Pare che una delle sensazioni del momento sia commentare l'outing di Paolo Barnard a proposito del suo acquisto di "sesso e karnazza" (cit.). Per quanto molto differenti tra loro, ci sono ottimi post di Rachel Barnacle, Uriel, ed altri che hanno espresso il loro parere su quanto sostenuto dal giornalista. E questo non sembra essere un valido motivo per non farlo anche in questa sede; tanto più che dichiarando l'autore di parlare a nome di tantissimi maschi, vale la pena di smarcarsi da una simile posizione.
Va subito detto che Barnard parte da una premessa corretta: i dati snocciolati sulle montagne di denaro mosse dal mercato del sesso, avente nella stragrande maggioranza dei casi come target individui appartenenti al sesso maschile, sono una conferma del divario tra domanda (maschile) ed offerta (femminile). Il che, nel quadro che dipinge, sfocia nella frustrazione del maschio "cacciatore", il quale si sentirebbe giustificato dalla collezione di mazzi di due di picche a rivolgersi al mercato della prostituzione. In pratica si tratterebbe del tentativo del maschio di ribellarsi ad un rapporto di forza che lo vede perdente, una reazione che agirebbe in funzione di un ribaltamento delle dinamiche vigenti.
Ma è a questo punto che, a causa della vastità dei settori in gioco, la confusione tra piani e livelli sociali diventa fonte della superficialità delle conclusioni a cui giunge. Mettere ad esempio in uno stesso discorso pornografia e prostituzione non può essere altro che fonte di confusione: trattare come grezzi dati numerici, racchiudendole all'interno di un discorso comune, una Jenna Jameson ed una ragazza costretta alla prostituzione, non è solo un generico appiattimento, ma anche un elemento che porta a notare come il giudizio di chi scrive sia orientato al proprio soddisfacimento, indipendentemente da quali siano i mezzi impiegato per raggiungerlo.
Il fatto che un uomo possa trovarsi nella condizione di dover passare decine di serate in vari locali, con un numero notevolmente superiore di tentativi abortiti, per avere qualche magra occasione di sesso, non costituisce in quanto tale una giustificazione allo sfruttamento della prostituzione. Non più di quanto gli innumerevoli giorni di lavoro necessari all'accumulo di una somma di denaro sufficiente per permettersi l'acquisto di un televisore LCD di ultima generazione costituisca in sé una giustificazione per una rapina.
I rapporti di forza che regolano le dinamiche dei rapporti tra uomini e donne sono di matrice ben differenti rispetto a quelli che esistono tra cliente e prostituta. Nel locale, l'uomo è libero di "provarci" esclusivamente con chi lo desidera e a sua volta la donna è libera tanto di accettare quanto di rifiutare l'approccio. E a sua volta, l'uomo che è a caccia è libero di accettare o rifiutare gli approcci da parte di esponenti del gentil sesso in base ai suoi liberi gusti e desideri.
Nell'ambito della prostituzione, queste dinamiche non valgono, o comunque al cliente non è dato avere la certezza che siano ciò che regola il rapporto. Non è infatti un caso se uno dei termini più frequentemente utilizzati è "sfruttamento". Se infatti si escludono i casi delle "Bocche di Rosa" che mettono l'amore sopra ogni cosa, il quadro con cui ci si deve confrontare è tutt'altro che edificante. Anche perché le storie che camminano sui marciapiedi delle periferie metropolitane raramente assomigliano a quelle di una Bocca di Rosa o di una Sasha Grey. Perlopiù ci sono schiave costrette a prostituirsi da associazioni criminali senza scrupoli, o comunque storie di disagi e sofferenze che non riescono a vedere oltre un futuro oltre la vendita di sé.
Certamente ci sono differenze tra la schiava costretta a prostituirsi a suon di stupri, percosse e ricatti e la bella romena che a causa della sua disillusione non vede nessun futuro oltre la vendita di sesso a tariffe. Ma in ogni caso, non sono differenze che il cliente conosce prima (e perlopiù nemmeno il durante e il dopo). Andare con una schiava non è qualcosa di molto differente da uno stupro: certamente non è il cliente a costringere la prostituta ad avere rapporti con la forza, ma è il desiderio di entrare in possesso del suo denaro da parte di chi la obbliga al marciapiede facendo uso di un qualche tipo di violenza. E nel momento in cui il cliente rallenta per informarsi sui costi delle prestazioni non gli è dato sapere se la "professionista" lo è per scelta o meno.
C'è poi il caso meno estremo di chi, come nel racconto del post del giornalista, lo fa perché costretta da necessità economiche. Ed un ex-giornalista di Report dovrebbe sapere che in un simile caso il cliente non si comporta in modo dissimile da quei "padroni" che sfruttano immigrati irregolari pagando intere giornate di lavoro nei campi con pochi euro in nero. Ma sia che si tratti di schiavitù, sia di sfruttamento di condizioni sociali disagiate, il tratto comune è l'utilizzo della forza derivante dalla propria condizione sociale nei confronti di chi sopravvive vendendosi su un marciapiede.
Ed in tal senso, va resa giustizia al giornalista che con onestà riporta lo scambio con la ragazza in cui, di fronte alle sue alternative a base di conoscenze di uomini benestanti ed agenzie di modelle, questa gli risponde con l'enorme difficoltà che la sua condizione comporta: quella di non poter conoscere persone diverse o livelli sociali differenti. E quando lei risponde che non ha uno sfruttatore, il suo ammettere che a crederle è il suo senso di colpa è l'ammissione di quanto lo sfruttamento della condizione altrui possa essere tutt'altro che ludico. E forse, indirettamente, anche di come tutte le successive teorizzazioni sul "sesso ludico" e sulla responsabilità delle "donne" in relazione al dilagare della prostituzione possa anche essere inteso come il tentativo di trovare degli alibi per ridimensionare la colpa di cui si è reso complice. Perché per quanto una professionista possa essere brava nell'offrire al cliente la merce che desidera, l'elemento economico che regola il rapporto fa sì che la prestazione acquistata sia ben differente da quel sesso ludico più volte invocato.
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