Mentre una parte della classe politica italiana non trova niente di meglio da fare che dare rilevanza (per l'ennesima volta) ad AnnoZero ed al suo conduttore con critiche più o meno pretestuose. (Anche appurata l'evidente, e non raramente dichiarata e fieramente ostentata, faziosità di Santoro, non si capisce perché i suoi ammiratori non abbiano il diritto di seguirne le fantasiose arringhe; non più di quanto non si capisca perché gli estimatori di Brokeback Mountain non avessero il diritto di godere dell'opera nella sua completezza). E mentre media ed opinionisti si dilungano sulla questione del conflitto israelo-palestinese, sviscerandone gli aspetti politici, economici, umanitari, etc., anche sulla scia di quanto accennato nel post precedente, vale la pena di soffermarsi su un paio di aspetti "tecnici" del conflitto che si stanno configurando come parte integrante della difesa mediatica filopalestinese (senza con questo, sia chiaro, voler finire su posizioni filoisraeliane).
Il primo aspetto riguarda l'accusa nei confronti di Israele di reagire in modo sproporzionato rispetto all'offensiva di Hamas. La questione risulta tanto infondata quanto pretestuosa in quanto l'idea di parità tra attacco e difesa non fa parte del concetto di scontro bellico. Lo stato di guerra rappresenta quella condizione in cui due soggetti politici in contrasto smettono di discutere tra loro e, nell'impossibilità di persuadersi delle vicendevoli ragioni dialogicamente, decidono di passare all'utilizzo della forza bruta al fine di imporre all'avversario con la violenza quelle ragioni che non è stato possibile concretizzare attraverso trattative e scambi diplomatici.
Dai più antichi conflitti di cui si abbia notizia storica, fino ai più recenti attualmente in corso, in nessuna guerra è mai stata rivendicata la proporzionalità della difesa nei confronti dell'attacco. E questo prima di tutto in quanto non esiste alcun soggetto superiore che possa ergersi a giudice delle parti in conflitto, in secondo luogo in quanto la ricerca dell'imposizione della propria volontà con la forza prevede che ognuna delle parti coinvolte cerchi di infliggere il massimo danno all'avversario, ed infine in quanto tutti i soggetti coinvolti nel conflitto hanno l'obiettivo di non uscire sconfitti dallo scontro ma allo stesso tempo di far sì che tale stato si protragga quanto meno possibile.
Viene da sé che se esistesse veramente un concetto come quello della proporzionalità tra azione e reazione, qualsiasi scontro si configurerebbe come potenzialmente infinito nel tempo: questa è ad esempio la situazione in Iraq e Afghanistan, dove malgrado il possente impiego di mezzi e uomini da parte di USA e alleati, l'impossibilità di sconfiggere le resistenze ha generato una situazione di stallo e di conflitto prolungato. Inoltre un simile concetto permetterebbe a qualsiasi Stato del mondo di dichiarare guerra a chiunque in quanto anche le nazioni più forti dovrebbero adeguarsi alle limitate risorse dell'attaccante. Se per assurdo nella Seconda Guerra mondiale ci fosse stato un simile limite, il Reich tedesco forse non sarebbe stato sconfitto (o forse il conflitto sarebbe durato decisamente più a lungo, con tutte le drammatiche conseguenze associate) poiché un fronte che ha visto la Russia, gli USA e gli Alleati in generale accerchiare la sola Germania per sedarne le ambizioni imperiali era un evidente uso di mezzi e forze sproporzionate rispetto a quelle a disposizione del regime tedesco.
Segue quindi un secondo aspetto che si aggancia a questo: quello secondo cui il sottolineare da parte dei media l'uso prolungato di razzi Qassam da parte di Hamas sarebbe una forma di propaganda filoisraeliana in quanto tali razzi, a differenza di quelle usate da Israele, non ucciderebbero. Ma a parte il fatto che non risulta che Hamas abbia utilizzato solo razzi Qassam, ma avrebbe impiegato anche, per quanto limitati in numero, missili Grad (armi notoriamente tanto distruttive quanto imprecise - in pratica l'arma utilizzata dalla Georgia nei confronti dell'Ossezia del Sud e che avrebbe causato la morte di un numero compreso tra le 1000 e le 2000 persone nel corso dell'attacco), non si capisce perché Hamas dovrebbe spendere tempo, denaro, risorse ed energie per lanciare contro il nemico razzi che non farebbero alcun danno.
Il fatto che i razzi Qassam causino poche vittime non è dovuto al fatto che sono innocui, quanto piuttosto alla rozzezza del mezzo stesso. Una forma di limitatezza che risponde ad un'esigenza ben precisa: quella di cercare lo scontro su un piano non favorevole ad Israele. Infatti, essendo questo un importante produttore di armi a livello mondiale, dispone di mezzi di attacco e di difesa altamente sofisticati, mezzi che risulterebbero inavvicinabili per Hamas. In tale contesto, la relativa "facilità" ed economicità nel fabbricare i razzi in questione - strumenti che, da un punto di vista bellico, presentano lo svantaggio di essere limitatamente distruttivi ma che hanno anche il vantaggio di essere, proprio per via della loro rudimentalità, scarsamente intercettabili dai sistemi difensivi israeliani - ha permesso ad Hamas di colpire ripetutamente ed in modo indiscriminato (essendo privi di sistemi di guida, i Qassam sono ben lontani da quell'"ideale" di guerra limitata a soli obiettivi selezionati di cui si rivendica l'assenza nell'offensiva israeliana).
Ed è probabilmente su questa strategia di guerra che a sua volta si è posizionato Israele. Infatti (giusto per sfatare anche un mito dell'attuale propaganda filoisraeliana) la crescente quantità di danni inflitti ad edifici e popolazioni palestinesi non possono essere spiegati con la sola teoria dei "danni collaterali". Dopo una prima fase a base di obiettivi selezionati, Israele sta ora mettendo in atto la strategia di Hamas, e dato l'enorme arsenale a sua disposizione, l'effetto distruttivo viene amplificato su larga scala: la differenza non è quindi nel come viene condotta la guerra, ma nei mezzi che le due parti hanno a disposizione. Ed in questa fase del conflitto, l'intenzione di Israele sembra quella di massimizzare indiscriminatamente i danni e la paura inflitti al nemico prima del sopraggiungere di qualsiasi sospensione dello stesso.
La scelta di Hamas di usare razzi che "non uccidono" non è da ricondurre ad una innata bontà d'animo assente nella controparte, quanto piuttosto alla necessità, a fronte di risorse limitate, di utilizzare perlopiù armi d'attacco imprecise e di limitata potenza distruttiva per sottrarle ai più raffinati sistemi difensivi avversari.
Il Nome del Mio Assassino - Chris Sivertson
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