30 aprile 2009

Break the Ice

Nella puntata di venerdì scorso de l'Era Glaciale, si è consumato uno scontro dialettico, a tratti teso, tra il ministro Brunetta e la giornalista Bignardi che è stato oggetto di discussione negli ultimi giorni. Il casus belli? Il ministro ha pubblicato un libro sul quale la Bignardi sembrava tutt'altro che preparata, e pungolata dal professore si chiude a riccio e reagisce infantilmente accusando il suo ospite di antipatia, ed il suo libro di essere tutt'altro che avvincente.

Il tutto ha inizio nel momento in cui la conduttrice si riferisce a Giacomo Brodolini chiamandolo "Brandolini". Il ministro reagisce immediatamente correggendo la presentatrice che, anziché cercare di glissare e minimizzare l'errore, si risente evidentemente e rincara la dose affermando con arroganza "Brandolini, Brondolini, non sono queste le cose che contano". Il mancato rispetto per il nome in oggetto indispettisce evidentemente il ministro che a sua volta coglie l'occasione per rilanciare.

Per capire se la reazione del ministro possa avere qualche fondamento o meno, non serve scomodare l'importanza del nome di Dio nella Bibbia, o cosa significhi in diverse culture conoscere il vero nome di un'entità sovrannaturale. Basta aprire riprendere in mano le vicende di Fantozzi, per vedere come il disinteressato disprezzo verso la correttezza della pronuncia dei nomi altrui sia una prerogativa esclusiva delle figure che si considerano detentrici di un potere che le rende superiori ad altri.

Nel mondo di Fantozzi, in particolare nei primi (e più caustici) film, la società viene rappresentata come profondamente divisa in classi sociali. Da un lato i superiori, arroganti e presuntuosi, tanto pieni di sé quanto detentori di un potere ottenuto con bassezze, servilismi e raccomandazioni. Dall'altro gli "inferiori", simili in tutto e per tutto ai superiori ma privi della loro arroganza in quanto privi del potere su cui essa si basa. I superiori non sono necessariamente migliori dei sottoposti, ma comunque non perdono occasione per disporre di questi a piacimento in ragione del posto da loro occupato nella scala sociale.

In questo contesto, la pronuncia corretta del nome diventa espressione della posizione occupata da parte di chi parla. Il nome di Fantozzi viene storpiato in continuazione dai superiori ("Fantocci", "Pupazzi", "Bambocci"...): il non rispetto del nome è la concretizzazione linguistica dell'assoluta non necessità di rispettare la persona. In quanto sottoposto (o "inferiore", secondo le parole del Duca Conte Barambani), non c'è alcuna esigenza di rispettare Fantozzi, e di conseguenza neanche il suo nome. E l'affermazione del rispetto e della gerarchia attraverso il rispetto del nome trova la sua conferma nella scansione perfetta dei nomi dei superiori, con tanto di titoli associati, da parte dei sottoposti: il Direttore Conte Cavalier Diego Catellan, il Duca Conte Piercarlo Ingegner Semenzara, il Professor Guidobaldo Maria Riccardelli, il Duca Conte Piermatteo Barambani, la Contessina Serbelloni Mazzanti Viendalmare, e così via.

Non ci vuole un grosso sforzo d'immaginazione per vedere che sostituendo i nomi storpiati dalla Bignardi con un paio qualsiasi di quelli di fantozziana memoria, si ottiene per analogia un'espressione che avrebbe potuto tranquillamente essere pronunciata da un qualsiasi superiore della megaditta ("Brandolini, Brondolini, non sono queste le cose che contano" non è altro che una variazione di una "Fantocci, Pupazzi, non sono queste le cose che contano" qualsiasi). Certamente, anche l'intervistato avrebbe potuto glissare elegantemente sull'accaduto, ma dato il personaggio, notoriamente irascibile e permaloso, era difficile aspettarsi qualcosa di diverso: di lì il suo insistere sulla palese mancanza di conoscenza diretta da parte dell'intervistatrice di ciò di cui stava parlando.

E la risposta di questa secondo cui il libro di Brunetta non sarebbe stato avvincente non ha alcuna rilevanza rispetto all'accusa rivoltale dall'intervistato ("Lei non ha letto il libro"), perché il compito principale di un giornalista (o aspirante tale) è arrivare preparato di fronte all'intervistato, che gli piaccia o meno. E nel caso in cui non gli sia piaciuto ciò che ha letto ha anche tutto il diritto di sbatterlo in faccia all'autore argomentando il perché. Ma per fare una cosa del genere è necessario leggere ed approfondire in prima persona e non delegare il tutto ad una schiera d'autori. Per il semplice fatto che è il suo lavoro: il giustificare le proprie carenze con la scarsa piacevolezza del compito da svolgere è ridicolo e puerile. Banalmente: qualsiasi lavoratore è pagato per svolgere un insieme predefinito di compiti, non per scegliere tra questi quelli che trova "avvincenti".

Quelli che avrebbero potuto essere comprensibili errori sono diventati, per l'incapacità della conduttrice di uscire dai confini tracciati dagli autori, spunti per ripicche puerili ed attacchi personali. Come notava Aldo Grasso sul Corriere, la Bignardi fa parte di quella schiera di intervistatori incapaci di rapportarsi agli intervistati: si trovano per le mani un elenco di domande scritte dagli autori, e quelle legge senza preoccuparsi di modificare il tempo da dedicare agli spunti forniti da chi risponde. Esercizio meramente masturbatorio, le interviste della Bignardi finiscono spesso con l'essere una raffica di domande miranti più a sottolineare quanto già esplicitato nell'oggetto dell'intervista che non ad esplorarne o approfondirne altri aspetti (quando non diventano addirittura spunti per l'intervistatrice per parlare di sé). E così le sue interviste finiscono con l'essere più simili alle domande senza risposta dei monologhi di comici quali Vergassola o il Mago Forrest, che non ai corpo a corpo che caratterizzano le interviste di un Antonello Piroso o di una Victoria Cabello (per non citare nomi più altisonanti).

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