessi di una parte sarebbero da imputare a non meglio precisate strategie disinformative messe in atto dalla controparte. Un'idea, questa, che dimostra tutta la sua infondatezza (indipendentemente da quale parte politica la sostenga) di fronte ad un semplice fatto: in tutte le elezioni che si sono tenute negli ultimi quindici anni, nessun governo è mai stato riconfermato alla fine del suo mandato.

Prendendo ad esempio le vicende politiche del centrodx, di fronte alle proprie sconfitte elettorali una delle reazioni più frequenti del leader è stato lamentarsi delle campagne di disinformazione della sinistra che ribaltano la realtà. Quello che tuttavia non spiega una simile giustificazione, è come sia possibile che avendo schierati dalla propria parte una buona parte di mezzi d'informazione e possedendo allo stesso tempo anche le redini del potere politico, chi è all'opposizione possa aver messo in atto delle campagne mediatiche tali da influenzare con incredibili menzogne la "bontà" di quanto fatto nel periodo di governo appena conclusosi.

Allo stesso modo, di fronte alle vittorie elettorali del centrodx, una delle reazioni più frequenti da parte della parte sconfitta è sostenere che grazie a Mediaset, ai TG allineati con Arcore e (non si capisce bene come) anche a Maria De Filippi e all'Isola dei Famosi (anche se si tratta di un programma RAI), Berlusconi avrebbe fatto una sorta di lavaggio del cervello degli italiani, ne avrebbe condizionato le volontà, i desideri e anche le capacità di discernimento. E tutto questo mentre era all'opposizione.

Ma l'enorme domanda cui questo tipo di giustificazione della sconfitta evita accuratamente di rispondere è: come è possibile che una parte politica che, a detta dell'avversario, controllerebbe la quasi totalità dell'informazione abbia sempre finito col perdere il potere proprio dopo averlo conquistato? Com'è possibile che una sinistra che controllerebbe l'85% del'informazione possa perdere le elezioni proprio al termine di un periodo in cui oltre al potere mediatico ha potuto esercitare liberamente anche quello politico? E allo stesso modo, com'è possibile che un imprenditore che avrebbe conquistato il potere manipolando le menti degli italiani abbia finito col perderlo sempre al termine di un periodo in cui oltre a quello informativo ha potuto esercitare anche quello politico?

Ovviamente, non esiste nessuna teoria o spiegazione razionale che giustifichi simili posizioni. Se non quella secondo cui in Italia non c'è nessuna manipolazione occulta da parte di Maria De Filippi o chissà quale strapotere mediatico a sinistra. L'unica spiegazione possibile è che si tratta in entrambi i casi di scuse puerili per giustificare gli insuccessi, e per consentire a chi è stato sconfitto di evitare di ammettere pubblicamente che ha perso le elezioni perché la maggioranza degli elettori non ha gradito quello che è stato fatto durante il suo periodo di governo. Anche perché le strampalate alternative consisterebbero nel sostenere che in Italia c'è un regime che funziona a fasi alterne (quello "berlusconiano" o quello "della sinistra", a seconda di quale parte si sta a sentire) oppure nel sostenere che ci sono addirittura ben due regimi differenti che si alternano tra loro (qualora si volesse decidere di dare un po' di credito ad entrambe).

15 dicembre 2008

Conquistadores

Il Comitato politico di Rifondazione comunista ha approvato l'ordine del giorno proposto dalla maggioranza del partito sul futuro del quotidiano Liberazione, un futuro che viene così riassunto:
Riteniamo che condizione del rilancio del giornale sia una netta discontinuità nel suo indirizzo generale. Una discontinuità che garantisca a tutti coloro che partecipano alla sua realizzazione piena autonomia e piena libertà e consenta, al contempo, di mettere Liberazione in sintonia con il partito.
Si tratta di una richiesta che presenta dei fondamenti di legittimità - ovviamente a patto che si trascuri come maquillage retorico l'affermazione ridicolmente contradditoria secondo cui si intende garantire piene autonomia e libertà a patto che queste siano in sintonia con il partito.

Il diktat da parte dei ferreriani, in fin dei conti non stupisce. Anzi, semmai poteva stupire il fatto che dopo il cambiamento di linea del partito, dopo aver riorganizzato il partito dal vertice alla base per allinearlo al nuovo corso secondo i più consolidati principi dello spoiling system, l'attuale maggioranza interna al Prc accettasse silenziosamente che il giornale del partito continuasse a sostenere le posizioni politiche della minoranza.

La legittimità sta nel fatto che comunque la si voglia guardare Liberazione è e rimane un giornale di partito e il Prc è il suo editore e finanziatore. Quindi, di fronte ad un prodotto in crisi di vendite e non in linea con il suo editore, è normale che questo possa prendere posizione ed utilizzare i suoi diritti per influenzare quello che a tutti gli effetti è un suo prodotto - e quindi in modo non molto differente da un nuovo Presidente di una squadra di calcio che decide di cambiare allenatore in quanto non apprezza la scarsità di risultati e il modulo di gioco del suo nuovo acquisto. (E comunque, qualcuno ha mai letto articoli critici nei confronti di De Benedetti sulla pagine de La Repubblica?)

L'aspetto ridicolo consiste invece nel cercare di imbellattare di "libertà ed autonomia" quella che invece si pone, sul piano pratico, come una esplicita richiesta di allineamento (una sorta di "rimarrete liberi di fare ciò che volete a patto che facciate ciò che noi riteniamo giusto e necessario"). Un corollario che comunque non ha solo lo scopo di tentare di ammorbidire una presa di posizione piuttosto dura, ma anche di indicare quella che per il Partito sarebbe la via meno esplicitamente compromettente.

In fondo, dopo anni passati ad urlare contro avversari e concorrenti politici di controllare e manipolare l'informazione, un cambio radicale ai vertici rischierebbe di rendere del tutto evidente la mancanza di libertà nell'impostazione del giornale. Ecco di conseguenza la preventiva richiesta di "allineamento": il tentativo di mascherare l'imposizione sotto le vesti dell'accordo e del reciproco consenso, anziché l'imposizione diretta di una linea editoriale stabilita all'interno di un'assemblea politica.

Ma comunque vada - che Sansonetti e chi con lui cambino linea o meno, che il Prc intervenga per cambiare la direzione del giornale o meno - il risultato è che una volta di più il Prc ha mostrato i suoi denti e i suoi artigli. Un volto che si delinea in un esercizio del Potere che va di pari passo con l'assenza di contenuti concreti, che paradossalmente cerca di imputare le proprie colpe all'assenza di una propaganda adeguata da parte del suo organo di partito, che non pone i discussione la Bontà del proprio progetto ma che pretende che chi in passato ha aderito ad altre idee oggi si allinei alle "nuove" in modo "libero ed autonomo".

03 dicembre 2008

It's a Sin

Il post sulle esternazioni dell'osservatore del Vaticano ha causato la reazione del commentatore Alejandro che anziché entrare nel merito del discorso riportato interviene citando la seguente frase del direttore della sala stampa vaticana a proposito della condanna del Vaticano nei confronti delle persecuzione degli omosessuali:
quella condanna e quel rifiuto discendono dalla stessa Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, e naturalmente il Vaticano li condivide. Proprio per questo non era necessario un documento concepito come una somma di temi diversi che si possono prestare ad ambiguità
Prima di tutto è bene notare che nella dichiarazione riportata sotto veniva espressa una forma di preoccupazione differente, e cioé che:
gli Stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come "matrimonio" verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni
Dalla prima alla seconda dichiarazione è stato modificato il piano discorsivo: nella prima si parlava di diritti ed eventuali "pressioni" nei confronti di chi fosse restio ad adeguarsi agli standard comuni, mentre nella seconda si è passati alla questione delle persecuzioni. Cioé si è cambiato discorso. Anche perché se si fosse trattato solo di una questione di persecuzioni, non si vede perché il Vaticano avrebbe dovuto schierarsi contro la Francia. La questione che invece lo preoccupa, e che veniva sottolineata nella prima dichiarazione, riguarda piuttosto il definirsi di uno standard comune tale per cui le dichiarazioni del Vaticano contro la concessione di diritti agli omosessuali da cui oggi sono esclusi potrebbero risuonare ulteriormente discriminatorie.

E si arriva quindi alla questione del rapporto tra il Vaticano e la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. E in questo contesto, le dichiarazioni di cosa condivida o meno il Vaticano a parole non hanno valore se non sono suffragate dai fatti. E i fatti sono che:
- gli omosessuali oggi non godono ovunque degli stessi diritti degli eterosessuli;
- il Vaticano si oppone alla concessione di determinati diritti agli omosessuali (unione, possibilità di costituirsi come famiglia, etc.)
Da cui deriva con un banalissimo sillogismo che: il Vaticano si oppone alla parità di diritti tra omosessuali ed eterosessuali.

Entrando nel merito, all'Articolo 2 di tale dichiarazione è esplicitamente affermato che:
Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.
E che la concessione di tutti i diritti e tutte le libertà ad ogni individuo non debba essere vincolata da sesso, razza o religione e qualsiasi altra forma di discriminazione è sottolineato dal generico "altra condizione" alla fine dell'articolo. Mentre a proposito del matrimonio, nella stessa Dichiarazione, all'Articolo 16, viene chiaramente enunciato che:
1) Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all'atto del suo scioglimento.
2) Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi.
3) La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato.
In nessun punto di tale dichiarazione si fa riferimento alla concezione vaticana della famiglia come unione esclusiva di un uomo ed una donna. Le uniche condizioni poste al matrimonio sono l'"età adatta" e il "pieno e libero consenso". Non c'è alcun punto che indichi che il diritto al matrimonio possa o debba essere condizionato dagli orientamenti affettivi e sessuali dei singoli individui.

Per la Dichiarazione, il diritto al matrimonio è, appunto, Universale. Mentre per la Chiesa quello del matrimonio è un diritto solo ed esclusivamente per gli eterosessuali: gli omosessuali sono esclusi. E senza scomodare complesse nozioni di insiemistica viene da sé che se la Dichiarazione è universale in quanto si riferisce a tutti gli uomini, invece il Vaticano vuole riservare il diritto all'unione solo agli eterosessuali. Quindi, escludendo di fatto una parte di "tutti gli uomini" (gli omosessuali) dal diritto al matrimonio, non si vede come il Vaticano possa affermare di condividere pienamente la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo.

P.S.: prima che arrivi qualcuno a far notare che al punto (1) dell'Articolo 16 si afferma "senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione" e non "senza alcuna limitazione di sesso"; è bene notare che non solo non si fa riferimento al sesso, ma non si fa riferimento ad innumerevoli altre caratteristiche - orientamento politico, altezza, colore degli occhi e dei capelli, etc. - ed il fatto che non ci sia scritto "senza alcuna limitazione di altezza e colore dei capelli" non significa che la Dichiarazione prevede che possano essere posti dei limiti a coloro che non hanno un'altezza ritenuta sufficiente o hanno i capelli rossi o gli occhi troppo chiari, etc...

Changes

Come previsto, il presunto cambiamento rappresentato da Obama comincia a mostrare il suo vero volto, facendosi vedere per quello che è: propaganda a difesa dello status quo travestita da innovazione. Già la definizione del nuovo segretario di Stato nella persona di Hillary Clinton mostra come un vero cambio sia ben lontano dal concretizzarsi. A meno che non si pensi che l'occupazione di una carica istituzionale nevralgica nella vita del Paese da parte della moglie di un ex-Presidente sia molto differente dall'occupazione del ruolo di capo dello Stato da parte del figlio di un altro ex-Presidente.

E proprio la moglie dell'ex-Presidente responsabile dell'aggressione militare alla Serbia comincia a tratteggiare le coordinate di quella che sembra delinearsi come la linea politica estera made in USA. Una linea che si conferma essere ben differente da quella che L'Unità e i quotidiani affini esponevano gioiosi all'indomani delle elezioni. Il messaggio di vicinanza politica tra Italia e Russia, a partire dalla gag sull'"abbronzatura" fino alle prese di posizione filo-russe su Kosovo, scudo spaziale, questione georgiana e allargamento della NATO verso est, non ha mancato il bersaglio; e il fatto sembra ben lontano dall'essere gradito da coloro che erano coinvolti nell'amministrazione che ha dato il via alla penetrazione militare della NATO in Jugoslavia, e verso l'Est Europa in generale.

Questo inoltre avviene in un momento in cui la Russia da un lato, sul fronte esteuropeo, non esita a mostrare i suoi muscoli contro quelle che percepisce essere minacce ai propri confini ed interessi, ed allo stesso tempo si muove nella sfera geografica americana sfruttando a proprio vantaggio l'ostilità verso gli USA di paesi come Cuba e Venezuela. E pertanto, di fronte alla possibilità di un allargamento dell'influenza russa in Sudamerica e ad un rallentamento della penetrazione politica ed economica verso l'est europeo, un eventuale sbilanciamento dell'Italia verso Russia potrebbe rappresentare per il blocco USA-NATO un danno nell'ulteriore quadro geopolitico mediterraneo.

E così, cominciano a fuoriuscire le prime indiscrezioni su quale intende essere la linea politica Obama-Clinton nei confronti dell'Italia. Prima di tutto un riequilibrio dei rapporti internazionali tra Roma e Washington (possibilmente a danno di Mosca) al fine di riportare alla fedeltà NATO un paese che occupa un ruolo centrale nello scacchiere mediterraneo, chiedendo contestualmente un maggiore dispiego di forze sul fronte afghano da parte degli alleati (confermando quanto affermato da Obama durante la campagna elettorale).

A queste richieste si affiancano quella di un maggiore dispiegamento di truppe USA in Italia come supporto logistico nell'area mediterranea. Una richiesta, quest'ultima, generata dalla sempre maggiore difficolta degli USA nel trovare nuove basi nel Mediterraneo e che è già stata accettata dal governo italiano, consentendogli di mantenere in politica estera una linea filostatunitense in funzione dell'area mediorientale che si affianca a quella filorussa per quanto riguarda l'area caucasica. (Inutile dire che, quando tali richieste arriveranno, è altamente probabile che non ci sia alcuna resistenza da parte della maggioranza ad aumentare la spesa militare.)

E rimane infine l'ultimo punto, quello relativo alla promozione di fonti di energie rinnovabili. Un punto che, del blocco, probabilmente costituisce quello fondamentale sul medio-lungo termine, e che sembra andare ad accodarsi allo "scontro" sul pacchetto clima tra Italia e UE. La vicinanza politica tra Russia e Italia non è, ovviamente, una questione di simpatia o affinità politica, ma tende a basarsi su solide basi commerciali, di cui lo stretto accordo tra Eni e Gazprom è il più lampante esempio. In una situazione in cui l'Europa divora gas e petrolio, la Russia si pone come un partner commerciale (e non) ineludibile, e l'Italia che con questa ha stretti rapporti si pone in una posizione "privilegiata" rispetto ai paesi maggiormente filo-usa del blocco NATO nella UE. Ecco che allora il "programma" di promozione di fonti di energie rinnovabili in Europa da parte degli USA (cioé il paese che nel 2005 aveva rifiutato di aderire al Protocollo di Kyoto) ha come scopo allontanare gli alleati europei dalla sfera d'influenza moscovita, allineandosi con quanto richiesto già dai paesi europei che sostengono l'attuale "pacchetto clima" al fine (anche) di evitare un consolidamento della posizione filorussa italiana nello scacchiere energetico europeo.

01 dicembre 2008

Her Ghost in the Fog

La Chiesa si schiera contro la richiesta di depenalizzazione della Francia presso l'ONU in quanto, secondo il Vaticano, ciò causerebbe nuove forme di discriminazione nei confronti degli stati che non riconoscono le unioni civili. Le motivazioni che giustificherebbero una simile posizione manifestano ancora una volta, dietro voli pindarici abbelliti di politically correct, un profonda violenza ideologica reazionaria. Infatti, secondo l'osservatore della Santa Sede presso le Nazioni Unite:
Con una dichiarazione di valore politico, sottoscritta da un gruppo di Paesi, si chiede agli Stati ed ai meccanismi internazionali di attuazione e controllo dei diritti umani di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, senza tener conto che, se adottate, esse creeranno nuove e implacabili discriminazioni. [...] Per esempio, gli Stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come "matrimonio" verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni.
In pratica, la massima argomentazione che riesce a presentare consiste in un opporsi all'istituzione di nuovi diritti perché ciò comporterebbe la discriminazione di chi non dovesse adeguarsi. Che è un po' come dire che non si dovrebbe garantire la parità di diritti a tutte le razze perché questo comporterebbe la discriminazione dei Paesi nei quali alcune razze possono essere discriminate; o che non bisognerebbe opporsi alla tortura perché potrebbero essere messi alla gogna i paesi dove la tortura non è vietata; o magari che non bisognerebbe promuovere in sede internazionale azioni in favore delle varie forme di libertà perché queste potrebbero portare a delle pressioni nei confronti dei paesi dove le libertà sono limitate; e così via...

Money For Nothing

Come fosse una giostra: altra mossa del governo, altra polemica. E' ora il turno dell'adeguamento dell'IVA al 20% per i canali televisivi a pagamento. La destra dichiara che non c'è nessun conflitto d'interessi, la sinistra che invece c'è, e SKY che così si penalizzano le famiglie.

In primo luogo, che il riposizionamento dell'IVA al 20% anche per i canali satellitari sia un danno causato dal governo alle famiglie è tutto da dimostrare. Prima di tutto perché la televisione satellitare normalmente non sarebbe da considerare un bene di prima necessità, ed in secondo luogo perché non risulta esistere alcun blocco delle tariffe che impedisca a SKY di assorbire (totalmente o parzialmente) l'aumento dell'IVA per evitare che questa vada a gravare sulle famiglie. Procedendo con una lettura matematica e non ideologizzata della vicenda, il messaggio che arriva da SKY (uno dei principali colossi mediatici a livello mondiale, non una televisione di quartiere) sembra suonare così: "Avevamo delle agevolazioni sull'IVA che ci permettevano di guadagnare bene. Siccome ora ci hanno tolto l'agevolazione ma non vogliamo rinunciare a nemmeno un euro dei nostri guadagni, noi vi scarichiamo addosso tutta l'IVA senza nemmeno considerare l'ipotesi di rivedere le nostre tariffe. Non prendetevela con noi che vogliamo mantenere intatti i nostri fatturati, prendetevela col governo che ci ha tolto l'agevolazione". Una posizione legittima, dato che si tratta di una multinazionale volta al mercato e non di una Fatebenefratelli, ma scarsamente credibile nel momento in cui si colloca a difesa di questo o quell'interesse che non sia il suo.

In secondo luogo c'è la posizione della destra, con il premier in testa, secondo cui tale provvedimento danneggerebbe in eguale misura anche Mediaset. Ma viene da sé che, per quanto possa essere vera una simile affermazione, non essendo l'offerta a pagamento di Mediaset quantitativamente paragonabile a quella di SKY, in effetti il ripristino dell'IVA al 20% andrà a prelevare più soldi da SKY di quanto non faccia con Mediaset. (Infatti, avendo SKY nel settore delle pay-tv satellitari una fetta di mercato incomparabilmente più ampia di quella di Mediaset, ed avendo da questa maggiori entrate, anche l'esborso in termini di IVA non potrà che essere maggiore.)

Rimane infine la posizione di chi tira nuovamente fuori la questione del conflitto d'interessi, altrui. E a tal proposito può essere interessante chiedersi se effettivamente questo schieramento pro-SKY da parte dell'opposizione sia poi così disinteressato. Risulta infatti del 2006, ad esempio, l'annuncio dell'accordo tra SKY e il Gruppo Espresso al fine di ospitare sulla piattaforma satellitare della prima quanto prodotto dal gruppo editoriale di Carlo De Benedetti. Quindi, se da un lato risultano scarsamente credibili gli uomini Mediaset che sventolano una (pressoché inesistente) autotassazione per il bene del paese, dall'altro non sembrano possedere argomentazioni più disinteressate La Repubblica e tutta l'area politica ed economica vicina a De Benedetti, cioé a chi con SKY ha degli accordi finalizzati al vicendevole profitto.

Under Jolly Roger

Alcuni mesi fa, quando un'ordinanza della magistratura "oscurò" il tracker bit torrent The Pirate Bay, sul blog di questo apparve un messaggio in cui a causa di tale provvedimento l'Italia veniva definito uno stato fascista. Senza considerare minimamente che si trattava di un provvedimento preso dalla magistratura e non dal governo, i pirati svedesi indicavano come causa dell'azione la presenza del Grande Satana al governo che avrebbe influenzato, non si sa bene in quale modo, l'azione del PM per proteggere i suoi interessi nel campo dell'editoria.

Come spesso accade, iniziata come tragedia ed attentato alla libertà d'informazione, la faccenda si conclude in farsa. Il governo e la maggioranza non prendono alcuna posizione nella vicenda, tanto che viene da chiedersi se si siano mai accorti di quello che era accaduto, o se abbiano anche solo lontanamente capito di cosa si trattava, e comunque il precedente della legge Urbani non lasciava sperare nulla di buono in proprosito; l'opposizione probabilmente navigava nello stesso mare di disinteresse della maggioranza, e comunque, dati i suoi pessimi rapporti con la rete (vedi in ultimo la proposta di legge Levi-Prodi, oggi Levi-Veltroni) si è ben guardata dall'organizzare una levata di scudi in favore del tracker.

Intanto, per qualche giorno, la magistratura e la GdF sembrerebbero aver autorizzato il reindirizzamento delle richieste di collegamento al sito svedese verso un altro di proprietà di un'associazione di discografici residente in Inghilterra, e la notizia fuoriesce dalla sola rete per andare ad occupare qualche spazio anche negli altri media. Ma alla fine comunque il provvedimento viene ritirato, il blocco viene tolto e l'oscuramento annullato.

L'azione della magistratura non sembra essere difendibile, anche perché non è proprio chiaro quale legge italiana violerebbe un tracker bit torrent (non ospitando nel suo dominio materiale protetto da copyright ma solo file ".torrent"). Ma non per questo sono risultati meno fastidiosi la definizione dell'Italia come "Fascist State" da parte degli svedesi, nonché gli interventi da parte delle solite beghine che non mancano mai di andare in giro per i forum e i blog del mondo a dichiarare che gli italiani sono stupidi (gli altri, non loro, ovviamente) perché votano in modo differente da loro o perché non condividono le loro idee.

E malgrado, appunto, le lagne di queste beghine, il problema non è solo italiano, e tantomeno si concretizza nell'essere l'Italia un paese fascista. La lotta a P2P, bit-torrent, e al file-sharing in generale, è una peculiarità di qualsiasi paese ove siano presenti lobby editoriali. E a conferma di questo fatto arriva la recente notizia dell'imposizione da parte di un tribunale danese al provider Sonofon (che è parte di Tele2) di mantenere i filtri per il traffico diretto verso The Pirate Bay, respingendo l'appello che questi avevano avanzato per contrastare l'ordinanza precedente che istituivail blocco, emessa su richiesta della Federazione Internazionale dell'Industria Fonografica (Ifpi) che oggi esulta e festeggia per il stabilirsi di un precedente per le altre nazioni.

A oggi, il blog di The Pirate Bay non risulta aver ancora pubblicato dichiarazioni in merito, ma nel frattempo ci si chiede: anche la nordica e liberale Danimarca verrà definita dai vicini svedesi come uno stato fascista?