26 gennaio 2009

Who Made Who

A fronte di richieste di chiarimento, si torna per la terza volta sul tema dell'"emulazione", mettendo da parte lo Zoo di 105 e passando ad un altro settore che, più frequentemente di quanto non accada ai programmi radiofonici, si trova sotto i riflettori di strumentalizzazioni politiche, al fine di mostrare gli intrecci tra un tema come l'"emulazione" e la sua strumentalizzazione politicamente propagandista: i videogiochi violenti. Se sentire un gruppo di cazzoni che per radio parla di "Musumeci il cane sparafeci" potesse influenzare il comportamento di alcune persone, a maggior ragione si dovrebbe pensare che alcuni videogiochi, dato lo stretto rapporto di "immedesimazione" che intrecciano con il giocatore, possano essere fonte di violenza, e che quindi sia giusto vietarne la vendita in assoluto (anche ai maggiori di 18 anni). E determinati a raggiungere l'obiettivo, i moralizzatori non esitano anche a mentire.

Ad esempio, qualche anno fa, sulla base di un sentito dire o poco più, alcuni quotidiani e TG nazionali fecero una dura campagna contro Rule of Rose, un gioco non particolarmente memorabile in cui la piccola protagonista si trovava coinvolta in una cupa avventura dai toni horror-gotici; l'accusa era di contenere scene di violenza, sadismo ed addirittura pedofilia. Il gioco non è certamente rimasto nella storia come un capolavoro del genere, ma delle tanto sbandierate scene di violenza sessuale non s'è trovato traccia.

Più recentemente, l'uscita di Grand Theft Auto IV ha scatenato la reazione moralizzatrice del Codacons. Secondo il Codacons, il gioco sarebbe imputabile di istigazione a delinquere, e nell'esposto che presenta al fine di far sì che venisse ritirato dal mercato non esita a citare scene di violenza sessuale del tutto inesistenti. Come dimostrato dai fatti che hanno seguito la vicenda, l'esposto non viene praticamente preso in considerazione ed il gioco viene immesso sul mercato secondo le normative vigenti.

Ora, negli Stati Uniti, il democratico Joe Baca ha presentato una proposta di legge denominata The Video Game Health Labelling Act of 2009 al fine di rendere obbligatoria l'apposizione sui giochi considerati violenti di un bollino con la perentoria affermazione: "WARNING: Excessive exposure to violent video games and other violent media has been linked to aggressive behavior.". Ovviamente, la proposta di legge si guarda bene anche solo dall'accennare quali siano le fonti che permettono di stabilire un simile perentorio collegamento tra videogiochi e comportamento violento.

Dato che stando alle statistiche, oltre il 90% dei ragazzi entra in qualche modo in contatto con il mondo dei videogiochi, è facile trovare qualcuno tra questi che decide di dedicarsi alla violenza reale. Il punto è che proprio a fronte di una percentuale di partenza così elevata, ed a fronte del ridotto numero dei ragazzini che impugnano armi, diventa difficile stabilire una correlazione tra, ad esempio, il giocare ad un blockbuster come Quake ed il dedicarsi ad atti di ultraviolenza. A fronte di milioni e milioni di copie vendute di sparatutto in soggettiva e giochi dediti al fraggare più violento e gratuito, e quindi a fronte di milioni di giovani che hanno utilizzato un PC o una console per partecipare in prima persona a forme di "violenza" virtuale, non esiste un solo studio attendibile in grado di tracciare una correlazione tra l'uso di certi videogames ed un incremento dell'aggressività.

Non solo. Il pericolo di "emulazioni" da parte di giovani, come anche le accuse di "istigazione a delinquere", oltre a non avere nessuna base scientifica e nessuna autorevole fonte di riferimeno, sembrano subire le umorali ed ondivaghe impressioni dell'opinione pubblica. Ad esempio, un paio di anni fa il Ministro del governo Prodi Gentiloni, associandosi al coro d'indignazione in quel momento in voga sia in Italia che all'estero, prese duramente posizione contro la pubblicazione di Manhunt II in quanto, a suo dire, avrebbe incoraggiato alla "violenza" e all'"omicidio". Inutile dire che non è dato sapere perché Manhunt II abbia suscitato tanto scandalo quando invece la pubblicazione del primo capitolo della serie era passata del tutto inosservata. Ed altrettanto superfluo appare il dire che a distanza di oltre un anno dalla sua pubblicazione non ci sia un solo dato (uno) che sostenga un incremento della violenza e dell'aggressività da parte di chi ha giocato a Manhunt (I o II, poco importa).

Infatti, una delle caratteristiche delle delle accuse contro i videogiochi violenti è che sono sempre rivolte verso quelli che devono ancora uscire, non contro quelli già presenti sul mercato. E questo per il semplice fatto che se si volesse sostenere che, ad esempio, il primo Unreal Tournament ha generato un incremento della violenza e dell'aggressività, chiunque potrebbe sentirsi in diritto di chiedere dati ed elementi che dimostrino un tale incremento. Se invece si tratta di un suo simile che ancora deve essere lanciato sul mercato, si sfrutta la necessità di parlare al condizionale trasferendo il confronto nel piano dell'indecidibilità ("come fai a sapere che influenzerà i giovani?", "e tu invece come fai a sapere che non lo farà?").

Il populismo demagogico contro questa o quella presunta "istigazione" viene solitamente utilizzato da politici in cerca di consenso al fine di creare un illusione di cambiamento. Ad esempio, a fronte di un diffondersi di comportamenti violenti ed aggressivi, si renderebbero necessarie politiche di studio ed analisi approfondite e mirate; trattasi quindi di spese ed interventi che probabilmente non garantirebbero nemmeno dei risultati (tantomeno quelli desiderati). Ecco allora l'individuazione di un nemico demoniaco che con la sua aura malefica plagerebbe le fragili menti delle nuove generazioni. Lo scopo è semplice, ottenere una vittoria su un nemico fantasma. In pratica si tratta di propaganda elementare a rischio zero: anziché sfidare un problema noto e consolidato, viene scelto un nemico virtuale, come appunto può essere un Manhunt II. I possibili risultati sono due: se si riesce a bloccare l'uscita del gioco, si festeggia la vittoria contro quello che poteva essere un potenziale nemico; se invece il gioco esce comunque, non si ha nulla da temere perché non c'è niente e nessuno che possa stabilire relazioni ferree tra un fatto di cronaca ed un prodotto videoludico tale da invocare la mancata vigilanza.

Ma malgrado la favorevolezza da parte di politici alla ricerca di fantocci contro cui vincere facili scontri, di associazioni di genitori alla ricerca di capri espiatori e di avvocati difensori alla ricerca di alibi per deresponsabilizzare i propri assistiti, le tesi dell'emulazione e dell'istigazione sembrano incontrare delle resistenze da parte degli elementi giudicanti. Nel 2007, un giovane americano uccide la madre e ferisce gravemente il padre a colpi di armi da fuoco perché questi gli stavano impedendo di giocare ad Halo 3, e dopo aver compiuto il delitto aveva posizionato la pistola nella mano del padre al fine di inscenare un omicidio/suicidio. Malgrado Halo 3 sia stato uno dei giochi più venduti degli ultimi anni, e malgrado non esistesse a fronte di simili dati di vendita alcun dato che stabilisse correlazioni tra il gioco in questione e pulsioni omicide, l'avvocato difensore del giovane ha impostato la sua linea sull'invocazione di una infermità mentale generata dai videogiochi, sostenendo che sarebbe stato il gioco a trasformare il giovane in un feroce assassino; il giudice del caso invece ha deciso di rigettare tale linea difensiva e di processare l'omicida come un adulto, con tanto di possibilità di condanna all'ergastolo.

Quello che sembra non essere chiaro a chi gioca con il tema dell'"istigazione" e dell'"emulazione" applicati all'ambito dell'intrattenimento, è che così facendo si rischia di scoperchiare un vaso di Pandora. Perché per quanto si possa essere attenti e vigili, sarà sempre possibile ritrovare il precedente di un crimine in un film, in un libro, in un fumetto, etc. E se dovesse passare il messaggio che è sufficiente giocare come un pazzo ad Halo 3 per ottenere delle attenuanti, chiunque potrebbe premeditare un omicidio e condirlo con una sceneggiata in cui mescolare realtà e finzione. Chi volesse dedicarsi all'ultraviolenza potrebbe semplicemente riempire la propria stanza di poster e gadget vari legati ad Arancia Meccanica e poi cercare attenuanti attribuendo a Kubrick parte delle colpe dei propri comportamenti.
E così via.

(Nota: Dovrebbe essere chiaro, ma dato che qualcuno potrebbe non capirlo si specifica che tutto il discorso fatto qua sopra è rivolto solo all'industria dei videogiochi o, per estensione, all'entertainment system in generale. Non può, e nemmeno vuole, valere per altri e più concreti ambiti quali la politica, la religione, la cronaca nera, etc.)

24 gennaio 2009

Dittohead

Il post sull'attacco a Lo Zoo di 105 da parte di associazioni animaliste prive non solo di senso dell'umorismo, ma anche di quel minimo di tolleranza necessaria per cambiare canale di fronte a qualcosa che non piace o non si condivide e lasciare che altri (che non stanno facendo alcun male) si divertano come preferiscono, ha provocato la reazione di un accaldato commentatore che sostiene che difendere una trasmissione del genere sia sbagliato, perché ciò potrebbe portare a fenomeni di "emulazione".

La tesi secondo cui su certi argomenti non bisognerebbe scherzare in quanto qualcuno potrebbe mettere seriamente in pratica lo scherzo è stata esposta chiaramente, ma le reiterate richieste di portare studi e dati certi a riguardo del fenomeno "emulazione" non sono riuscite ad ottenere nulla. E sarebbe stato stupefacente il contrario, dato che non c'è alcuna prova scientifica seria in favore dell'"emulazione".

Infatti, il termine "emulazione" non è confinabile all'interno di un contesto preciso con regole ben definite, è piuttosto una sorta di termine jolly che viene di volta in volta utilizzato da chi non gradisce qualcosa per opporsi ad essa sventolando lo spauracchio di una fumosa ed informe minaccia. Di volta in volta, cambiano gli accusatori e gli oggetti incriminati, ma il meccanismo è sempre uguale a se stesso.

Un tizio ascolta un programma alla radio in cui si fa della comicità parlando di gatti nei microonde, dato che non gli piace quello che sente mette in piedi una crociata perché "qualcuno potrebbe mettere in pratica quello che sente".

Un tizio vede un intervista ad un gruppo metal che indossa pentacoli e croci rovesciate, dato che non gli piace quello che sente mette in piedi una crociata perché "qualcuno potrebbe non capire che si tratta solo di canzoni".

Un tizio vede un film in cui dei giovani si dedicano a sesso, droga, alcool e violenza, dato che non gli piace quello che vede mette in piedi una crociata perché "qualcuno potrebbe non capire che si tratta solo di un film".

Un tizio vede un videogioco in cui si fa uso di armi a ripetizione, dato che non gli piace quello che vede mette in piedi una crociata perché "qualcuno potrebbe fare delle stragi confondendo il gioco con la realtà".

Un tizio assiste ad un incontro di wrestling e dato che non gli piace quello che vede mette in piedi una crociata "perché qualcuno potrebbe non capire che si tratta di finzione".

E si potrebbe andare avanti all'infinito. Il canovaccio è sempre lo stesso: un accusatore, un oggetto su cui fare polemica ed ipotetici terzi identificati con "qualcuno" sempre pronti a fare le peggio cazzate non appena le vedono o sentono. Tanto che viene da chiedersi se questi "qualcuno" che potrebbero mettere i gatti nel microonde, fare wrestling in giro, darsi alla droga e alla violenza sono tanti e differenti o sono sempre gli stessi.

Uno dei primi e più immediati effetti di simili campagne si concretizza in una ricerca di attenuanti in favore di compie realmente (e non ipoteticamente) atti criminali. Infatti, non importa che in ogni paese ci siano migliaia di pacifici ascoltatori di Death Metal, quando uno di questi compie un crimine, l'avvocato cercherà di deresponsabilizzare il suo assistito dicendo che si è trattato di un fenomeno di emulazione. Non importa che ci siano migliaia di persone in ogni paese che giocano a Quake o GTA, se una di queste di questi decide di impugnare un arma, l'avvocato difensore cercherà di evocare l'emulazione come attenuante, e magari qualcuno ne approfitterà per mettere in piedi una qualche campagna mediatica contro la diffusione della violenza nei videogiochi (offrendo così il proprio appoggio a chi ha compiuto un crimine).

Ma soprattutto, non importa il livello di dannosità eventualmente interno all'oggetto in questione, quello che conta è l'idea di quanto possa essere condivisibile una campagna o meno. E di questo si può avere un esempio prendondo ad esempio due tipi di spettacoli sportivi differenti quali il wrestling e il calcio (lasciando da parte i discorsi su tifo, violenza negli stadi, etc.), due tipi di spettacolo opposti sotto molti aspetti.

Chiunque abbia seguito con un minimo di attenzione un incontro di wrestling, avrà visto sotto le apparenze di lotta e violenza due (o più, a seconda del tipo di incontro) atleti che collaborano con grande cura ed attenzione alla riuscita di uno spettacolo. Al di là delle trame più o meno pittoresche, più o meno interessanti, gli atleti opposti nella finzione collaborano sul ring per mettere in piedi comunque uno spettacolo appassionante e divertente, uno spettacolo in cui ognuno dei due non solo deve stare attento a non farsi male, ma ancora di più deve stare attento a non fare male all'avversario (ed è questo che determina la maggiore bravura di un Shawn Michaels o di un Triple H rispetto ad un Mark Henry). Praticamente tutto ciò cui si assiste sul ring è studiato nei minimi dettagli, e gli atleti vi si attengono scrupolosamente.

Quello che avviene durante una partita di calcio è invece diametralmente opposto. Una partita di calcio non è una messa in scena, e lo scopo delle squadre non è fare male agli avversari. Invece, in quasi ogni partita è possibile vedere: entrate a gamba tesa, magari a centro campo, noncuranti dei danni che potrebbero infliggere all'avversario, gente che si tuffa a terra in area di rigore con lo scopo di ottenere ingannando l'arbitro quello che non riesce ad ottenere in modo leale, e ancora gente che si butta a terra e fa finta di essere in preda a dolori lancinanti per spezzare il gioco ed evitare che gli avversari in svantaggio possano recuperare, e così via.

A differenza di quanto avviene nel wrestling, in una partita di calcio è prassi comune vedere giocatori che in un contesto reale (non una finzione) simulano, mentono, cercano di fare male agli avversari, colpiscono alle spalle, etc. Ovviamente, il calcio non è solo questo, ci mancherebbe altro. Ma il punto non è se il calcio sia un bene o un male, o se sia meglio o peggio del wrestling. Il punto è che, a volerlo fare, anche il calcio potrebbe essere considerato una fonte di cattivi esempi. E si potrebbe dire che comportamenti negativi quali, ad esempio, la simulazione, potrebbero derivare dall'emulazione dei giocatori di calcio.

Eppure non ci sono campagne contro il calcio, o comunque non quante ad esempio contro il wrestling, e questo non per dati o studi che ne dimostrano la minore pericolosità, ma per il semplice fatto che intraprendere una campagna contro il calcio significa scegliere deliberatamente l'impopolarità. O comunque una lotta destinata alla sconfitta ed allo sberleffo.

Dietro le campagne che si basano sul concetto di "emulazione" non ci sono studi o teorie, c'è solo la forza demagogicamente populista di uno schieramento contro un altro considerato numericamente inferiore o comunque meno organizzato.

22 gennaio 2009

Shoplifters of the World Unite

Il tema della social card rilasciata dal governo con i 40 euro mensili continua a scaldare gli animi. E non completamente a torto del resto: i documentati problemi di attivazione, funzionamento e ricarica costituiscono indubbie fonte di disagio per chi ne deve far uso. Ma quello che invece sembra dar maggiormente fastidio ai vari Weltroni e De Gregorio è il problema d'immagine, l'umiliazione derivante dal dover esibire il proprio stato d'indigenza in sede di pagamento.

Paradossalmente, ancora una volta, proprio chi si riempie la bocca di "solidarietà" e "vicinanza alle fasce più deboli della popolazione", non esita a definire come umiliante l'esibizione della povertà, quasi fosse uno sporco segretuccio da tenere ben nascosto dietro le mura di casa.

Che il provvedimento sia ben lontano dall'essere ottimale è palese. E proprio per questo si rendono necessarie critiche concrete e mirate: che potrebbero andare dalla richiesta di aumento dell'importo attribuito (che, malgrado possa trattarsi di un incremento delle entrate mensili superiore al 10% per chi non arriva a prendere 6000 € di pensione all'anno, è da considerarsi come uno di quei fattori costantemente migliorabili), all'esigere che i malfunzionamenti siano ridotti ed annullati, dal richiedere che eventualmente siano allargati i parametri d'accesso per permettere ad un numero maggiore di persone di usufruirne, all'incentivare l'adesione all'iniziativa da parte delle grandi catene e comunque di un maggior numero di esercizi, e così via. Ma al di là di tanto astratte quanto strumentali questioni ideologiche, non si capisce quale utilità ci sia nell'associare il bisogno di assistenza all'umiliazione.

Tanto più che la social card sia vista prima di tutto come una desiderabile maggiorazione delle entrate mensili, prima ancora che come un'"umiliazione", è testimoniato dalle lunghe code ai Caaf dei sindacati ed in generale dalla grande mole di richieste presentate (e che probabilmente in larga parte non saranno accolte).

Ma al di là della bontà o meno della trovata, sorgono ulteriori perplessità su simili posizioni nel momento in cui si appura che non si tratta nemmeno un'idea originale del governo. Infatti, qualche anno fa, la Coop Lombardia assieme a Banca Etica e Caritas Ambrosiana, lanciarono la loro "carta equa" con la stessa retorica che verrà oggi ripresa dal governo (anche se ovviamente in quel caso l'utilizzo era limitato alle Coop): vale a dire non fare della mera elemosina verso soggetti passivi, ma considerarli come parte attiva ed integrante del mercato.

Ovviamente, quest'ultimo aspetto, oggi come allora, era solo un imbellettamento retorico per giustificare quelli che a tutti gli effetti, e senza giudizi di valore, risultano essere dei vincoli alla modalità di impiego dei fondi da parte dell'ente erogatrice. La differenza è che allora a sinistra non ci furono furiose reazioni e definizioni della vicenda come una trovata pubblicitaria da parte delle Coop, e che invece sarebbe stato meglio dare direttamente i soldi a chi ne aveva bisogno.

Anche perché era chiaro che, in osservazioni delle più banali regole di mercato, un'azienda come la Coop non avrebbe avuto nessun interesse a partecipare all'erogazione diretta di liquidità nelle tasche degli aventi diritto col rischio che tale esborso potesse andare a finanziare acquisti presso discount, altre catene di supermercati o comunque presso la concorrenza in generale. Oltre all'aspetto riguardante la fidelizzazione del cliente, è chiaro che nessuna azienda sensata rischia parte dei propri capitali in azioni in cui le proprie uscite possono configurarsi come entrate nei bilanci della concorrenza.

Pertanto non sembra difficile individuare nell'applicazione a livello nazionale di questa strategia un ottica simile; ed infatti chi chiede quale logica o vantaggio possa esserci dietro la scelta di una carta prepagata rispetto ad un aumento di pari importo direttamente, ad esempio, nelle pensioni degli aventi diritto sembra non tenere conto che le casse dello Stato non sono solo fonte di uscite ma anche di entrate.

Allo stato attuale, l'attività in cui la social card in questione sembra essere maggiormente e più facilmente impiegabile consiste nel pagamento delle bollette, cioé il pagamento di quelle spese necessarie che, grazie all'IVA ed alle molteplici accise, si configurano come fonte di elevato ritorno del denaro erogato nelle casse dello Stato. Ma non solo: a differenza delle compravendite effettuate con denaro contante, attraverso l'uso dei vari tipi di carte (prepagata, di credito, etc.) risulta notevolmente più difficile evadere il fisco. E questa è una cosa che chi dichiara di considerare come prioritaria la lotta all'evasione fiscale dovrebbe avere ben chiara: una cifra consegnata in contanti, stando ai dati dell'evasione attuale, rappresenta una spesa ben più elevata per le casse dello Stato di quanto non lo sia attraverso l'uso di una carta, e questo per l'elementare motivo che i contanti possono essere spesi ovunque, senza che sia necessario rilasciare fatture o scontrini fiscali e senza che l'erario possa avere garanzia che sulle spese effettuate con quei soldi vengano pagate le imposte.

Chiaramente, come detto sopra, trattasi di azione largamente ed ampiamente migliorabile, ma che di suo presenta dei vantaggi, sia in termini di possibilità per chi ne ha bisogno e riesce nell'impresa di ottenerla, sia per le casse dello Stato che riescono così a sottrarre una parte dei soldi esborsati al mercato dell'evasione. Ma tutto questo a patto di lasciar perdere le questioni istericamente ideologiche su "dignità" ed "umiliazioni" (che tendono a lasciare il tempo che trovano quando si considera che la fascia di persone cui è teoricamente diretta l'azione comprende anche i pensionati con la minima che ogni tanto è possibile vedere di sera, dopo la chiusura dei mercati comunali cittadini, vicino ai bidoni della spazzatura a cercare tra le cassette abbandonate qualcosa da portare a casa).

20 gennaio 2009

Powerslave

In data odierna, Luca Sofri decide di affrontare l'argomento Grande Fratello. E ci si chiede se alla base delle sue opinioni ci sia qualcosa di più di un vago sentito dire...
Nel 2009 è ormai difficile dire qualcosa di originale e interessante sul Grande Fratello, come dimostrano gli affannosi tentativi dei quotidiani. E la linea più sensata è limitarsi a ignorarlo, avendo agli atti quel che già se ne disse.
La logica insegna che se si afferma che la cosa più sensata da fare consiste nel limitarsi ad ignorarlo, il non farlo significa optare per una scelta che si ritiene meno sensata. E così, con simili premesse, nessuno si aspetta che quanto segue sia sensato. (Anche perché, stando a quanto insegnava quel Wittgenstein che al blog sembra solo offrire il suo nome nella famosa asserzione 7.0 del Tractatus Logico-Philosophicus: "Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere".)
Ma rispetto agli standard e alle missioni di un giornale, un blog ha una maggiore libertà di deroga, offrendosi ogni tanto anche alle semplici riflessioni personali dell’autore per quanto banali.
Dopo la dichiarazione di insensatezza, ecco una seconda micropremessa finalizzata a spiegare al lettore che, trattandosi solo del suo blog, e non di una giornale, può scrivere un po' le prime cose che gli passano per la testa senza preoccuparsi di dare un minimo di spiegazioni.
Io penso non sia più nemmeno un buon programma, in termini strettamente televisivi: ma vedo che si ama dire il contrario, per non sembrare snob, o per sembrarlo.
E a seguire le due brevi premesse, si entra direttamente nel vivo della questione con un'affermazione tanto incisiva quanto lapidaria: il Grande Fratello non è un buon programma, nemmeno in termini televisivi. Come lo scrivente sia arrivato ad una simile conclusione non è dato sapere. E' così e basta. Ma non solo. Con un'elegante (ma neanche troppo) fallacia argomentativa liquida chiunque sostenga il contrario come guidato da snobismo (o dal desiderio di non sembrarlo, non si capisce bene...).
In pratica si tratta di un semplicistico "E' così e basta, e chi non la pensa come me lo fa solo per non sembrare snob (o per sembrarlo)."
Ma insomma, dei consessi umani più deprimenti per il presente e il futuro del paese - se la gioca anche con le Direzioni Nazionali del PD - credo che il Grande Fratello sia imbattibile. Uno zoo di subumani la cui esibizione televisiva ha probabilmente lo stesso senso di certi documentari sui primati: invece di mostrarci cosa eravamo, ci mostra cosa saremo. Questione di pochissimo, ormai.
Con una violenza verbale che non conosce filtri, non si sa bene in base a quale diritto o criterio, Sofri definisce i partecipanti al noto reality show come "subumani" (traduzione italiana del termine tedesco "untermenschen"). Probabilmente Sofri ritiene di appartenere ad una razza eletta superiore: infatti solo chi si ritiene superiore può distribuire in giro bollini di inferiorità a destra e sinistra senza sentirsi in dovere di dare un minimo di fondamento alle sue osservazioni.

Forse non gradisce la formula del programma, forse non ne ama la regia (quella delle dirette in tempo reale e/o quella delle striscie quotidiane), forse magari non sopporta la conduttrice o chissà cosa altro. Rimane il fatto che l'unico punto su cui si focalizza l'attenzione del giornalista è la galleria di untermenschen che, a suo dire, affollano la Casa.

Ma il punto è che a parte un paio di casi, la maggior parte dei protagonisti del programma sono persone di umili origini o comunque lontani dalla raffinatezza dei ceti alto borghesi (un ormeggiatore, un panettiere, una barista, etc.), persone che per scelta o per necessità sono lontani dagli standard retoricamente ricercati dei cinema d'essai. Sembra quasi che, per una simile intelligencija, il fatto che un panettiere o un ormeggiatore possano decidere di percorrere una strada che (nelle loro speranze) li possa portare a migliorare le loro esistenza si concretizzi in una forma di hybris.

Va bene che il panettiere si alzi presto per preparare il pane, che l'ormeggiatore si dia da fare per permettere l'entrata in porto anche di yacht e navi da crociera, che la barista stia ore in piedi a preparare cocktail, e così via. Ma che nessuno di questi "subumani" si permetta di provare a cambiare la sua condizione esibendo le sue disgustose carenze grammaticali in televisione, altrimenti gli intellettuali lanceranno i loro furenti anatemi (quegli stessi intellettuali che a parole si preoccupano dei "poveri" e del "popolo", ma che poi provano schifo quando li vedono o quando li sentono parlare) .

16 gennaio 2009

The Thin Ice

Mentre una parte della classe politica italiana non trova niente di meglio da fare che dare rilevanza (per l'ennesima volta) ad AnnoZero ed al suo conduttore con critiche più o meno pretestuose. (Anche appurata l'evidente, e non raramente dichiarata e fieramente ostentata, faziosità di Santoro, non si capisce perché i suoi ammiratori non abbiano il diritto di seguirne le fantasiose arringhe; non più di quanto non si capisca perché gli estimatori di Brokeback Mountain non avessero il diritto di godere dell'opera nella sua completezza). E mentre media ed opinionisti si dilungano sulla questione del conflitto israelo-palestinese, sviscerandone gli aspetti politici, economici, umanitari, etc., anche sulla scia di quanto accennato nel post precedente, vale la pena di soffermarsi su un paio di aspetti "tecnici" del conflitto che si stanno configurando come parte integrante della difesa mediatica filopalestinese (senza con questo, sia chiaro, voler finire su posizioni filoisraeliane).

Il primo aspetto riguarda l'accusa nei confronti di Israele di reagire in modo sproporzionato rispetto all'offensiva di Hamas. La questione risulta tanto infondata quanto pretestuosa in quanto l'idea di parità tra attacco e difesa non fa parte del concetto di scontro bellico. Lo stato di guerra rappresenta quella condizione in cui due soggetti politici in contrasto smettono di discutere tra loro e, nell'impossibilità di persuadersi delle vicendevoli ragioni dialogicamente, decidono di passare all'utilizzo della forza bruta al fine di imporre all'avversario con la violenza quelle ragioni che non è stato possibile concretizzare attraverso trattative e scambi diplomatici.

Dai più antichi conflitti di cui si abbia notizia storica, fino ai più recenti attualmente in corso, in nessuna guerra è mai stata rivendicata la proporzionalità della difesa nei confronti dell'attacco. E questo prima di tutto in quanto non esiste alcun soggetto superiore che possa ergersi a giudice delle parti in conflitto, in secondo luogo in quanto la ricerca dell'imposizione della propria volontà con la forza prevede che ognuna delle parti coinvolte cerchi di infliggere il massimo danno all'avversario, ed infine in quanto tutti i soggetti coinvolti nel conflitto hanno l'obiettivo di non uscire sconfitti dallo scontro ma allo stesso tempo di far sì che tale stato si protragga quanto meno possibile.

Viene da sé che se esistesse veramente un concetto come quello della proporzionalità tra azione e reazione, qualsiasi scontro si configurerebbe come potenzialmente infinito nel tempo: questa è ad esempio la situazione in Iraq e Afghanistan, dove malgrado il possente impiego di mezzi e uomini da parte di USA e alleati, l'impossibilità di sconfiggere le resistenze ha generato una situazione di stallo e di conflitto prolungato. Inoltre un simile concetto permetterebbe a qualsiasi Stato del mondo di dichiarare guerra a chiunque in quanto anche le nazioni più forti dovrebbero adeguarsi alle limitate risorse dell'attaccante. Se per assurdo nella Seconda Guerra mondiale ci fosse stato un simile limite, il Reich tedesco forse non sarebbe stato sconfitto (o forse il conflitto sarebbe durato decisamente più a lungo, con tutte le drammatiche conseguenze associate) poiché un fronte che ha visto la Russia, gli USA e gli Alleati in generale accerchiare la sola Germania per sedarne le ambizioni imperiali era un evidente uso di mezzi e forze sproporzionate rispetto a quelle a disposizione del regime tedesco.

Segue quindi un secondo aspetto che si aggancia a questo: quello secondo cui il sottolineare da parte dei media l'uso prolungato di razzi Qassam da parte di Hamas sarebbe una forma di propaganda filoisraeliana in quanto tali razzi, a differenza di quelle usate da Israele, non ucciderebbero. Ma a parte il fatto che non risulta che Hamas abbia utilizzato solo razzi Qassam, ma avrebbe impiegato anche, per quanto limitati in numero, missili Grad (armi notoriamente tanto distruttive quanto imprecise - in pratica l'arma utilizzata dalla Georgia nei confronti dell'Ossezia del Sud e che avrebbe causato la morte di un numero compreso tra le 1000 e le 2000 persone nel corso dell'attacco), non si capisce perché Hamas dovrebbe spendere tempo, denaro, risorse ed energie per lanciare contro il nemico razzi che non farebbero alcun danno.

Il fatto che i razzi Qassam causino poche vittime non è dovuto al fatto che sono innocui, quanto piuttosto alla rozzezza del mezzo stesso. Una forma di limitatezza che risponde ad un'esigenza ben precisa: quella di cercare lo scontro su un piano non favorevole ad Israele. Infatti, essendo questo un importante produttore di armi a livello mondiale, dispone di mezzi di attacco e di difesa altamente sofisticati, mezzi che risulterebbero inavvicinabili per Hamas. In tale contesto, la relativa "facilità" ed economicità nel fabbricare i razzi in questione - strumenti che, da un punto di vista bellico, presentano lo svantaggio di essere limitatamente distruttivi ma che hanno anche il vantaggio di essere, proprio per via della loro rudimentalità, scarsamente intercettabili dai sistemi difensivi israeliani - ha permesso ad Hamas di colpire ripetutamente ed in modo indiscriminato (essendo privi di sistemi di guida, i Qassam sono ben lontani da quell'"ideale" di guerra limitata a soli obiettivi selezionati di cui si rivendica l'assenza nell'offensiva israeliana).

Ed è probabilmente su questa strategia di guerra che a sua volta si è posizionato Israele. Infatti (giusto per sfatare anche un mito dell'attuale propaganda filoisraeliana) la crescente quantità di danni inflitti ad edifici e popolazioni palestinesi non possono essere spiegati con la sola teoria dei "danni collaterali". Dopo una prima fase a base di obiettivi selezionati, Israele sta ora mettendo in atto la strategia di Hamas, e dato l'enorme arsenale a sua disposizione, l'effetto distruttivo viene amplificato su larga scala: la differenza non è quindi nel come viene condotta la guerra, ma nei mezzi che le due parti hanno a disposizione. Ed in questa fase del conflitto, l'intenzione di Israele sembra quella di massimizzare indiscriminatamente i danni e la paura inflitti al nemico prima del sopraggiungere di qualsiasi sospensione dello stesso.

La scelta di Hamas di usare razzi che "non uccidono" non è da ricondurre ad una innata bontà d'animo assente nella controparte, quanto piuttosto alla necessità, a fronte di risorse limitate, di utilizzare perlopiù armi d'attacco imprecise e di limitata potenza distruttiva per sottrarle ai più raffinati sistemi difensivi avversari.

Screaming at a Wall

Abbandonare uno studio di un programma giornalistico a metà di un programma rimanda spesso ad una forma di debolezza, una sorta di incapacità di reggere un contradditorio. Invece, nella prima puntata di AnnoZero del nuovo anno, Michele Santoro è riuscito nella non facile impresa di far sì che l'abbandono dello studio da parte di Lucia Annunziata come un atto estremamente dignitoso e doveroso.

Dopo il siparietto comico di Travaglio (ci si aspettava che parlasse dei guai giudiziari di Di Pietro, ma ha preferito monologare con una via di mezzo tra un cut-up a base di citazioni ed opinioni varie, sue e di altri, ed un fritto misto, sulla questione De Magistris), viene introdotto quello che sarà l'argomento della serata: l'attuale conflitto a Gaza.

Il primo filmato, quello che introduce la serata, offre subito allo spettatore la forma e l'orientamento di quella che sarà la puntata. Non un'analisi del conflitto, non un tentativo di comprendere la situazione, ma una narrazione enfatica unilateralmente arroccata su posizioni filopalestinesi.

Il dedicare larga parte della documentazione video a sequenze dove il ruolo di protagonisti viene affidato ai bambini (morti, feriti, o che urlano e piangono disperati) indica immediatamente la non volontà di ragionare sul tema, ma di costruire una puntata a tesi con l'unico scopo di dipingere gli israeliani come crudeli assassini di bambini.

Ovviamente non si vuole in alcun modo negare il veritiero contenuto di dolore in quelle durissime sequenze, ma piuttosto indicare il cinismo con cui tale sofferenze sono state sfruttate per costruire un impianto accusatorio basato sul pathos e sull'enfasi piuttosto che sulla discussione e la ragione. Anche perché è noto a chiunque conosca un po' la storia del cinema (ma non necessariamente) che il dolore dei più piccoli, dal Monello di Charlie Chaplin al ragazzino di Germania Anno Zero di Rossellini ed oltre in migliaia di altri esempi, ha sempre fatto parte di corpi narrativi orientati a dialogare con lo spettatore soprattutto sul piano emotivo.

In tutto il circo di accuse integraliste e posizioni messo in piedi da Santoro ed i suoi collaboratori, dove per sé stesso ha ritagliato il ruolo di tribuno e capopopolo filopalestinese, gli si contrappone Lucia Annunziata cercando di affrontare la questione alla ricerca di spiegazioni basate su fatti e ragioni provenienti da entrambe le fazioni, e non guidate da animosità più vicine a quelle di due tifoserie contrapposte a ridosso di un derby calcistico.

Santoro mostra fin da subito di avere qualche difficolta a tollerare questo mancato allineamento al "Crucifige!" generale. E per quanto la Annunziata sia ben distante dal sostenere o giustificare le azioni israeliane, il suo reiterato tentativo di mettere in discussione l'impianto accusatorio del programma sembra configarsi, agli occhi del tribuno di Rai Due, come un attentato di lesa maestà nei confronti del suo quadretto a base di israeliani-assassini-di-palestinesi-innocenti.

All'apice dello scontro dialettico, di fronte all'Annunziata che rimetteva in discussione l'evidente unilateralità della trasmissione, Santoro risponde che in quanto ospite il suo compito è di parlare dell'argomento in questione e non della trasmissione ripetendo le solite "fesserie". E, neanche troppo singolarmente, si assiste così al cortocircuitare del conduttore di fronte alle critiche dirette - sempre pronto a difendere nei monologhi (suoi e di Travaglio) il diritto di critica da parte dei giornalisti, si infuria e reagisce violentemente quando le critiche vengono rivolte a lui - fino al punto di massima bassezza in cui, attraverso un bieco e disonesto argomentum ad hominem, senza entrare nel merito delle questioni da lei poste cerca di screditarle pubblicamente chiedendole di chi stesse cercando i favori con le sue parole, e riconducendole quindi ad un non meglio specificato interesse personale.

L'Annunziata, di fronte all'attacco personale da parte del conduttore, visibilmente contrariata, si alza e lascia lo studio. Santoro può quindi godersi il resto della trasmissione senza incontrare alcun tipo di resistenza fino all'accorata arringa finale in cui urla ferocemente contro l'inerzia del Partito Socialista Europeo e i viaggi in Africa di Weltroni.

Ed altrettanto in coda sembra corretto ricordare due cose: la prima, per rimanere su un terreno apparentemente caro al conduttore, è che anche in Africa i bambini muoiono nei conflitti bellici - in Darfur, in Congo, in Rwanda, etc. - e che per quanto rivolta a Weltroni, una frase come "Andasse a Gaza invece di andare in Africa", come se l'Africa fosse un'enorme Costa Azzurra, ha un che di rivoltante; la seconda è che anche ammettendo per vera l'inerzia del PSE di fronte alla situazione a Gaza, uno come Santoro, cioé uno che ha fatto parte del Parlamento Europeo e nello specifico apparteneva al PSE, e che poi ha abbandonato la politica "attiva" non appena gli si è ripresentata la possibilità di tornare a tenere comizi in televisione, risulta ben lontano dall'essere titolato per parlare di impegni concreti.

15 gennaio 2009

No Fun

Periodicamente, c'è sempre qualche persona, o movimento, o istituzione, o altro ancora, che decide di imbastire una crociata contro questo o quel "messaggio" ambiguo in quanto altri (non si sa bene chi) potrebbero prenderlo alla lettera. E dato che tutti si sentono in dovere di chiedere che sia vietato questo o quello per proteggere una o più categorie di persone (da Lo Zoo di 105 alle gaie effusioni in Brokeback Mountain, dal sito dei Gatti Bonsai al wrestling WWE, etc.), anche Blobshock ha deciso di compilare una sua lista di film e spettacoli vari da vietare o modificare per il bene della società:

- Tagliare dalle commedie sexy all'italiana tutte le scene in cui qualcuno guarda una donna nuda attraverso un buco della serratura in quanto oltre a svilire la figura della donna viene esaltata la figura del guardone che per il proprio egoistico piacere viola la privacy altrui;
- Vietare National Lampoon's Vacation in quanto gli spettatori più giovani, a causa del pessimo esempio fornito da Clark Griswold (Chevy Chase), potrebbero crescere pensando che una gita al parco dei divertimenti possa essere più importante del rispetto per il cadavere della nonna morta;
- Vietare Tre Uomini ed Una Gamba o comunque eliminare la scena in cui, riprendendo il già pessimo esempio in National Lampoon's Vacation, il cane muore crudelmente perché viene lasciato legato al paraurti;
- Vietare The Dark Knight perché a causa della suggestiva interpretazione del Joker da parte di Heath Ledger qualcuno potrebbe pensare che possa essere divertente dipingersi la faccia ed andare a seminare distruzione in giro a destra e a manca;
- Vietare tutto ciò che riguarda la genesi dei poteri dell'Uomo Ragno perché qualcuno potrebbe andare in giro a farsi mordere dai ragni per diventare come Spiderman (e lo stesso discorso vale anche per i rischi da raggi gamma per chi preferisce Hulk o i Fantastici Quattro);
- Vietare Dogma di Kevin Smith, o perlomeno modificarne radicalmente le sequenze finali, perché qualche giovane credente potrebbe pensare che Alanis Morrissette sia veramente Dio e sostituire le immagini sacre in casa con la copertina di Jagged Little Pill;
- Vietare i Teletubbies, o comunque eliminare tutte le sequenze in cui appare Noo-Noo, perché tutti i bambini che vivono in una casa dove è presente un bidone aspiratutto potrebbero rimanere traumatizzati dal fatto che il bidone che hanno in casa è inerte e non va in giro a fare simpatici dispetti, e questo potrebbe configurarsi come un'immagine della morte (in pratica potrebbero vedere il loro elettrodomestico casalingo come una versione cadaverica del Noo-Noo televisivo);
- Vietare i cartoni animati di Pixie e Dixie in quanto gli spettatori più giovani potrebbero crescere con l'idea che sia divertente inseguire per la casa dei piccoli roditori cercando di schiacciarli con una ramazza bagnata all'urlo di "Maledetti Topastri!!!";
- Vietare nel modo più assoluto Mary Poppins per via dei numerosi incitamenti metaforici a fare uso delle più diverse droghe: dalle pillole che portano i protagonisti a perdersi in allucinazioni collettive con tanto di pinguini che ballano, ai Té a base di non meglio precisate "erbe" che portano chi li beve a sentirsi leggeri e soggetti a crisi inarrestabili di riso, etc.
- Tagliare da American Pie la scena in cui Jim (Jason Biggs) sperimenta le doti sessuali della torta di mele (o perlomeno avvertire lo spettatore, con un apposito disclaimer, che si sconsiglia di imitare il gesto del protagonista con torte appena sfornate).

14 gennaio 2009

Animal

Come in ogni periodo, anche in questo ci sono alcune notizie che tendono a coprire le altre con la loro rilevanza, o comunque per l'interesse che possono avere per il pubblico: il conflitto nella Striscia di Gaza, le ambiguità giudiziarie di Di Pietro e dell'IdV, l'insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti, l'attacco di D'Alema alla leadership di Veltroni, i rifornimenti di gas all'UE da parte della Russia, etc.

Ma c'è anche chi, con occhio vigile ed attento, va alla ricerca di nuovi e più oscuri nemici, gruppi occulti di potere che tramano nell'ombra con il complice silenzio delle lobby che controllano i media. E tra questi c'è chi ha scoperto un nemico violento e feroce che attenta ai diritti degli animali ed alla civiltà italiana tutta: lo Zoo di 105.

Senza lasciarsi ingannare dal fatto che si tratta notoriamente di un programma comico, associazioni come il Collettivo Animalista ed altri attivisti impegnati nella lotta per i diritti animali hanno capito subito che dietro le battute improbabili ed assolutamente fuori dalle righe a base di animali che esplodono a causa di petardi infilati nel culo e di vicentini che si nutrono di gatti si nascondeva un oscuro messaggio volto a manipolare le masse. Questo il testo integrale della protesta contro Radio 105 sul sito del Collettivo Animalista:

Nella giornata del 12 Gennaio 2009, su Radio 105 e' andata in onda la consueta puntata dello "Zoo di 105", condotto da Marco Mazzoli con alcuni altri "cabarettisti".
Nel corso della trasmissione, i 5 DJ hanno parlato a lungo di come si devono seviziare gli animali, tra le matte risate di tutti loro.
Hanno raccontato:
Di come inserire i gatti nel microonde per farli scoppiare.
Di come fare scoppiare le rane inserendo loro una sigaretta accesa in bocca. A questo proposito molti ascoltatori hanno poi chiamato per raccontare che anche loro lo facevano e che funzionava ed era molto divertente.
Di come infilare vari oggetti nell'ano dei gatti per divertirsi con l'effetto che fa. Gli oggetti maggiormente consigliati erano i petardi. E' stata fatta anche una scenetta in cui un gatto esplodeva e gli astanti erano ricoperti dalle loro feci.
Il tutto condito dalle loro risate e da frasi, testuali, come: "Uccideteli tutti questi gatti di merda", "Animali di merda", "Hanno ragione i cinesi e i vicentini che mangiano i gatti, viva i cinesi", "Mangiate tutti i gatti che vedete", "ragazzini di tredici anni, uccidete i gatti".
Per almeno mezz'ora la trasmissione e' stata questa.
Istigazione a delinquere condita da parolacce di ogni tipo e dalle loro grasse risate.
Non e' la prima volta che i conduttori dello "zoo di 105" dicono di tutto sugli animali e invitano i loro ascoltatori a massacrarli, ma stavolta hanno veramente passato il limite.
La loro trasmissione e' la piu' ascoltata trasmissione radiofonica italiana, e non dubito del fatto che i loro numerosi fans gia' stasera si stiano sbizzarrendo con sigarette, forni a microonde e petardi.
In attesa di adire le vie legali contro di loro, vi chiedo di protestare contro questo ignobile, oltre che illegale comportamento, scrivendo, senza insulti per non scendere al loro bassissimo livello alle seguenti mail:
****************
***************
*********************
o telefonare al numero *********
Passiamo la nostra vita per cercare di convincere la gente che gli animali non umani hanno diritto al rispetto e alla dignita', e in mezz'ora di pazzia in diretta l'invito a massacrare i gatti per divertimento e a mangiarli viene ascoltato da 5 milioni di Italiani.
Che vergogna.
Grazie per la vostra adesione a questa protesta.
Collettivo Animalista



E' difficile non provare una certa inquietudine di fronte all'integralismo violento e prepotente di chi, facendosi forte di una causa pur rispettabile, decide di utilizzarla come mezzo per imporre a tutta la società italiana la propria drammatica ed intollerante assenza di senso dell'umorismo. Senza pretendere complessi studi sulla storia della comicità, il funzionamento di questa dovrebbe essere comunque noto a chiunque decida di mettere in discussione i contenuti di un programma comico.

E per rendersi conto di come la ridicolizzazione della violenza sia uno dei temi classici della comicità non serve appunto uno studio approfondito del settore a partire da Aristofane ai giorni nostri, basterebbe aver visto qualche commedia con Stanlio e Ollio o i clown del circo che si inseguono facendosi dispetti e picchiandosi con bastoni e martelli di gomma.

Ad oggi, lo Zoo di 105 è costretto ad una puntata di un'ora di scuse per spiegare a persone humoristicamente svantaggiate quello che qualsiasi persona con un QI nella media era perfettamente in grado di capire da solo: che trattavasi di umorismo e comicità, eventualmente discutibile nella forma e nei contenuti, ma in ogni caso mai da prendere sul serio. E stando a quanto dichiarato sul sito di Marco Mazzoli, il programma è temporaneamente sospeso e la sua rimessa in onda non è certa.

08 gennaio 2009

Money Money Money

Una delle costanti delle polemiche su internet, siano esse su blog, forum o altro, è la puntuale comparsa dell'illuminato di turno che, dopo aver deciso di assumere la carica di avvocato della difesa, ogni volta che si trova in difficoltà cerca di tagliare qualsiasi discussione attraverso l'utilizzo di una fallacia ormai tanto logora quanto ridicola: l'accusa di essere invidiosi. Se su un forum o nei commenti di un blog si parla male dell'allevimorganbattiato di turno, quasi come fosse una legge statistica, più si protrae nel tempo la discussione e più aumentano le possibilità che arrivi il genio di turno che non resiste alla tentazione di affermare che chi critica lo fa perché "è invidioso".

Come nel caso di qualsiasi fallacia di pertinenza, l'accusa di invidia ha sempre uno scopo tanto evidente quanto puerile: attaccare la persona dell'interlocutore, in questo caso attraverso la messa in discussione delle sue motivazioni, per (cercare di) screditarlo e di riflesso difendere il proprio beniamino dalle critiche che gli piovono addosso senza assumersi il compito di entrare nel merito della questione. L'assoluta immaturità di un simile comportamento consiste primariamente nell'incapacità di mettere a fuoco una situazione, cioé nella mancanza di capacità di distinguere obiettivi e mezzi per raggiungerli.

Si può fare l'esempio di una causa in tribunale in cui c'è un avvocato che mette sotto accusa un imputato e l'altro che cercherà di difenderlo demolendo le argomentazioni che lo raffigurano come colpevole. Un uomo elegante e ben vestito è accusato di essere un truffatore; si presenta in aula ben vestito, rasato e pettinato, ed in modo molto composto ascolta l'accusa che rovescia imputazioni sul suo capo una dopo l'altra. Al momento di prendere la parola, la difesa cercherà di ripercorrere i capi di accusa mostrandone l'inconsistenza, la falsità, l'ambiguità, l'incoerenza, gli eventuali errori logici e/o procedurali, etc.

E questo è quanto accade spesso anche nei dibattiti, ma non sempre, perché, come si diceva, quanto più aumenta il numero dei commenti e/o le pagine di un topic, tanto più aumentano le possibilità del genio che arriva e pensa di risolvere il tutto definendo l'accusa come "invidiosa". Il che sarebbe, per portare avanti l'esempio di sopra, come se al momento di prendere la parola, la difesa dell'imputato decidesse, anziché confutare le accuse, di fare un elogio dell'imputato attaccando contestualmente l'avvocato che lo accusa in quanto persona. Ed eccolo quindi mostrare a tutti gli astanti il vestito elegante dell'imputato, le foto della sua macchina di lusso, della villa con piscina in Riviera, e poi ancora girarsi verso l'avvocato dell'accusa additandolo come un individuo mosso da "invidia" che porta avanti le sue accuse perché, a differenza dell'imputato, si veste come uno straccione, guida una vecchia utilitaria e vive in un appartamento fuori dal Centro della città. Il ridicolo di una situazione del genere sarebbe immediatamente evidente, ed ancora di più lo sarebbero l'inconsistenza a livello difensivo e contestuale del tirare in ballo un confronto tra differenti situazioni personali come se questo potesse togliere od aggiungere qualcosa a teorie, fatti o prove.

Ma l'accusa di "invidia" non è ridicola solo in quanto fuori contesto, ma lo è anche in relazione allo scenario che invece vorrebbe delineare. Infatti, considerando l'invidia come una sorta di desiderio frustrato di possedere qualcosa di inaccessibile, è tutt'altro che scontato che chi critica furiosamente desideri anche possedere qualcosa di chi è oggetto della sua polemica. Si prenda ad esempio un qualsiasi appassionato di glam rock che per qualche motivo finisce in un forum in cui si discute della musica di Ramazzotti. Molto probabilmente il rocker dirà che la musica di questo fa schifo, e a quel punto, se il forum è frequentato anche da appassionati di musica italiana, arriverà qualcuno a dire che invece la musica di Ramazzotti e spiegherà perché gli piace. Quanto più andrà avanti la discussione, tanto più aumenteranno le possibilità che arrivi un fan di Ramazzotti per rispondere al rocker dicendogli che lui scrive così "perché è invidioso". Il che si palesa subito come enorme controsenso, in quanto l'invidia si prova per qualcosa che si desidera e si apprezza, non per qualcosa che si disprezza. Ramazzotti sarà anche ricco e famoso, ma se il glam rocker dovesse provare invidia per qualcuno lo farebbe piuttosto per i Motley Crue (di cui magari è anche fan) in quanto, oltre ad essere anche loro ricchi e famosi, fanno la musica che piace a lui e avevano tonnellate di groupie scosciate e disponibili al loro seguito.

Riassumendo, l'accusa d'invidia solitamente si riduce ad essere nulla più che un'accusa infondata e per di più fuori contesto. Ma oltre a non dire nulla su chi viene accusato di essere invidioso, dice invece molto su chi cerca di usarla come grimaldello per scardinare le affermazioni altrui. Prima di tutto, il suo definire una figura come "invidiabile" suggerisce implicitamente che il suo apprezzamento sia tutt'altro che basato su fredde ragioni di stima e apprezzamento. In secondo luogo, concretizza quell'incapacità puerile di comprendere che persone differenti possono essere mosse da motivazioni differenti.

Ma soprattutto, l'invidia come mezzo per screditare l'avversario si basa su una concezione classista, snobistica ed elitaria dei rapporti umani. L'accusare chi critica l'allevimorganbattiato di turno di essere mosso da invidia in quanto loro sono ricchi, famosi, etc., insinua nel discorso una concezione classista dei rapporti in cui chi critica può farlo solo se non si trova al di sotto di chi è criticato nella scala sociale. Difendere gli allevimorganbattiato di turno dalle critiche basandosi sulle posizioni nella scala sociale significa implicitamente sostenere una visione delle cose in cui l'anonimo commentatore su un forum non potrebbe esprimere dissenso da chi occupa posti più elevati in quanto non mosso da ragioni o idee, ma da grezze pulsioni.

Quello di cui però non si rendono conto i difensori dell'allevimorganbattiato di turno, è che se la dinamica fosse questa, lo stesso varrebbe anche per loro quando parlano male del jovanottimeneguzzidjfrancesco della situazione.

07 gennaio 2009

Relax

(Attenzione: il post che segue contiene spoiler del film di cui tratta.)

C'è un film che attualmente sta inspiegabilmente incontrando i favori della critica e viene dipinto come una sorta di nuova frontiera del cinema horror: The Strangers, opera prima di Bryan Bertino, con protagonisti Liv Tyler e Scott Speedman. Dalla lettura delle recensioni ci si aspetterebbe paura, tensione e colpi di scena. Invece alla fine quello che ci si ritrova tra le mani è un film porno, però senza scene pornografiche.

Lui e lei si ritrovano in una casa isolata in crisi. Lui vuole sposare lei, ma lei non sembra intenzionata a starci: c'è anche un flashback su questo aspetto ma non è che serva a molto). La storia è praticamente assente, ma il regista non sembra minimamente interessato ad approfondirla (come in un film porno). Ad un certo punto, i due iniziano a strusciarsi lussuriosamente (come in un film porno), e dopo poco suonano alla porta (come in un film porno); i due vanno ad aprire ma non è il principio di un menage a trois: è una tizia che chiede di Tamara.

L'incanto è rotto, i due non si strusciano più, e lui esce a comprare le sigarette per lei. Si entra in quello che dovrebbe essere il cuore slasher del film: tre (ben tre) psicopatici (un uomo e due donne) incominciano a spaventare una Liv Tyler tutta sola dentro casa. Fanno rumori, entrano dalla casa, escono... le fanno insomma tutta una serie di scherzetti inquietanti. Lei è sola e nel panico, ma dopo un po' torna il suo lui e per prima cosa le fa notare che... non c'è nessuno fuori (venendo smentito dai fatti). Allora prende un fucile e l'unica cosa che ottiene è di sparare un unico colpo facendo saltare la testa all'amico che era venuto a prenderlo. In sintesi, alla fine, i due assediati (armati di fucile), grazie ad una lunga serie di fesserie, riescono a farsi sottomettere dai tre psicopatici (apparentemente privi di armi da fuoco).

Fosse stato un film porno, dopo i primi strusciamenti si sarebbe potuto sopperire all'assenza di una sceneggiatura, facendo copulare selvaggiamente tra loro gli attori del cast. Ed invece, non essendo possibile mostrare scene di sesso esplicito in quanto horror movie, ci sono questi personaggi che si aggirano per lo schermo senza avere niente da dire e molto indecisi sul da farsi.

Pur essendo in tre, i cattivi sono ben lontani dagli standard di implacabile malvagità messi in scena da un Michael Myers, da un Jason Voorhees o da un Leather Face. La pseudo-originalità del film dovrebbe consistere in una sorta di rivisitazione del tema dell'assedio in chiave slasher, ma già dopo la prima mezz'ora il film si rivela essere piuttosto come una versione di Cane di Paglia di Sam Peckinpah senza sceneggiatura.

Alla fine, The Strangers si potrebbe riassumere proprio in questo: una rivisitazione in chiave porno di Cane di Paglia in cui gli attori, cui è stato assolutamente vietato di spogliarsi, non sapendo bene cosa fare (dato che tutte le scene di sesso sono state cancellate) improvvisano senza copione ed incerti giocano con gli oggetti che trovano in scena.