15 maggio 2009

Hallowed Be Thy Name

Capita talvolta di leggere qualcosa che colpisce profondamente l'attenzione, un articolo, un post o magari un intero blog. Allora ciò che si desidera fare è cercare di dare risonanza a quanto scoperto, sfruttando il proprio piccolo spazio per fare una segnalazione, magari attraverso un link o un'indicazione, un consiglio. Ma capita altre volte di voler dedicare uno spazio un po' più consistente a qualcosa che si ritiene veramente meritevole di attenzione, allora si sente quasi l'obbligo di copiare ed incollare in modo che chi sta leggendo non si debba nemmeno porre il problema se clickare sul link o meno.

In questo caso si va oltre, si tratta di un gran bel post, scritto da una blogger cubana, un'appartenente a quel fronte di persone per cui parlare di regime nel proprio paese non è una moda o uno slogan da assemblea scolastica, ma può rappresentare un rischio concreto. Il suo post riguarda Gianni Minà ed il suo elogio di Cuba (nonché le accuse di questo nei confronti di chi critica il sistema cubano): si tratta di un post breve, agile, ma allo stesso tempo straordinariamente incisivo, anche e soprattutto in funzione di un vissuto sottostante che affiora costantemente attraverso le righe. Grazie soprattutto all'umiltà con cui è scritto, risulta uno schiaffo in faccia sia a coloro che strillano al regime ad ogni pie' sospinto, sia e soprattutto a coloro che dai comfort di una democrazia avanzata elogia sistemi dittatoriali in cui al massimo va a fare un po' di turismo. Si tratta della voce di chi veramente vive in un paese dove non c'è libertà di informazione, e dove il significato di una frase come "vado all'estero" è tutt'altro che scontato. Quella che segue ne è una traduzione dall'inglese, ma tutto il blog merita di essere letto con attenzione e rispetto.
L'improbabile intervista di Gianni Minà

C'è tutta una retorica - molto diffusa negli anni sessanta del secolo scorso - che esibisce i suoi rantoli di morte nel millennio recentemente iniziato. E' un tipo di discussione che a me ricorda le "barricate", in cui l'avversario si accuccia dietro i parapetti e da questo punto sicuro e vantaggioso lancia insulti anziché argomenti. Gianni Minà ha rispolverato un po' di questa logora artiglieria. L'arsenale che mi ha lanciato contro è composto di accuse secondo cui sarei un prodotto del Nord ed avrei dimenticato di menzionare - di proposito - i vantaggi del sistema cubano odierno. In conclusione ripete il ritornello secondo cui sarei "sconosciuta" a Cuba, dimenticando che ho sempre dichiarato la mia piccolezza ed insignificanza.

Minà, tuttavia, ha una storia di grandi successi. E' riuscito ad intervistare colui che ha guidato il destino del mio paese per cinque decadi, quando noi stessi cubani non siamo stati in grado di fargli domande o di rispondergli con degli scrutini. Il libro che è risultato da quell'incontro si trovava nelle librerie durante gli anni in cui pensavo di lasciare il college perché non avevo scapre da indossare. Da questo lato del mondo, lontano dalle vetrine che mostravano la sua vasta intervista in una edizione di lusso, qualcosa di molto differente stava accadendo: le tasche si svuotavano, la frustrazione cresceva e la paura proliferava. Nulla di tutto questo appariva nelle frasi elogiative di quella pubblicazione e l'autore non si è preocupato di preparare una seconda edizione per correggere queste omissioni.

Mi piacerebbe suggerire un paio di domande da porre in un nuovo incontro tra lui e Fidel Castro, che probabilmente non ci sarà mai. Chieda, sig. Minà - lei che può parlare con Lui - perché non ha decretato un amnistia per Adolfo Fernández Sainz ed i suoi colleghi, che da sei anni si trovano in prigione per reati di opinione. Si marchi sulla sua agenda, perfavore, i dubbi che nutre il mio vicino a proposito del divieto del permesso di entrare in Cuba a suo fratello, dopo aver "disertato" durante una conferenza all'estero. Gli riferisca la domanda di mio figlio Teo che non capisce perché, per studiare e raggiungere un livello di educazione superiore, uno debba rispondere ad una serie di requisiti ideologici.

Se riesce ad avvicinarsi a Lui - ad andare più vicino di quanto chiunque di noi potrebbe riuscire - gli chieda di lasciare che questi "sconosciuti" cittadini siano liberi di associarsi, di fondare un giornale, di creare una stazione radio, di candidarsi per la presidenza, o di godere di quel diritto che lei esercita in pieno, quello di scrivere pubblicamente opinioni molto differenti da quelle del suo paese. Le assicuro che questa intervista - quella che non farà mai - sarebbe un bestseller su quest'isola.

Yoani Sánchez

6 commenti:

Niccolò ha detto...

Se c'e' gente che prenderei a sassate nello sterno e' proprio il nutrito gruppo dei Cubisti. Quando ti capita di sentire gli imbecilli dell'Associazione Viareggio-Cuba senti la mancanza di artigli di adamantio pronti a uscire dalle nocche.

Attila ha detto...

A me fa sempre un certo schifo pensare che c'è gente che ha costruito carriere sul sangue altrui e che si professano costantemente ed indiscutibilmente candidi e puri...

Cordialità

Attila

abteilung ha detto...

già c'hai ragione, per fortuna che noi non viviamo nell'atroce galera cubana ma in questo libero mondo occidentale, dove se voglio posso sapere tutto sulla vita di noemi letizia, ma nei telegiornali e persino in rete nessuno ha 30 secondi da dedicare al massacro dello sri-lanka dove in un solo giorno di combattimento sono morti 3mila civili.

blumfeld ha detto...

No, abteilung, la differenza è che in questo "libero mondo occidentale" chiunque può decidere di utilizzare le risorse a sua disposizione ed impegnarle liberamente in ciò che ritiene importante, TU incluso. Se tutta la gente che spende tempo ed energie a lamentarsi di quello che non viene detto da altri cominciasse ad impegnarsi a farlo in prima persona le notizie circolerebbero eccome. Ma è molto più comodo stare seduti alla finestra e lamentarsi di come gli altri lavorino male piuttosto che sporcarsi le mani in prima persona.

Perché fino a prova contraria, a differenza di quanto accade a Cuba, o in Iran, o in decine di altri regimi sparsi nel mondo, qua chiunque può esprimere la sua opinione e cercare di diffonderla senza rischiare la prigione o una sentenza capitale.

Detto questo. Forse il tuo accesso ad internet è filtrato, e forse anche i segnali televisivi che ricevi, perché i telegiornali negli ultimi scontri hanno seguito le notizie degli scontri in Sri-Lanka (perlomeno quelli che ho visto io). Inoltre, nel momento in cui ti sto rispondendo, le notizie provenienti dallo Sri Lanka occupano il posto in primo piano nelle homepage de "Il Giornale" e del "Corriere della Sera", e sono in secondo piano su quelle de "La Stampa" e "La Repubblica".

abteilung ha detto...

sono d'accordo, ma è proprio su questo che la simpatica blogger cubana cade in contraddizione. come dici tu, "chiunque può decidere di utilizzare le risorse a sua disposizione ed impegnarle liberamente in ciò che ritiene importante", compreso il baffuto presentatore amante degli anni '60. tuttavia la nostra amica non tollera che qualcuno incensi il leader maximo. quindi vorrebbe la botte piena e la moglie ubriaca. cioè vorrebbe un sistema democratico in stile occidentale ma in cui un minà qualsiasi non si possa permettere di affermare idee diverse dalle sue (sue della blogger intendo). la mia idea non era certo di difendere il castrismo (che tra l'altro mi sta supremamente sulle palle) bensì di sottolineare che l'ingenua blogger forse non ha le idee molto chiare...

blumfeld ha detto...

Sinceramente non vedo nessuna contraddizione. Soprattutto perché non capisco dov'è che sosterrebbe che un minà non dovrebbe permettersi di esprimere le sue opinioni... quello che giustamente viene criticato è l'atteggiamento del turista che si fa il viaggetto attraverso l'isola per girare il suo documentario e poi se ne torna bello sereno nelle comodità italiane a sparare sentenze ed accuse contro chi invece sotto quel regime ci rimane.

Mi sembra chiaro che nel suo testo la blogger esprime il desiderio di un sistema in cui sia possibile esprimere il dissenso tanto quanto incensare, e non come quello in cui vive in cui è possibile incensare ma non dissentire.