02 ottobre 2009

Video Killed the Radio Star

E' ormai imminente la manifestazione sulla libertà di stampa in Italia. L'ennesimo capitolo della paradossale polemica che vede famose e strapagate star della televisione e del giornalismo in generale utilizzare i mezzi a loro disposizione per denunciare pubblicamente un non quantificato incremento della censura e delle pressioni da parte di organismi vari sull'informazione e la forme di comunicazioni di massa in generale. I più arditi non esitano ad invocare fascismi (più o meno morbide) o regimi (più o meno autoritari), senza porsi minimamente il problema del fatto che in nessun regime (come è stato sottolineato più volte anche qua) è consentito denunciare pubblicamente le forme attraverso cui il potere autoritario si esercita.

Vengono spesso invocate le denuncie milionarie che chi si ritiene a vario titolo danneggiato sporge nei confronti di giornalisti e giornali come mezzo di intimidazione. Ovviamente non si tratta di un elemento che andrebbe lasciato cadere nel nulla in quanto è ovvio che una denuncia portata avanti da un soggetto che dispone di ampi capitali possiede un vantaggio non secondario su chi di simili mezzi non dispone. Ma questo dovrebbe condurre ad una seria discussione sui sistemi giuridici (ed economici) entro cui tali azioni vengono esercitate e non all'invocazione di spauracchi, cioé ad una discussione sui meccanismi della giustizia, e su come chi dispone di capitali superiori possa legalmente utilizzarli come strumenti di intimidazione.

Senza invocare la terribile ferocia dei regimi sudamericani, senza cioé creare fantasiosi paralleli con la drammatica violenza di esperienze come quelle dei desaparecidos argentini, basta anche solo ricordare che l'azione di censura esercitata dal regime fascista durante il Ventennio Italiano nulla aveva a che vedere con le aule di tribunale: il regime non si rivolgeva ad un potere terzo per far rispettare le proprie ragioni, le affermava direttamente ed in prima persona con la forza e, non raramente, con la violenza. E continuare a denunciare quotidianamente, in pubblico e da ogni mezzo di comunicazione disponibile, censure di vario tipo attraverso paralleli con esperienze drammatiche e violente non è semplicemente inutile, ma è anche dannoso. Perché non solo trasforma in burla una questione che comunque avrebbe dei risvolti su cui potrebbe essere opportuno riflettere, ma allo stesso tempo allontana l'attenzione dal nucleo problematico nella sua vera forma. Perché, per fortuna, oggi non ci sono squadre di rastrellatori che riducono al silenzio i dissidenti, ma rimangono comunque forme di iniquità che si esercitano attraverso conflitti tra esponenti di classi differenti. Infatti, per quanto a qualcuno possa sembrare anacronistico utilizzare ancora oggi il termine "classe" (e qui andrebbe aperta una parentesi su come l'ideologia della democrazia borghese si sia affermata nascondendo la propria natura ideologica dietro il tema della "fine delle ideologie"), una richiesta di risarcimento danni di centinaia di migliaia di euro ha un valore ben differente se messa in atto contro un grosso soggetto economico anziché contro un ipotetico giornalista free lance o una redazione di precari.

E' alla luce di questi punti, cioé a partire dalle premesse secondo cui in Italia oggi non risulta corretto parlare di informazione di "regime", e dalla constatazione che, per quanto strumento legale (o meglio, proprio in quanto strumento legale), le denuncie milionarie per danni e diffamazione (alle quali va aggiunto il non trascurabile peso delle spese processuali) possono essere snaturate da chi intende farne uso per intimidire una controparte e zittirla, che vale la pena di chiedersi il perché di una simile mobilitazione di piazza. E la risposta sembra prendere forma proprio a partire dall'interno di quel sistema sociale ed economico cui apparentemente sembra opporsi, ed i protagonisti si muovono proprio secondo le logiche e gli interessi (di classe) contro cui dichiarano di essere schierati.

Senza addentrarsi nel concetto di "feticismo delle merci" sviluppato inizialmente da Marx, vale la pena comunque di soffermarsi brevemente sull'idea di feticcio in senso lato. In generale, un feticcio è un oggetto al quale, per motivazioni differenti, viene attribuito un valore particolare. Ad esempio, un oggetto che da molti potrebbe essere considerato come un semplice manufatto, per altri potrebbe diventare oggetto di rispetto o di adorazione in quanto considerato come dotato di poteri soprannaturali: che si tratti di un totem, di una bambola voodoo, di un corno portafortuna o altro ancora, quello che per molti è nulla più di un semplice oggetto, per altri può assumere un valore magico. Un discorso analogo vale nell'ambito dei feticismi sessuali: una parte del corpo umano o anche semplici oggetti (calze, scarpe, etc.) vengono isolate e percepite come altamente dotate di carica sessuale da parte di chi prova il desiderio. In generale, si potrebbero individuare caratteri feticisti in tutti quei rapporti in cui un oggetto assume un valore superiore in virtù delle credenze o dei desideri di un soggetto. E l'ambito delle merci non fa eccezione; molto banalmente basta ricordare il valore sul mercato di particolari oggetti "di marca" o che comunque intendono assumere per chi effettua l'acquisto un valore di status symbol (il vestito firmato, la particolare automobile, etc.). Nel corso di questo processo, il feticcio occulta la propria natura originale per diventare espressione di valori differenti e/o superiori. Ad esempio, agli occhi di un feticista che ama le scarpe o le calze, questi oggetti perdono la loro natura originaria di calzature o indumenti (o comunque questa passa in secondo piano) in favore della carica sessuale che riescono ad esprimere.

A questo punto, per tornare al tema di partenza, si può incominciare a vedere come anche nell'ambito politico sia possibile rinvenire dinamiche simili. E come queste dinamiche si esercitino con tanta più forza quanto più un soggetto aderisce entusiasticamente ad una campagna (il feticcio esercita tanto più potere quanto più il feticista è devoto ad esso). Infatti, con simili premesse, noti e magari strapagati giornalisti (o conduttori televisivi, o addirittura potenti gruppi editoriali o di potere in generale) riescono ad indossare con disinvoltura i panni del feticcio, dei "difensori della libertà di stampa", schierandosi pubblicamente contro un sistema da cui ricavano stipendi a base di diverse centinaia di migliaia di euro ogni anno. Presentandosi al pubblico come rappresentante di un particolare valore (ad es. la libertà di stampa, appunto) il feticcio riesce a capovolgere le relazioni di legittimità ponendo la propria posizione come unilaterale unità di misura. E così, nascondendosi dietro alla forma dell'"idolo", il feticcio riesce ad esercitare indisturbato il proprio potere: riesce quindi a dichiarare ripetutamente in pubblico che c'è la censura, oppure a mettere in discussione l'autorità degli avversari in quanto "alle dipendenze di qualcuno" senza dover rispondere del fatto che anche lui è "alle dipendenze di qualcun'altro", e così via.

Non si tratta di spostare l'asse del discorso dal contenuto della manifestazione ai reditti dei promotori al fine di screditare una parte mediante argomentazioni ad hominem, ma piuttosto di vedere come le due cose siano strettamente correlate. Infatti, l'identificare il rinnovo del contratto di questo o quel personaggio televisivo con l'affermazione o meno della libertà di stampa significa sul piano logico creare un'identificazione tra il personaggio in questione ed un valore tale da generare la credenza secondo cui (come il feticcio dotato di poteri magici) solo grazie alla sua presenza può esserci la libertà. Come un idolo che, se distrutto, può essere fonte di sciagure per la collettività che crede in esso, così, ad esempio, un'ipotetica non rinnovata presenza di un personaggio sugli schermi televisivi può diventare, per alcuni, fonte di preoccupazione.

Ma l'entità della mobilitazione da parte dei media non è innocente e disinteressata, ma è piuttosto conseguenza dell'influenza dei soggetti che la promuovono e dei capitali di cui dispongono o che muovono in generale. Quando ad esempio (piaccia o meno il personaggio in questione) poco più di un anno fa L'Espresso smise unilateralmente di avvalersi degli articoli scritti da Gabriele Mastellarini (anche, sembrerebbe, a causa di alcuni contrasti con il Travaglio nazionale), non ci fu nessuna rilevante lamentela, rimostranza o manifestazione. Il che non stupisce, dato che Mastellarini non appare frequentemente in televisione e non ha modo di propagandare la propria immagine come feticcio della libertà di stampa. Ed allo stesso tempo, un Mastellarini non muove una quantità di denaro paragonabile a quella di un Travaglio.

Dietro i proclami di una nobile causa (la libertà d'informazione), quello che appare grattando la superficie assume sempre di più invece i connotati di un conflitto tra gruppi di potere. Quando il governo Prodi mise in moto il disegno di legge "Levi Prodi" (quello poi diventato noto nella rete come "ammazza blog"), al di là dell'effettiva o meno dannosità del provvedimento, sui grandi mezzi d'informazione non ci fu una rilevante mobilitazione per difendere da un possibile "attacco" una possibilità espressiva a disposizione di chiunque. La mobilitazione invece si è scatenata adesso, cioé nel momento in cui hanno cominciato a sentirsi minacciati nei loro interessi economici (perché comunque una richiesta di risarcimento danni non è necessariamente la premessa di un confino) grossi gruppi editoriali o comunque personaggi i cui redditi annui si calcolano in centinaia di migliaia di euro. E non serve un esperto analista per rilevare come il conduttore di un programma televisivo su una rete nazionale e l'anonimo blogger che scrive nei ritagli di tempo non appartengono alla stessa classe sociale. Esattamente come non servono raffinate analisi per rilevare come ben difficilmente si vedrà qualcuna di queste strapagate stelle dell'informazione guidare campagne e manifestazioni affinché le fasce di reddito a cui appartengono possano essere maggiormente tassate a vantaggio di chi mediamente non guadagna nemmeno un ventesimo di quanto entra nelle loro tasche.

2 commenti:

Yossarian ha detto...

Blumfeld, sei uno spettacolo.

Senti, credo che in settimana faro' un post su questa vicenda.

Credo di poter dire modestamente la mia, visto che ho lavorato dieci anni per un giornale locale del gruppo Espresso/Repubblica.

Tipo il "Lavoro" di Genova, per intenderci, o il "Tirreno"

Ti dispiace se ti linco nel post?

Generalmente, chiedo il permesso prima di lincare. Mi pare corretto, cosi' come mi pare corretto che uno voglia sapere l'orientamento del mio blog, prima di essere citato.

Dicesi, "liberta' di stampa".

Quello che hai scritto e' semplicemente magnifico e io non ne posso piu' di manifestazioni con "guerriglieri nel vento del tramonto".

Il nostro paese ha altri gravi problemi, e Silvio Chavez combina porcate ben piu' preoccupanti.

Standing Ovation

blumfeld ha detto...

Yossarian, troppo gentile.

Ovviamente non dispiace, anzi ringrazio.