27 maggio 2009

Ask

Premesso che se e dove eventualmente inzuppa ancora il biscotto il premier è una questione di cui m'importa assai poco, il nuovo gruppo "Berlusconi, rispondi!" che nel giro di poche ore ha già accumulato decine di migliaia di sottoscrizioni è un ennesimo esempio di mancanza di riflessione.

Infatti, ribadito che se e dove eventualmente inzuppa ancora il biscotto il premier è una questione di cui m'importa assai poco, è evidente che lo scopo delle 10 domande poste dal Pifferaio di Repubblica non è ottenere una risposta, ma insinuare dubbi e, come si suol dire, gettare fango, senza avere nessuna base fattuale per farlo e senza esporsi in prima persona(*). E' come una sorta di invito a non pensare a qualcosa: nel momento in cui si invita un interlocutore a non pensare ai fenicotteri rosa, una delle prime cose che farà, sarà pensare ad un fenicottero rosa.

Similmente, lo scopo delle domande domande di Repubblica non è ottenere una risposta, anzi si tratta di domande rispetto alle quali qualsiasi risposta è superflua. Un po' come nel caso in cui, ribadendo che "se e dove eventualmente inzuppa ancora il biscotto il premier è una questione di cui m'importa assai poco" si fa sì che, pur mediante una negazione, non è difficile immaginare che qualche lettore possa trovarsi a pensare al premier che inzuppa il biscotto.

Andando oltre, dato che le domande sulla famiglia Letizia sono poco interessanti (leggi: non ce ne importa un beneamato cazzo), immaginiamo di voler gettare del fango su un certo signor Piergiovannino Spertacchionj, con vicende un po' più interessanti. Per farlo basterà incalzarlo quotidianamente con le nostre dieci domande che ci saremo inventanti all'occorrenza sulla base del fatto che, a dire di qualcuno ma senza nessuna prova, il signor Piergiovannino avrebbe strani vizi...
Signor Piergiovannino Spertacchionj, ci piacerebbe porle 10 domande:
1) E' vero, come qualcuno dice, che la sua prima moglie l'ha lasciato non perché l'ha trovata a letto con una cameriera, come si è letto sui giornali scandalistici, ma perché l'ha sorpreso nudo con un cappello da cowboy in testa mentre cavalcava il suo maggiordomo travestito da Furia Cavallo del West?
2) E' vero, come qualcuno dice, che la sua seconda moglie l'ha lasciato perché lei si ostinava ad invocare, al raggiungimento del massimo del piacere durante i suoi rapporti sessuali, il nome di sua cugina Petronilla (meglio nota negli ambineti degli strip club come "Nilla Ya-Ya")?
3) E' vero, come qualcuno dice, che quando la sua terza moglie l'ha scoperto a visitare siti coprofili su internet lei si è giustificato sostenendo che si trattava di antiche pratiche mistico-culinarie orientali?
4) E' vero, come qualcuno dice, che si è fatto modificare un elettrostimolatore per far sì che possa essere attivato dalle chiamate che riceve sul cellulare, e che le piace collegarlo alle sue parti genitali e poi fare scherzi telefonici agli sconosciuti per farsi sollazzare lo scroto dalle vibrazioni generate dai loro tentativi di chiamata?
5) E' vero, come qualcuno dice, che uno dei motti che ripete spesso alle persone con cui è più in confidenza è "il cazzo batte dove il dente duole", esplodendo ogni volta in grasse risate?
6) E' vero, come qualcuno dice, che lei adora bere urina, sua e di altri, e che uno dei bagni di casa sua è collegato direttamente alla cantina dove lei la raccoglie in grosse botti dividendola per annate, e che uno storpio ha il compito di monitorare i flussi e dividerli per sesso ed età?
7) E' vero, come qualcuno dice, che pur dichiarandosi pubblicamente cattolico, lei entra in chiesa solo quando le capita di calpestare escrementi canini e che ci rimane giusto il tempo che le serve per pulirsi la suola sul primo inginocchiatoio libero che trova?
8) E' vero, come qualcuno dice, che lei ha un allevamento di galline con le quali occasionalmente si abbandona nottetempo ad atti di lussuria selvaggia urlando, inspiegabilmente, "Vi piace quando vi fotto? Cagnaccie schifose!"?
9) E' vero, come qualcuno dice, che lei è stato lasciato dalla sua terza moglie perché ogni sera cercava di convincerla che il suo ano era un comodo rifugio per piccoli animali?
10) E' vero, come qualcuno dice, che lei prova incontrollabili pulsioni sessuali nei confronti dei nani da giardino e che perciò, prima di qualsiasi sua visita, la sua sicurezza si premura di farli rimuovere onde evitare che alla loro vista lei si tira giù i pantaloni e si strofini goduriosamente sui simpatici nanetti all'urlo di "Sono un gigante! Ce l'ho grosso ed imponente!"
Ora immaginiamo che simili domande vengano ripetutamente poste sui più disparati media ogni giorno. Il risultato è ovvio: qualsiasi tentativo di risposta non farebbe altro che innescare nuove discussioni e nuovi sospetti. Ecco perché si tratta di domande su cui non ha senso risponder: perché si tratterebbe di questioni in cui l'atto stesso del rispondere rafforzerebbe le domande più di quanto potrebbero indebolirle qualsiasi risposta.


(*) un po' come era stato per le presunte intercettazioni osè - riguardanti la Carfagna ed una sua altrettanto presunta maestria nell'arte del blowjob - che, ad oggi, nessuno ha mai sentito e di cui nessuno ha dimostrato l'esistenza.

22 maggio 2009

No More Words

E dopo Backlash, puntuale arriva il turno di Judgment Day nella strada che porta alla costruzione di Summerslam. Ancora una volta, il cartellone è di tutto rispetto, ma dopo gli ultimi eventi un po' di scetticismo pregiudiziale appare legittimo. Ma l'appena ritornato Umaga offre un buono spettacolo assieme a CM Punk. Un incontro non memorabile che avrebbe potuto tranquillamente stare in una puntata di Smackdown, ma comunque godibile. Discorso analogo per Christian vs Jack Swagger, per John Morrison vs Shelton Benjamin e per Chris Jericho vs Rey Mysterio. In generale, tutti i performer di questi incontri si esibiscono ad alto livello, ma una nota particolare va a John Morrison e Chris Jericho, che si confermano tra i migliori performer del roster WWE: John Morrison, malgrado sia dotato di un fisico non proprio minuto, continua ad offrire esibizioni a base di salti sulle corde e veloci evoluzioni, Chris Jericho a sua volta, ora che si è svincolato dal triste feud annuale che vede coinvolti qualche hall-of-famer, dimostra ancora una volta di aver meritato il titolo di "Superstar of the Year" nel 2008.

Di tutt'altro tenore l'incontro tra Randy Orton e Batista. E non in termini positivi. La Legacy di Randy Orton si conferma una delle peggiori stable della storia della WWE, ed è sempre meno chiaro perché la federazione continui a puntare su questi tre wrestler. E' chiaro che non ogni formazione può essere ai livelli di nomi quali N.W.O., Degeneration-X, Nation of Domination, Hart Foundation, ma con la gamma di nomi a sua disposizione, risulta incomprensibile il perché continui ad affidarsi a simili incapaci. Infatti, in un feud che funziona bene, la bravura degli heel è direttamente proporzionale alla loro capacità di "rubare" lo spettacolo, alla loro capacità di raggiungere l'obiettivo con ogni mezzo (meglio ancora se "illecito"), nel caso della Legacy invece tutto continua a finire nelle mani dei face che sono costretti a mettere in scena le peggiori fesserie per consentire agli heel di vincere. Da Backlash a Judgment Day, tutte le vittorie ottenute dalla Legacy sono stato per demerito degli avversari: da Triple H che si distrae prima di chiudere l'incontro, a Batista che si fa squalificare un match dopo l'altro (a volte anche in modo imbarazzante), e così via. Ed in questo contesto, il già trito copione di un feud che vede coinvolto per l'ennesima volta il blocco McMahon-Helmsley, si trova nelle mani di un Randy Orton affiancato da due incapaci privi di personalità il cui unico merito finora sembra concretizzarsi nel portare il cognome di due hall-of-famer. Così, anche questa volta, già a metà incontro il sentore del finale insipido è nell'aria. Ed infatti è così: Randy Orton si fa squalificare nel modo più banale possibile e si tiene il titolo, poi arrivano i suoi due scagnozzi ed è tre contro uno. Poteva esserci di peggio? Evidentemente sì. Parte una musica ben nota e si sente in sala un "ooooooooohhh!": ecco arrivare Ric Flair a dare manforte a Batista e fare piazza pulita sul ring. Batista e Ric Flair sono sul ring, Triple H potrebbe tornare a breve... una ricomposizione della Evolution è nell'aria. E se così fosse, sarebbe l'ennesima dimostrazione di scarsità di idee che circolano in casa WWE.

Poteva essere l'incontro peggiore della serata. Ma non è così, perché il titolo di incontro più noioso dell'evento viene conquistato con ampio vantaggio da quello tra John Cena e Big Show. Ed in fondo, come avrebbe potuto essere altrimenti? Big Show ha la mobilità di un vecchio e pesante frigorifero, e John Cena, che già normalmente non è proprio un concentrato di fuochi d'artificio, si trova pure a recitare la parte dell'infortunato. Inoltre, sommate assieme le loro abilità, probabilmente non sia arriva a dieci mosse differenti. In pratica, un terzo dell'incontro passato a guardarsi, un terzo a tirarsi spintoni ed un terzo sdraiati sul ring, per un risultato che è interamente riassumibile in una serie di sbadigli.

Per fortuna, perlomeno il main event è tra due delle star più in forma del momento. Edge e Jeff Hardy onorano il pay per view con la migliore esibizione della serata. Jeff Hardy come al solito spreme il suo corpo al massimo, utilizzandolo tutto come fosse un oggetto da scagliare ovunque, anche e soprattutto lontano dal ring dove atterrare è meno morbido, e per quanto meno spettacolare Edge si conferma uno di quei wrestler in grado di far tirare fuori sempre il loro meglio agli avversari, riuscendo a concludere più che egregiamente quello che può essere considerato il migliore ppv della WWE da un po' di tempo a questa parte (sicuramente da dopo No Way Out).

19 maggio 2009

Snakecharmer

Ah, la stampa estera! Ah, la stampa inglese. Quale esempio di libertà! Quale esempio di giornalismo! No, questo post non riguarda la figuraccia riguardante l'intervista alla signora Madre-Di-Noemi-Letizia (di cui, per dirla tutta, importa meno di zero), ma un altro articolo, pubblicato il 16 Maggio sul Times dall'emblematico titolo "Il comico Daniele Luttazzi accusa Silvio Berlusconi di censura mediatica". Un articolo che immediatamente è stato incensato nei commenti dai soliti, quelli che "la stampa italiana non è libera", quelli che "meno male che c'è la stampa estera", con tutto il loro armamentario di piagnistei di contorno.

Brevemente, questi i punti toccati dall'articolo: la vittoria di Luttazzi nelle cause intentategli per diffamazione, la cancellazione del suo programma nel 2001 a causa dell'intervista a Travaglio (la vicenda viene definita "un segnale d'avvertimento di ciò che sarebbe arrivato dal regime berlusconiano"), l'editto bulgaro contro lui, Biagi e Santoro e la cancellazione dei loro spettacoli televisivi, la cancellazione nel 2003 di RaiOt, ed infine il fatto che ad oggi il comico lavora solo in teatro in quanto sarebbe stato esiliato dal mondo televisivo.

Una ricostruzione dei fatti in alcuni tratti discutibile ma comunque in larga parte corretta. Ma il problema non è ciò che c'è, ma ciò che manca. Ad esempio, quello che non viene detto nell'intervista è che Biagi, prima dell'aggravarsi delle sue condizioni di salute, era tornato in televisione; e anche Santoro è tornato in televisione da quasi tre anni, e proprio assieme a quel Travaglio causa dei mali di Luttazzi; come anche lo stesso Luttazzi, che era tornato in televisione su La7, salvo essere mandato di nuovo a casa a causa di quelli che la sua emittente aveva considerato eccessi (e comunque nel bel mezzo del governo Prodi), e come non si fa alcuna menzione del fatto che il comico aveva (liberamente) rifiutato di affiancare Pippo Baudo nella sua ultima conduzione del Festival di Sanremo in quanto (liberamente) non lo riteneva uno spazio adatto a lui.

La ricostruzione che offre il Times avrebbe potuto, al limite, essere accettabile nel 2005. Decisamente meno nel 2009. Allora la domanda che ci si pone è: si tratta di mere sviste, di dimenticanze o di altro? Parrebbe trattarsi di altro. In primo luogo, di fronte a notizie così faziose, la prime domande da farsi sono: "da chi parte l'attacco?" e "chi è il proprietario del mezzo?" La risposta è semplice: Rupert Murdoch, vale a dire il principale concorrente di Mediaset sul suolo italiano (e in alcuni casi non solo). In pratica, da un mezzo di proprietà della principale compagnia mediatica a livello mondiale parte un attacco volto a screditare un concorrente, cioé chi possiede una compagnia che limita i suoi introiti provienenti della pubblicità in Italia e lo ha privato dei privilegi fiscali di cui (ingiustamente) continuava a godere.

Ma non solo. Su Micromega-online è stata riportata l'intervista nella sua interezza e così si scopre che le mancanze di cui sopra non sono responsabilità di Luttazzi, ma proprio delle sforbiciate in sede di redazione. Nelle sue risposte, Luttazzi offre la sua discutibile versione dei fatti (ad esempio, cita l'imbarazzante montaggio del TG1 di Mimun con Berlusconi davanti ad un'assemblea dell'ONU plaudente quando in realtà l'aula era semivuota, ma non cita come tale falso sia stato esibito al pubblico ludibrio su Striscia la Notizia, cioé il programma più seguito sull'ammiraglia Mediaset), ma pur sempre si tratta di una versione che cita sia le "cacciate" che i "reintegri". Non lo stesso si può dire dopo che la redazione di proprietà di Murdoch ha apportato i suoi cambiamenti.

E tra tutte queste molteplici "eliminazioni", ce n'è una che permette di osservare come l'articolo sul Times riesca a sfondare con prepotenza qualsiasi soglia del ridicolo. Ad un certo punto, candidamente, Luttazzi dichiara: "Tre anni fa, Sky Italia chiese di incontrarmi. Proposi un Tg satirico. Mi chiesero come avrei reagito se avessero tagliato al montaggio qualche battuta. Gli risposi che il contratto glielo avrebbe impedito. Sono spariti." Ebbene, non solo sono spariti quelli di Sky che lo avevano contattato, ma anche la sua dichiarazione che ne fa cenno. E' ovvio: sarebbe stato difficile sostenere la tesi del regime mediatico mentre si ammette che anche il gruppo di cui fa parte quotidiano che lancia l'atto di accusa non ha avuto un comportamente difforme dagli altri soggetti citati. Tantopiù che essendo il gruppo di Murdoch in aperto contrasto e concorrenza con quello del capo del governo (anzi, capo dell'opposizione nel periodo della proposta), sarebbe stato difficile credere che Luttazzi non sia finito su Sky per fare un favore all'attuale premier - e tanto più che tale contatto era avvenuto prima del suo ritorno in televisione su La7.

Una dichiarazione di tre righe, buttata lì in mezzo a tante altre, avrebbe potuto minare la coerenza del teorema sostenuto nell'articolo. Allora che si fa? Si taglia. Semplice.

18 maggio 2009

Mr. Crowley

Com'è che teorie bislacche nascono e/o si rafforzano diffondendosi sempre più? Il più delle volte a causa della mancanza di esame della logicità o della consequenzialità di quanto viene affermato: si prende un fatto, lo si collega a qualche teoria indimostrata e si sostiene che il fatto sia una conferma della teoria. Per esempio, tra i filmati presi da YouTube che recentemente vengono spesso linkati e citati (su Facebook e blog e forum vari) ce ne sono alcuni che riguardano spezzoni della trasmissione radiofonica di Fabio Volo in cui lui chiede ad imbarazza(n)ti ascoltatori che cosa significhi il termine "comunista". Grazie a questi piccole esibizioni di ignoranza in diretta, in cui un termine viene utilizzato come insulto senza che ne sia chiaro il significato, larghe schiere di commentatori eleggono il conduttore ad icona di una memoria di sinistra che, a loro dire, verrebbe cancellata da manipolazioni e controlli mediatici.

La tesi sostenuta da molti di costoro è semplice: il fatto che gli elettori berlusconiani utilizzino il termine "comunista" come un insulto senza sapere cosa voglia dire, significa che gli ultimi 20 anni (politici e non solo) hanno fatto gravi danni all'Italia (come se prima di questo periodo tutti coloro che utilizzavano tale termine fossero stati raffinati marxisti). Ma dato che non si capisce in virtù di quale bizzarro salto concettuale sarebbe possibile passare dalle premesse alle conclusioni, l'unica cosa che è possibile affermare è che quelle persone intervistate usavano parole senza conoscerne il significato, e nulla più. Qualsiasi estensione a categorie più ampie risulta infondata.

Dato che non risulta che il conduttore in questione si sia mai dichiarato "comunista", è chiaro a lui in prima persona che se qualcuno lo definisce tale evidentemente non sa che cosa significa. Che l'ascoltatore contattato telefonicamente non sappia cosa significhi "comunista" risulta evidente non nel momento in cui non riesce a fornire chiarimenti, ma già nel preciso momento in cui definisce tale chi invece dichiara di non esserlo.

Immaginiamo due persone davanti ad un tavolo con sopra una mela. Ad un certo punto una delle due morde il frutto, lo assapora e poi esclama: "Questa pera fa schifo!" L'altra osserva la scena e fa notare alla prima che il frutto cui ha dato un morso non è una pera, ma una mela, e gli chiede di descrivere come sia fatta una pera. A questo punto il primo non sa cosa rispondere, e la cosa era evidente già prima dell'assaggio, per il semplice fatto che se avesse saputo come è fatta una pera non avrebbe identificato la mela con tale termine. Se poi, a seguito dell'evento, arrivassero dei terzi e commentassero con espressioni serie ed accigliate che è colpa di Maria De Filippi se certa gente non distingue le mele dalle pere, sembrerebbe più che legittimo farsi delle grassissime risate. Invece, se qualcuno confonde "comunista" ed "interista" perché entrambi possono essere utilizzati come insulti, allora a qualcun altro sembre ragionevole pensare che sia colpa dei realitisciò.

(A latere va inoltre notato che quando un termine va smarrendo il proprio significato, la principale responsabilità è di chi avrebbe dovuto custodirlo e tramandarlo. L'essere "comunista", "socialista", o più genericamente "di sinistra" comincia a perdere il proprio significato non quando in televisione trasmettono "La Talpa", ma quando chi si definisce tale non si preoccupa più di conosce e rispettare minimamente le basi della cultura che rivendica come propria. L'essere di "sinistra" non si svuota di significato quando al cinema danno i film di Vanzina sotto Natale ma, ad esempio, quando gente che si definisce tale offre il proprio voto a formazioni politiche che schierano al proprio interno elementi fieramente reazionari e dichiaratamente omofobici. Basta indagare quanti tra coloro che si definiscono "comunisti" hanno mai letto testi di area marxista per vedere che la maggior parte di loro non sa cosa significhi realmente tale termine.)

A seguito dei disordini avvenuti alla manifestazione degli operai Fiat, Gasparri ha prontamente dichiarato che questa sarebbe una conseguenza del "santorismo". Ora, che Santoro nella sua trasmissione offra un'informazione faziosa, schierata ed altamente imparziale è un fatto, ma da questo non si capisce come da ciò sia possibile arrivare alla conclusione che il conduttore ex-parlamentare europeo sia un sobillatore e/o fomentatore di disordini. Non sembra necessario soffermarsi ad indicare come l'attribuzione di responsabilità di disordini di piazza ad un non meglio definito "santorismo" sia poco più di fiato dato alla bocca tanto per dire qualcosa. E se si sostituisce l'espressione "disordini di piazza" con "esempi di crassa ignoranza", e il termine "santorismo" con "televisioni berlusconiane", il risultato non cambia. In pratica, con un banale sillogismo, sostenere che l'usare il termine "comunista" come insulto senza conoscerne il significato sarebbe colpa delle TV berlusconiane vale tanto quanto il fiato malamente non risparmiato di Gasparri.

15 maggio 2009

Hallowed Be Thy Name

Capita talvolta di leggere qualcosa che colpisce profondamente l'attenzione, un articolo, un post o magari un intero blog. Allora ciò che si desidera fare è cercare di dare risonanza a quanto scoperto, sfruttando il proprio piccolo spazio per fare una segnalazione, magari attraverso un link o un'indicazione, un consiglio. Ma capita altre volte di voler dedicare uno spazio un po' più consistente a qualcosa che si ritiene veramente meritevole di attenzione, allora si sente quasi l'obbligo di copiare ed incollare in modo che chi sta leggendo non si debba nemmeno porre il problema se clickare sul link o meno.

In questo caso si va oltre, si tratta di un gran bel post, scritto da una blogger cubana, un'appartenente a quel fronte di persone per cui parlare di regime nel proprio paese non è una moda o uno slogan da assemblea scolastica, ma può rappresentare un rischio concreto. Il suo post riguarda Gianni Minà ed il suo elogio di Cuba (nonché le accuse di questo nei confronti di chi critica il sistema cubano): si tratta di un post breve, agile, ma allo stesso tempo straordinariamente incisivo, anche e soprattutto in funzione di un vissuto sottostante che affiora costantemente attraverso le righe. Grazie soprattutto all'umiltà con cui è scritto, risulta uno schiaffo in faccia sia a coloro che strillano al regime ad ogni pie' sospinto, sia e soprattutto a coloro che dai comfort di una democrazia avanzata elogia sistemi dittatoriali in cui al massimo va a fare un po' di turismo. Si tratta della voce di chi veramente vive in un paese dove non c'è libertà di informazione, e dove il significato di una frase come "vado all'estero" è tutt'altro che scontato. Quella che segue ne è una traduzione dall'inglese, ma tutto il blog merita di essere letto con attenzione e rispetto.
L'improbabile intervista di Gianni Minà

C'è tutta una retorica - molto diffusa negli anni sessanta del secolo scorso - che esibisce i suoi rantoli di morte nel millennio recentemente iniziato. E' un tipo di discussione che a me ricorda le "barricate", in cui l'avversario si accuccia dietro i parapetti e da questo punto sicuro e vantaggioso lancia insulti anziché argomenti. Gianni Minà ha rispolverato un po' di questa logora artiglieria. L'arsenale che mi ha lanciato contro è composto di accuse secondo cui sarei un prodotto del Nord ed avrei dimenticato di menzionare - di proposito - i vantaggi del sistema cubano odierno. In conclusione ripete il ritornello secondo cui sarei "sconosciuta" a Cuba, dimenticando che ho sempre dichiarato la mia piccolezza ed insignificanza.

Minà, tuttavia, ha una storia di grandi successi. E' riuscito ad intervistare colui che ha guidato il destino del mio paese per cinque decadi, quando noi stessi cubani non siamo stati in grado di fargli domande o di rispondergli con degli scrutini. Il libro che è risultato da quell'incontro si trovava nelle librerie durante gli anni in cui pensavo di lasciare il college perché non avevo scapre da indossare. Da questo lato del mondo, lontano dalle vetrine che mostravano la sua vasta intervista in una edizione di lusso, qualcosa di molto differente stava accadendo: le tasche si svuotavano, la frustrazione cresceva e la paura proliferava. Nulla di tutto questo appariva nelle frasi elogiative di quella pubblicazione e l'autore non si è preocupato di preparare una seconda edizione per correggere queste omissioni.

Mi piacerebbe suggerire un paio di domande da porre in un nuovo incontro tra lui e Fidel Castro, che probabilmente non ci sarà mai. Chieda, sig. Minà - lei che può parlare con Lui - perché non ha decretato un amnistia per Adolfo Fernández Sainz ed i suoi colleghi, che da sei anni si trovano in prigione per reati di opinione. Si marchi sulla sua agenda, perfavore, i dubbi che nutre il mio vicino a proposito del divieto del permesso di entrare in Cuba a suo fratello, dopo aver "disertato" durante una conferenza all'estero. Gli riferisca la domanda di mio figlio Teo che non capisce perché, per studiare e raggiungere un livello di educazione superiore, uno debba rispondere ad una serie di requisiti ideologici.

Se riesce ad avvicinarsi a Lui - ad andare più vicino di quanto chiunque di noi potrebbe riuscire - gli chieda di lasciare che questi "sconosciuti" cittadini siano liberi di associarsi, di fondare un giornale, di creare una stazione radio, di candidarsi per la presidenza, o di godere di quel diritto che lei esercita in pieno, quello di scrivere pubblicamente opinioni molto differenti da quelle del suo paese. Le assicuro che questa intervista - quella che non farà mai - sarebbe un bestseller su quest'isola.

Yoani Sánchez

14 maggio 2009

Epic

Grazie a Facebook è possibile assistere al ripresentarsi ciclico di opinioni ed informazioni: filmati con titoli allarmanti che farebbero riferimento a pericoli imminenti, notizie vecchie e spesso superate che vengono riproposte ancora ed ancora, il tutto in una sorta di paralisi culturale eternamente ancorata alla fase dello stupore e dell'indignazione. E senza che ci siano critiche che possano condurre a conclusioni che vadano oltre il fattarello in sé, anche e soprattutto alla luce di altri e successivi elementi che contribuirebbero a complatarne il quadro. Di seguito due recenti esempi.

Un giorno, ad un certo punto, nella bacheca appare un link a YouTube decisamente allarmante: "Il video che Emilio Fede vuole fare sparire". Ci si chiede: cosa sarà mai? Fede che pasticcia un'immagine del premier con un penarello nero facendogli barba e baffi da moschettiere? Fede che confessa di essere un marxista convinto? Che afferma di avere intenzione di votare per il PD di Franceschini? O magari che confessa di essere attratto dalla Binetti? No. Niente di tutto questo. Giusto il tempo di aprire il link e si scopre che l'allarme è legato al vecchio filmato in cui Ricca va ad insultarlo ed in tutta risposta si becca uno sputo, qualche spintone e pure una querela. Da questo la conclusione - non sono ben chiari i passaggi logici del ragionamento - secondo cui in Italia l'informazione non sarebbe libera e tutto il consueto rosario di contorno. Peccato che, nell'ordine: a distanza di oltre due anni dalla realizzazione del video, la poco edificante piazzata continua a circolare per la rete, l'autore continua ad avere il suo libero spazio d'espressione, ma soprattutto già al tempo della sua prima uscita era stato trasmesso in televisione su "Striscia la Notizia", cioé il programma più seguito d'Italia. Ovviamente, come sia possibile sostenere che l'informazione in Italia è censurata a partire da un video trasmesso anche su "Striscia la Notizia", non è dato sapere.

Con il secondo allarme, si va ancora più indietro nel tempo, al 2003: l'anno in cui la stazione WNET (parte del network pubblico PBS) realizza un documentario facilmente rintracciabile su internet come "Citizen Berlusconi". Gli argomenti sono noti, ma la cosa interessante è la forma del documentario che presenta ai propri spettatori (statunitensi) quanto accade in Italia come un'eccezione e non come il disvelarsi di una regola. L'elenco degli intervistati è un susseguirsi di nomi estremamente avversi al cavaliere: dal politologo Sartori a Tana De Zulueta (area DS), da Enzo Biagi a Marco Travaglio, da Furio Colombo a Nanni Moretti, e così via fino all'intervista in studio a quello che viene presentato come un esperto di faccende italiane, Alexander Stille, genericamente indicato come "author and journalist", senza cioé che si faccia menzione del fatto che l'intervistato sia anche corrispondente de "La Repubblica", quindi chiaramente di area debenedettiana. Ma senza farne un'analisi dettagliata, basta vedere quale taglio viene dato al programma con la sola introduzione:
Immaginate un paese in cui un solo uomo unisce il potere politico del presidente Bush, l'influenza sui media di Rupert Murdoch, e la ricchezza ed ambizione di Ross Perot e Steve Forbes.
Queste poche, semplici parole mirano a rendere chiaro all'ascoltatore che quanto seguirà è qualcosa di lontano e distante ma vero, qualcosa che loro non potrebbero immaginare perché nel loro paese non succede, ma che in altre parti del mondo avviene. Che Berlusconi riunisca in sé potere politico, mediatico ed economico è ovvio a chiunque, inclusi gli elettori dello stesso. Ma è veramente qualcosa di così lontano dalla realtà statunitense per cui uno spettatore di lì dovrebbe immaginare una situazione? Guardando alla storia politica americana degli ultimi 20 anni non ci vuole un grande sforzo di immaginazione per vedere che: 1) per quanto riguarda il potere politico, 12 anni di presidenza su 20 hanno portato il cognome di una ricca famiglia texana; 2) per quanto riguarda il potere economico, la ricca famiglia texana di cui sopra ha notevoli interessi nell'ambito del mercato petrolifero, ad un punto tale da scatenare durante i mandati sia del padre che del figlio aggressioni militari nei paesi mediorentali; 3) per quanto riguarda il potere mediatico, i legami sono certamente più discreti che non Italia, ma basta seguire la stampa e i network made in USA durante i momenti di crisi per vedere come la maggior parte di tali soggetti comunichino informazioni perfettamente in linea con le affermazioni del dipartimento di stato.

(Per fare un paio di esempi: Scott McClellan, portavoce della Casa Bianca sotto l'amministrazione Bush dal 2003, ha dichiarato candidamente che Fox News segue le indicazioni del governo e solitamente fornisce quello che questo desidera; e la stessa PBS nel 2003 ha visto insediarsi alla guida del network, su nomina del presidente Bush, Kenneth Tomlinson, il quale ha esplicitamente avviato un'opera di pressione sulla rete per modificarne l'indirizzo in direzione più conservatrice.)

A distanza di tempo dovrebbe essere chiaro che quanto offerto dal documentario in questione andrebbe visto anche (se non soprattutto) in chiave interna. Un lavoro simile meriterebbe la stessa attenzione che viene prestata ad un qualsiasi speciale giornalistico italiano. Di fronte ad un programma simile bisognerebbe chiedersi perché la PBS, durante la presidenza repubblicana, manda in onda un documentario simile, esattamente come ci si chiede il perché degli speciali basati su cori unanimi che vanno in onda sulle reti pubbliche italiane (da AnnoZero a Porta a Porta).

A distanza di anni e di allarmi accumulati nel tempo, Sartori continua a rilasciare le sue dichiarazioni, Nanni Moretti a fare film e rilasciare interviste, Travaglio fa puntualmente i suoi monologhi in prime time in uno dei programmi più redditizi, in termini di share, della seconda rete nazionale, e perfino lo stesso Stille ogni tanto fa la sua comparsata nelle TV italiane (come di recente ad AnnoZero). E tutti che continuano a lamentarsi dell'assenza di libertà di stampa in Italia.

Ogni volta che, su FaceBook come altrove, appare materiale simile, l'unica amara riflessione che affiora riguarda l'inutile spreco di energie che ancora continua a segnare la vita politica italiana. Se in tutto questo tempo l'energie spese nel gridare all'allarme censura in Italia fossero state spese in direzione della riflessione e della critica a sinistra, oggi forse avremmo un'opposizione in linea con il PSE, e non un partito di centro che guarda a destra, alleato con giustizialisti e forcaioli, e guidato da democristiani, (amici di) confindustriali, fanatici cattolici e personaggi vicini alle grandi banche.

12 maggio 2009

Hot and Filthy

C'è un diffuso modo di rapportarsi al mondo che si rivela essere un misto di provincialismo, egocentrismo ed autoreferenzialità che potremmo definire come "contemplazione obelicale dilagante" (d'ora in poi "COD"). La COD è spesso ravvisabile in quei soggetti che osservano con intensità il proprio ombelico e ad un certo punto cominciano a pensare che questo sia talmente interessante da attrarre l'attenzione di eserciti sterminati di persone. Ma oltre a questo, nel momento in cui la COD inizia a dilagare all'interno di un gruppo di persone, queste si convincono che ciò che contemplano loro sia talmente interessante da occupare i pensieri anche dei gruppi esterni al loro. Nel frattempo, chiusi nella loro autereferenzialità, non solo non si accorgono che i gruppi esterni non sono poi così interessati al loro ombelico, ma non si accorgono neppure che quello che contemplano non è poi così originale. Individuare i sintomi della "COD" è piuttosto semplice, basta trovarsi di fronte ad una narrazione di fatti in cui si parla di qualcosa posto come negativo in sé e soprattutto in ragione di un "ESTERO" posto come termine di paragone positivo in cui certe cose non accadrebbero.

Un esempio è il caso del premier "Papi" e del suo divorzio dall'attuale (seconda) moglie. Il capo del governo si reca alla festa di compleanno di una diciottenne molto avvenente ma dallo sguardo non propriamente vispo che fa sapere che chiama il premier "papi", intanto la moglie (proveniente dal mondo dello spettacolo, mica dalla ricerca biologica o farmaceutica) decide di chiedere il divorzio perché lui non andava al compleanno dei figli, perché candida neolaureate graziose anziché vecchi rottami pluririciclati, più altre ragioni che francamente interessano ben poco. Malgrado non ci sia nemmeno uno straccio di prove che ci sia effettivamente stato un torbido affaire tra la neodiciottenne ed il suo "papi", i soggetti caratterizzati da COD partono immediatamente con il loro mantra riguardante le figurette che il premier farebbe fare al paese di fronte all'ESTERO. Come se il mondo non avesse altro di meglio cui pensare che non agli affari, millantati o meno, del capo del governo italiano. Secondo tali posizioni, se non tutto il globo terracqueo, perlomeno tutti i paesi occidentali sarebbero immuni da simili sconcezze e starebbero alla finestra a contemplare cosa succede nel cortile dietro la casa Italia.

Ma il punto è che simili notizie attirano solo limitatamente l'attenzione degli altri paesi (spesso più come gossip che altro) e tendono a cadere presto nel dimenticatoio sorpassate dalle notizie (anche simili) interne. Alimentare la COD da parte dei soggetti che fanno informazione nell'era di internet è piuttosto semplice: giornali (online o meno) e telegiornali catturano screenshot dalla stampa estera quando la notizia è ancora calda rilevando come "la notizia ha fatto il giro del mondo" ed associandola al rilievo che viene data ad essa in Italia. Andando a vedere direttamente sui siti dei giornali esteri si scopre che non solo non occupa un posto di primo piano, ma che tende a svanire piuttosto velocemente nel nulla. infatti, spesso, quando viene citato l'"estero" come paragone non si mette altro che un meccanismo di "sentito dire" in cui "se lo dicono in tanti allora è vero". Ma non solo non è vero che l'estero vigila come se una festicciola privata a Napoli, ma non è nemmeno vero che all'estero certe cose non accadono: solo che chi è occupato a fissare il proprio ombelico non si accorge di ciò accade intorno.

Ad esempio, dopo un normale diffondersi della notizia anche negli USA come qualsiasi gossip, la vicenda è stata ben presto sostituita da quella più interessante per gli statunitensi (giustamente) riguardante il menage del democratico John Edwards. Malgrado il suo nome non sia particolarmente noto in Italia, questo è (stato) una figura di primo piano all'interno del Partito Democratico statunitense: con la sua esperienza da senatore, Edwards si candida nel 2004 alla presidenza degli Stati Uniti ma viene sorpassato da John Kerry che comunque decide di sceglierlo come suo candidato vicepresidente; ripete il tentativo di conquista della Casa Bianca, ma malgrado risultati tutt'altro che trascurabili non riesce mai ad andare oltre il terzo posto nelle preferenze elettorali dietro Obama e la Clinton, quindi si ritirerà e farà confluire il suo appoggio verso quello che diventerà il nuovo presidente.

Oggi Edwards risulta coinvolto, e non per la prima volta, in uno scandalo i cui attuali contorni non risultano più di natura solo ed esclusivamente privata. Il due volte candidato alla Presidenza aveva già ammesso in passato una storia extraconiugale con la filmaker assunta per documentare e promuovere la sua campagna elettorale Rielle Hunter, ma oggi si trova indagato con l'accusa di aver utilizzato fondi derivanti dai finanziamenti elettorali a scopo privato: infatti risulterebbero oltre 100.000 dollari pagati per la produzione di video alla donna con cui ha avuto la relazione (e che ha avuto un figlio che entrambi negano essere dell'ex-senatore) più altri pagamenti in favore della stessa e del suo compagno Andrew Young (pagamenti che, a dire del responsabile della campagna di Edwards, sarebbero stati fatti all'insaputa del candidato e comunque non con finanziamenti elettorali). A condire la già piccante storia entra in gioco la moglie del politico: malata di cancro, la sua malattia è stata usata dal marito per giustificare le sue menzogne sull'affare (in pratica sostiene di non aver voluto rendere pubblico il tradimento per non dare un dispiacere alla moglie impegnata nella lotta contro la malattia), ed attualmente gira per i talk show televisivi ad annunciare l'imminente uscita di un libro sulla pruriginosa vicenda.

Qui ci sono prove, ammissioni, trasferimenti di fondi, indagini, una moglie malata di cancro e, forse, anche un figlio, dall'altra parte c'è un arzillo settantenne che va ad una festa di compleanno di un uomo del suo partito ed un paio di foto di brindisi con la famiglia ed altre paternalistiche immagini con la servitù. Tra le due storie sembrerebbe chiaro quale sia quella con più arrosto dietro il fumo, ma non per chi è affetto da COD, che potrebbe replicare che in un caso si tratta di un uomo con potere di governo concreto e nell'altro solo di un ex-candidato, come se la concretezza di una carica costituisse un plusvalore di gravità alle accuse indipendentemente dalla loro dimostrabilità. Si potrebbe allora ricordare una storia riguardante sigari, stanze ovali, stagiste ed aggressioni militari alla Serbia... ma anche quello forse risulta troppo distante nello spazio e nel tempo.

11 maggio 2009

Hammer to Fall

Nell'ambito delle fallacie argomentative c'è una derivazione della reductio ad hitlerum nota come Legge di Godwin. Tale legge afferma che mano a mano che una discussione su Usenet si protrae, le propabilità che venga fatto un paragone che include i nazisti o Hitler tende ad uno ("As a Usenet discussion grows longer, the probability of a comparison involving Nazis or Hitler approaches one"). Il significato di una simile legge è piuttosto evidente: quanto più una discussione si protrae, tanto più i toni si accendono e le probabilità che si utilizzino insulti mediante termini di paragone considerati offensivi, da sé e soprattutto da quello che si ritiene essere il pensiero del gruppo che legge o assiste allo scontro, aumentano in modo direttamente proporzionale alla capacità di offrire un contradditorio basato su argomentazioni ponderate.

Tale legge trova applicazione non solo su Usenet o internet in generale, ma un po' ovunque: dai battibecchi per strada alle dichiarazioni rilasciati da autorevoli intervistati sui vari mezzi di comunicazione. Ed ovviamente, data l'apparente semplicità di utilizzo di una simile accusa, il democristiano riciclato a capo dell'opposizione non riesce a resistere alla tentazione di utilizzarla con cadenza periodica (come anche il suo amico/nemico: l'alleato forcaiolo), e con una frequenza che tende solitamente ad aumetare in prossimità di qualche consultazione elettorale. Una delle ultime occasioni è stata offerta da "presidi-spia", l'atteso sequel del già ben noto "medici-spia": due norme inutili e dannose in modo talmente evidente da convincere perfino gli stessi promotori a ritirarle. E la dannosità (potenziale e non) di simili provvedimenti era dettata da valutazioni concrete riguardanti la collettività: in una situazione in cui ai medici venisse chiesto di accertare la legittimità della residenza nel paese del malato (o comunque venisse permesso di farlo), l'immediata conseguenza potrebbe essere un drastico ridursi delle richieste di assistenza medica da parte degli irregolari malati, con il consequenziale incremento del rischio di diffusione di malattie ed epidemie. Un discorso analogo potrebbe essere fatto per i figli di irregolari nelle scuole: un genitore che si trovasse a rischio espulsione per via delle indagini scolastiche del preside potrebbe essere portato a non mandare i figli a scuola, i quali si ritroverebbero a passare giornate per strada bloccati nella condizione di figli-di-irregolari o, nelle meno rosee delle ipotesi, seguire percorsi di vita non legali.

Due argomentazioni semplici, più che banali, a cui se possono aggiungere altre più complesse e strutturate, ma che già da sole possono offrire un'idea di quanto si trattasse di pessime idee. Ma il democristiano a capo dell'opposizione decide di tralasciare qualsiasi forma argomentativa per impugnare in blocco l'argomento ad hitlerum. Il risultato sono una serie di dichiarazioni ridicole in cui si prende un argomento serio (le leggi razziali) e lo si trasforma in una sorta di burla da avanspettacolo. In primo luogo perché, fortunatamente, nelle già brutte proposte non era previsto alcun discrimine di matrice etnica o razziale: non si vietava la scuola a questo o quel blocco umano in quanto tale, ma si proponeva una sorta di scialba delazione. In secondo luogo, l'argomento immigrazione non c'entra proprio nulla con le leggi razziali: in Italia - ed ancor di più in Germania ed in tutti i paesi europei dove furono approvate durante il dominio del Reich - non si andava a distinguere tra residenti regolari ed irregolari, ma anzi tali leggi avevano lo scopo di eliminare dal corpo sociale interi blocchi di persone in base a questioni etniche, razziali, sociali, etc. a partire prima di tutto dalla privazione di questi dei loro diritti di cittadini.

Si è trattato di proposte brutte, male assemblate e di dubbia utilità (per usare un eufemismo) e questo avrebbe potuto e dovuto essere sufficiente a mettere in moto quello che si è rivelato essere il passaggio migliore dei loro percorsi: il ritiro dal pacchetto. Ma come al solito, si è voluto strillare all'allarme razziale, e il risultato è l'ennesima occasione persa di una formazione politica che ormai ha delegato alla maggioranza anche il compito di fare opposizione. Un'occasione che va ad aggiungersi alle similari riguardanti i clandestini respinti in Libia: dopo mesi passati a strillare e lamentarsi che il governo faceva solo propaganda e che gli immigrati irregolari erano aumentati, ora che alle parole sono seguiti alcuni fatti rispunta il consueto e provinciale problema dell'immagine dell'Italia all'estero (apparentemente, senza avere una minima idea di quali siano le politiche che gli altri paesi, dalla Spagna agli Stati Uniti, cioé quelli citati come esempi, adottano in tema di immigrazione irregolare).

Ma infine, ora, il più grave allarme per le sorti democratiche del paese riguarda i prossimi risultati elettorali. Dopo aver lottato come un leone per promuovere un referendum che, se approvato, regalerebbe una maggioranza bulgara alle destre a tempo indeterminato, nell'ovvio tentativo di spaccare il fronte Lega-PdL (quando a fronte di un simile autogol i possibili esiti sarebbero tendenzialmente solo due: la Lega che lavora col PdL in funzione di una nuova legge elettorale che non la danneggi nelle prossime elezioni, la Lega che fa cadere il governo e il PdL che diventa forza di maggioranza assoluta del paese), ora il democristiano a capo dell'opposizione urla che dalle sorti del suo partito dipende la tenuta democratica del paese: incapace di offrire opposizione ed alternative (a partire dalla netta scelta di non aderire al partito socialista europeo), cerca di raccattare voti evocando il Babau di uno strapotere della maggioranza che minaccerebbe le libertà del paese.

Ed in un simile panorama, è difficile non percepire una profonda ironia nel ripensare a Luigi Pintor che sulle pagine de Il Manifesto scriveva: "Non moriremo democristiani". Chissà, probabilmente è anche per questo che molti ex-elettori del PCI e dei suoi eredi oggi votano Lega: per non morire democristiani.

06 maggio 2009

P-Machinery

Ci sono adolescenti, e non solo, che vanno a scuola con il coltello dando in pasto alla cronaca fatti riguardanti aggressioni varie. Era solo questione di tempo prima che uscisse allo scoperto il solito stuolo di illuminati pronti ad incriminare questo o quel mass media della decadenza dei costumi e del degradarsi dei valori. Ovviamente, ora come in passato, nessuno di questi parolai è in grado di mostrare uno straccio di prova che dimostri che la visione di un film o il giocare a Doom possa diventare fonte di emulazione - anche perché se così fosse, anziché avere adolescenti col coltello bisognerebbe avere orde di psicopatici che cercano di armarsi di fucili al laser per sterminare temibili mostri - ma ovviamente questo non li ferma minimamente dall'esporsi al rischio di offrire un rifugio a mosche e moscerini vari all'interno del proprio cavo orale.

Simili teorie si basano sul nulla, ma riescono comunque a trovare un terreno fertile in una consuetudine interpretativa piuttosto puerile che trova consenso tra quelle fette di individui sempre pronti a trovare messaggi occulti, di matrice politica o propagandistica, negli aspetti più evidenti di un'opera. Se ad esempio in una serie televisiva appare un protagonista ebreo simpatico, prontamente arriverà qualcuno a parlare di propaganda filo-israeliana, se invece l'ebreo è un personaggio negativo, ci saranno altri che parleranno di propaganda antisemita; se, come nei Soprano, si mettono in scena le vicende di mafiosi americani di origini italiane, qualcuno alza un polverone perché si tratterebbe di un'opera che scredita l'immagine degli italo-americani (come se non ci fossero mai stati mafiosi italo-americani...); se, in serie come Law And Order, si raccontano le vicende di poliziotti ed avvocati onesti e che dedicano tutta la loro vita al loro lavoro come fosse una missione, allora si tratta di propaganda del governo (o della CIA, per chi preferisce) finalizzata a legittimare chissà quale Stato di Polizia; e così via, all'infinito.

Negare completamente che non ci siano tentativi di veicolare messaggi attraverso film e telefilm ha tanto senso quanto affermare che tutti questi siano frutto di volontà propagandistiche e manipolatorie. Ed il negare che sia possibile ricavare contenuti sociali dall'analisi di film e telefilm è espressione di una forma mentis speculare e opposta a quella di chi trasforma qualsiasi contenuto di propaganda. Ma il limite contro cui si sgretolano le analisi come quelle di cui sopra consiste nel considerare tutti gli elementi in gioco come separati in compartimenti stagni: una regia più o meno occulta che manda alle masse messaggi del tipo "italiani mafiosi" o "la polizia è bella"; una massa di spettatori inerme ed abbrutita dall'abuso del telecomando pronta a farsi imboccare qualsiasi cosa dai burattinai mediatici; ed infine gli osservatori esterni che si innalzano sopra il popolino ottuso, riconoscono le trame dei manipolatori e non si lasciano incantare.

Tutto ciò potrebbe essere credibile se invece i dati d'ascolto e le vicende riguardanti il successo di un'opera non offrissero dati differenti su cui riflettere. Infatti, data la vasta produzione di nuove serie televisive ogni anno negli Stati Uniti, e dato che non tutte arrivano ad una seconda serie ed altre ancora non terminano la prima a causa di bassi indici d'ascolto, sembrerebbe decisamente più plausibile considerare come il più delle volte sia il pubblico a condizionare le produzioni televisive e non viceversa. Ed in tal senso può essere utile gettare uno sguardo a quale sia stato il livello di gradimento di diverse serie di uno dei produttori di maggiore successo: Jerry Bruckheimer.

Lasciando da parte la sua produzione cinematografica in quanto il successo di un film, essendo un'opera autoconclusiva, può essere influenzato da tutta una serie di fattori quali curiosità, marketing, pubblicità, tendenze, etc. che possono influire sui suoi incassi in modo aprioristico rispetto alla visione (e conseguente soddisfazione o meno) dello spettatore, vale la pena di concentrarsi sul diverso destino toccato ad alcune sue produzioni televisive, in quanto settimana dopo settimana, episodio dopo episodio, il trend di ascolti indica all'emittente se è il caso di proseguire nella produzione e trasmissione dell'opera o meno.

Abbiamo quindi da un lato esempi come CSI, Cold Case, Senza Traccia fino a Close To Home che, nel peggiore dei casi, sono arrivate al termine della seconda serie, e dall'altro un esempio come Justice di cui non sono stati nemmeno trasmessi tutti gli episodi realizzati.

Le serie come CSI vengono spesso accusate di essere una forma di propaganda finalizzata a nascondere al popolo come la polizia sia un'istituzione di controllo violenta e repressiva attraverso personaggi eroici che suscitano ammirazione. I personaggi sono seri, onesti e dediti al loro lavoro con grande competenza e passione: questo sarebbe, per alcuni, un modo per nascondere una realtà differente e meno piacevole. Ma se il tutto si riducesse a questo non si capirebbe perché una serie (sufficiente, ma certamente non memorabile) come Close To Home sia riuscita ad arrivare al termine della seconda serie, mentre la trasmissione di un'altra che presentava le cose dal punto di vista antagonista (quello di una squadra di avvocati penalisti, anziché di un procuratore) con un buon cast ed ottimamente realizzata come Justice sia stata seccamente interrotta.

CSI è arrivato alla sua nona stagione, CSI Miami alla settima, come anche Senza Traccia, Cold Case è giunto alla sua sesta serie e CSI New York alla quinta. E per ora, per quanto ci possano essere state numerosi cambi di cast, non si parla apertamente di sospensioni e cancellazioni; anzi, il recente ingresso nel cast di CSI di Laurence Fishburne fa pensare che la CBS sia tutt'altro che intenzionata a porre la parola fine sulle vicende del dipartimento della polizia scientifica di Las vegas.

Ben diverso, si diceva, fu il destino toccato a Justice. Inizialmente la FOX aveva ordinato una prima stagione di 14 episodi, ma la produzione fu chiusa con il 13° che non venne nemmeno mandato in onda (furono trasmessi solo i primi 12). La struttura dei singoli episodi era molto simile a quella delle altre e più famose serie firmate Bruckheimer: un prologo iniziale che genera la cornice della vicenda della puntata, un crimine compiuto sul quale si deve scoprire la verità, un accusato che si rivolge alla squadra di avvocati, ed infine una rivelazione finale che mostra la verità allo spettatore.

Ma la differenza in questo caso consisteva nel fatto che non era uno dei protagonisti a scoprire la verità ed a narrarla dall'interno della vicenda, ma piuttosto si trattava di una rivelazione finale fatta allo spettatore indipendentemente dalle vicende narrate. La differenza tra i due modelli di storia consiste nel fatto che in uno vengono ritratti i desideri, nell'altro le paure o le insicurezze. Senza citare i nomi di maggior successo, Close To Home poteva contare su un personaggio desiderabile: di fronte ad un'ingiustizia, chiunque vorrebbe avere al suo fianco un procuratore come Annabeth Chase, una donna forte, onesta e vincente, determinata a difendere ed affermare i diritti delle vittime contro tutto e contro tutti.

Di tutt'altro impatto la squadra di avvocati di Justice: per quanto gli sceneggiatori abbiano fin da subito cercato di smussarne gli angoli attraverso la centralità della figura di Tom Nicholson (Kerr Smith) per rendere più "umana" la squadra, questa rimaneva comunque formata da un gruppo di persone interessate a guadagnare soldi e fama vincendo indipendentemente dall'innocenza o meno dei propri assistiti. Al contrario di Annabeth Chase, Ron Trott ed i suoi soci sono personaggi poco attraenti: dati i costi delle loro prestazioni, una vittima ingiustamente accusata non avrebbe nessuna garanzia di poterseli permettere (anzi...), e la vittima di un crimine non vorrebbe mai vederli alla difesa del colpevole in quanto farebbero di tutto per farlo assolvere, indipendentemente dalla realtà degli eventi.

Close To Home era la rappresentazione di una società in cui la verità trionfa sempre (o quasi) e la giustizia vince; Justice invece era la rappresentazione di una società in cui vincono i più abili, cinici, furbi, e soprattutto i più ricchi. La differenza di questa serie, rispetto ad altre simili destinate a maggior successo come The Practice (poi Boston Public) o Ally McBeal, cioé altri legal drama in cui i protagonisti cercano in ogni modo la vittoria, consiste proprio nell'inversione del rapporto tra coscienza e ricchezza.

In quasi tutti i legal drama aventi come protagonisti studi di avvocati, capita che lo studio si dia da fare per difendere criminali e colpevoli vari, ma l'ottica con cui vengono presentate queste azioni è quella di chi lo deve fare per vivere - e non raramente con conflitti di coscienza - e per permettere allo studio di dedicarsi alla sua missione principale: difendere gli innocenti. In Justice tutto ciò viene a mancare: la difesa di innocenti pro bono praticamente non esiste, e se accade è qualcosa di più simile ad un capriccio estemporaneo che non ad una regola di vita. Close To Home, come Ally McBeal e molti altri di successo, sono la messa in scene dei desideri del pubblico di un mondo ideale, Justice invece era la rappresentazione di una realtà in cui la giustizia non è legata alla verità ma è un concetto che muta a seconda delle possibilità economiche delle persone coinvolte: chi è più ricco può permettersi gli avvocati migliori ed avere maggiori possibilità di vincere, anche da colpevole.

Non sono le serie televisive ad influenzare il pubblico, ma è il pubblico a decretarne il successo o meno in base alla loro capacità di portare in scena i suoi desideri. Il messaggio sociale che è possibile ricavare dalla visione di una serie televisiva (molto spesso) non riguarda ciò che il media vuole nascondere al pubblico, ma piuttosto ciò che il pubblico desidera. Dal Dr.House ai medici di ER, dai vari CSI alle oltre trenta serie complessive di episodi dei vari Law And Order, le serie di maggior successo mettono in scena personaggi che il pubblico vorrebbe incontrare (il medico che cura indipendentemente da costi ed assicurazioni, l'avvocato idealista che difende gli innocenti da accuse ingiuste, il poliziotto che sacrifica la propria vita a risolvere casi ed impedire crimini, e così via). Evidentemente non rientra nell'ambito dei desideri del pubblico un pool di avvocati che difendono solo chi se lo può permettere anche quando palesemente colpevole.

04 maggio 2009

Metalingus

Dopo il deludente Wrestlemania, per quanto ancora ben lungi dall'essere memorabile, Backlash è stato certamente uno spettacolo di livello superiore. Nell'insieme tuttavia rimangono una serie di interrogativi su cosa stiano cercando di fare nella WWE con i loro atleti, puntando da un lato su elementi piuttosto mediocri o comunque lontani dall'essere utilizzabili come stelle di punta, e dall'altro impiegando altri ottimi in situazioni di dubbio valore.

Il tutto si apre con l'incontro per il titolo ECW tra il campione Jack Swagger ed il da poco ritornato in casa WWE Christian. Il risultato è piuttosto scontato, anche perché non è difficile immaginare che nell'offerta contrattuale sia stata messa anche la conquista di un titolo. Ma non solo. Con il recente trasferimento di Vladimir Kozlov sotto il marchio ECW, è nell'aria una storyline che lo veda lanciato alla conquista della cintura. Comunque sia, si tratta di un bell'incontro: Christian si conferma un wrestler di primo livello, e Jack Swagger è un'ottima promessa per il futuro. Ancora non sembra in grado di reggere un ruolo centrale in uno show, anche in virtù di una gimmick attualmente non entusiasmante, ma nel suo incontro con Christian ha dimostrato di poter avere un ruolo importante in spettacolo di primo livello.

Si passa quindi ad un altro capitolo della storyline che vede Chris Jericho impegnato nella sua faida personale contro le stelle della Hall of Fame. Ed ancora una volta si trova impegnato contro Ricky The Dragon Steamboat. Tra tutte le vecchie leggende che periodicamente la WWE tira fuori dall'armadio, malgrado circa quindici anni di inattività, quest'ultimo si dimostra uno dei meno peggiori in assoluto. Anzi, grazie soprattutto all'abilità di Chris Jericho, l'incontro si rivela meno peggio di quanto ci si aspettasse nelle premesse. E qui incominciano a formarsi le prime perplessità della serata: Chris Jericho è attualmente, sia da un punto di vista atletico che da quello verbale, uno dei migliori wrestler in casa WWE. Il suo impiego in una faida così brutta ed insulsa appare sinceramente uno spreco di talento. Verrebbe quasi da pensare che si tratti di qualcosa studiato per permettere all'atleta di riprendere fiato senza farlo allontanare dal ring: ma nulla toglie che con tutto ciò con cui avrebbe potuto essere sostituito quest'incontro, un suo allontanamento sarebbe stato di gran lunga preferibile.

Le perplessità aumentano nell'incontro successivo. Il vincitore del Money in the Bank ladder match CM Punk contro Kane. Non essendo passato molto tempo da quando, grazie proprio ad un Money in the Bank, CM Punk aveva dimostrato di essere ben lontano dal poter tenere una cintura di campione addosso. Si tratta sicuramente di uno dei migliori atleti nel roster WWE, ma le sue capacità comunicative sono decisamente scarse, e comunque non all'altezza di un ruolo di campione. L'incontro, più che brutto si dimostra inutile nell'economia dello spettacolo. The Big Red Machine trita CM Punk e tutti a casa. E con un simile esito ci si chiede ancora una volta cosa se ne possa fare della valigia del Money in the Bank*.

Si ritorna a livelli più che accettabili con l'ennesimo scontro tra i due fratelli Hardy. L'I Quit Match che mettono in scena si dimostra godibile e piacevole. Essenzialmente un simile incontro - dove l'unico modo per perdere è dichiarare nel microfono tenuto dall'arbitro "I Quit" - può avere due tipi di esiti: uno estremamente rissoso e sanguigno, l'altro con un ritmo lento orientato verso le mosse di sottomissione. In questo caso, inspiegabilmente, pur avendo per le mani due tra i wrestler più agili, tecnici ed estremi del roster, la WWE punta sul secondo tipo di svolgimento. Il risultato è comunque un buon incontro, con un finale ben coreograto a base di uno dei fratelli legato ad un tavolo e l'altro lanciato in uno dei suoi consueti voli.

Ma non si fa in tempo a riprendere fiato con l'incontro dei due fratelli che si affaccia sulla scena il momento più triste della serata. Se già aver fatto vincere ad un uomo vestito da donna il titolo di Miss Wrestlemania aveva indicato quale fosse la considerazione della WWE per il roster femminile, l'ennesimo capitolo della saga del Great Khali alla ricerca di un bacio di Santina Marella è stato decisamente un triste sipario. E vedere un talento come Beth Phoenix utilizzata poco più che come comparsa in una scenetta da avanspettacolo rappresenta un ennesimo spreco di talento.

Arriva quindi il momento del primo dei due main event della serata. Il 6 Man Tag Team Match che vede Triple H, Batista e Shane McMahon opporsi alla Legacy di Randy Orton. L'incontro è decisamente mediocre, e se si tiene conto dei nomi coinvolti e della costruzione attorno all'evento, non può non risultare brutto e deludente. E' comprensibile che fosse giunto il momento di un cambiamento di campione WWE, e la stipulazione esplicitamente sfavorevole al campione in carica lavora correttamente in tal senso. Ma ciò non toglie che lo spettacolo sia stato di gran lunga al di sotto delle aspettative, e con responsabilità piuttosto evidenti da parte di Randy Orton e soci. Se si escludono i cognomi importanti, Ted Di Biase (figlio dell'omonimo Million Dollar Man) e Cody Rhodes (figlio dello storico Dusty) non sono solo personaggi inutili, ma addirittura dannosi. Tecnicamente ordinari e con gimmick anonime, risultano ancora più imbarazzanti con un microfono in mano ed esplicitamente a disagio nel gestire incontri importanti. Avendo scelto di essere gli heel della situazione, è loro compito e responsabilità agire in modo tale da legittimare all'interno dello spettacolo una vittoria che non troverebbe giustificazione in base ai valori in campo. In realtà, a causa dei loro limiti, il tutto si concretizza nell'impegno da parte di arbitro ed avversari a distrarsi meccanicamente e fare fesserie, fino ad una caciara finale che permette a Triple H di prendersi una vacanza dal titolo lasciando Raw in balia di una stable ridicolmente mediocre, formata da un leader-campione ottimo dal punto di vista tecnico-atletico ma impacciato e ripetitivo col microfono in mano, accompagnato da due "figli di" privi di carisma e con gimmick anonime.

Il secondo e conclusivo main event vede John Cena e Edge impegnati in un Last Standing Match per il titolo di World Heavyweight Champion. John Cena è un wrestler incredibilmente mediocre: per quanto molto potente, offre un bagaglio tecnico limitato a poche mosse che alterna meccanicamente ed una gamma di espressioni al microfono degne di un pupazzo che emette a caso frasi preregistrate. Edge, d'altra parte è vario e completo sotto ogni punto di vista. Sulla scia di quanto visto nel corso dello spettacolo non si preannuncia nulla di buono, ma basta poco per cambiare idea. Il copione è scontato: John Cena riporta per l'ennesima volta sul ring il copione del duro-che-non-molla, in altre parole fa poco o nulla, ma qualsiasi cosa faccia l'avversario per tenerlo giù non è mai sufficiente perché lui finisce col rialzarsi sempre. Ma Edge è in ottima forma: ora scappa, ora aggredisce e domina, con tutto quello che c'è in mezzo tra le due forme. Ed anche l'interferenza finale di Big Show non stona nell'insieme.

In definitiva, se si escludono alcuni momenti qua e là, si è comunque trattato di un ppv deludente. La WWE sempre più trascura il roster femminile, gli incontri di coppia ed i titoli che non siano in mano a wrestler pesanti. Praticamente nessuno spazio al wrestling femminile o ad altri titoli come quello di coppia o degli Stati Uniti. E proprio il lasciare fuori dal ppv un campione come MVP attualmente in ottima forma è un altro elemento che lascia perplessi.

Attualmente la WWE sembra essere in crisi. Ma più che di una crisi generata dalla concorrenza, sembra trattarsi di una crisi interna. Non si capisce bene se non riesca a trovare delle figure di riferimento in grado di diventare punti carismatici dello spettacolo. Con il ritiro da parte di wrestler quali Stone Cold Steve Austin, The Rock e Goldberg, e con l'abbandono della federazione da parte di figure altamente carismatiche quali Kurt Angle e Brock Lesnar, la WWE vive perlopiù sulla base del traino offerto da grandi stelle quali Triple H, Shawn Michaels e The Undertaker. E quando questi sono assenti o, come nel caso del primo in quest'ultimo ppv, impiegati male, lo spettacolo ne risente, e parecchio.

*.: è il premio che permette, a chi lo detiene, di chiedere un incontro per un titolo a scelta in qualsiasi momento ed in qualsiasi luogo.

01 maggio 2009

Girl on Fire

Cosa succede se si prendono parti più o meno a caso di 1997: Fuga da New York, Resident Evil: Apocalypse, Mad Max, I Guerrieri della Notte ed altro ancora, li si mescola in un'unica sceneggiatura e si gira un film? Se tutto va bene, il risultato può anche essere curioso o interessante. In caso contrario, si ottiene Doomsday.

Dopo il già tutt'altro che entusiasmante The Descent, Neil Marshall si cimenta in una prova il cui risultato si colloca saldamente sul livello del predecessore. Tecnicamente il film è di buon livello: la fotografia è curata, il regista dimostra di sapere come muovere le macchine da presa ed il montaggio rispetta fedelmente i codici del film d'azione. Ma la sceneggiatura...

In pratica, ripercorrendo quando già mostrato nei film citati sopra a proposito di epidemie e contagi, un terribile virus si diffonde in Scozia. Anziché rispettare l'invito a starsene chiusi in casa per limitare la diffusione del virus, la popolazione si riversa in enormi masse per strada e finiscono con l'essere isolati dietro una specie di enorme muraglia cinese tecnologica che circonda il paese. Solo una donna riesce, grazie al sacrificio di un eroico soldato, a far sì che l'esercito porti in salvo la sua bambina ferita ad un occhio.

La piaga sembra essere stata debellata, ma 27 anni dopo il virus ricompare a Londra. Come una moderna Snake Plissken, il maggiore Eden Sinclair ha un occhio solo (l'altro è cibernetico), e viene contattata dal Primo Ministro e dal suo Consigliere Canaris che le mostrano delle immagini satellitari risalenti a tre anni prima dove vengono mostrati dei sopravvissuti. Per tutto il tempo un satellite ha sorvegliato la zona isolata e si pensava che fossero tutti morti fino a quando, appunto tre anni prima, si notano dei segni di vita: le affidano quindi la missione di andare con una squadra altamente specializzata nei laboratori del dottor Kane a cercare la cura.

Inizia quindi la missione. Due moderni blindati con militari esperti ed armamenti altamente tecnologici si dirigono versono la loro meta. Hanno da poco iniziato l'esplorazione dei laboratori quando vengono attaccati da un gruppo di sopravvissuti. I sopravvissuti, che sfoggiano un look nel miglior stile Mad Max, utlizzano il loro arsenale a base di frecce, molotov e poco più ed in breve mettono KO la squadra militare: i due mezzi blindati sono distrutti, e la maggior parte degli elementi della squadra uccisi. Si salvano solo in tre che, dopo un breve soggiorno nelle galere, riescono a scappare in modo rocambolesco assieme a Cally, la figlia del dottor Kane anch'essa imprigionata, nonché sorella di Sol, l'emulo punk di Toecutter che guida questo blocco di sopravvissuti.

In oltre vent'anni, l'avanzato satellite che aveva l'unico compito di sorvegliare la zona chiusa non solo non ha visto un gruppo di sopravvissuti molto numeroso, ma ben due gruppi differenti tutt'altro che intenti a nascondersi dal monitoraggio satellitare. Infatti, il dottor Kane è il capo dell'altro gruppo di sopravvissuti, in guerra con quelli guidati dal figlio Sol ed anche loro ben poco amichevoli con gli intrusi provenienti dall'esterno. Ma questa volta non solo vengono imprigionati, ma il maggiore, come un moderno Gladiatore, viene buttato nell'arena a scontrarsi disarmata contro un avversario in armatura. Ovviamente vince mentre i suoi due colleghi scappano dalla prigione facendo saltare in aria varie parti della fortezza medievale in cui si trovavano rinchiusi.

E così, mentre all'inizio con mezzi blindati ed armati di tutto punto si sono fatti sottomettere da un branco di selvaggi urlanti, ora riescono a scappare ed a trovare una specie di batcaverna dove trovano sia un generatore di energia che permette loro di azionare le porte corrazzate, sia soprattutto una Bentley nera che utilizzano per scappare attraverso un lungo battunnel. Seguono una sfida sulla strada contro i mezzi degli uomini di Sol e soprattutto questo che si infila nella Bentley in un corpo a corpo dal finestrino con il maggiore. Questa, che era riuscita a far fuori un gladiatore entrando nell'arena senza armi, non riesce a liberarsi di un tizio mezzo nudo, con una cresta gialla e decisamente non annoverabile tra i più temibili cattivi della storia del cinema.

Il punto d'incontro dove Sinclair consegna Cally affinché possa essere studiata una cura contro l'epidemia non è un ponte ma un'autostrada, e ad aspettarla non c'è il Presidente e nemmeno il Primo Ministro, ma il subdolo Canaris. Sinclair decide di rimanere nello spazio isolato e così si scopre - in quello che forse avrebbe dovuto essere un colpo di scena - che lei era quella bambina ferita ad un occhio portata via in elicottero, torna dai fan di Mad Max con la testa di Sol e questi la accolgono giubilanti.

Come già in The Descent, Neil Miller tenta un'operazione di rivisitazione dei codici dei generi presi a riferimento nella realizzazione del film, ma il risultato è ancora una volta piuttosto deludente. Infatti, più che penetrazione finalizzata al mettere in scena qualcosa di nuovo, Doomsday si concretizza in un blando (ed a tratti imbarazzante) scimmiottamento di sequenze prese qua e là che rimane costantemente al di sotto del livello degli originali.

In un'intervista Miller ha dichiarato che la sua intenzione era di fare un tributo ad un immaginario per invitare gli spettatori ad andare a rivedere gli originali. Ma alla fine l'impressione che rimane è di un tentativo furbo di infilare un proprio lavoro tra titoli che hanno segnato la storia del cinema senza avere elaborato uno straccio di idea.