04 settembre 2009

Stupid Girl

Una delle cose di cui piano piano ci si rende conto frequentando per molto tempo il mezzo internet, è di quanto questo influisca nel rendere possibili, attraverso un'alterazione delle scale di giudizio, scambi che in altri contesti, o attraverso altri mezzi, non sarebbero tollerati, o lo sarebbero molto a fatica. Tutto ciò spesso si nasconde dietro l'alibi fasullo della "libertà di espressione", l'idea che chiunque non solo abbia il diritto di dire quello che vuole, ma anche di imporla agli altri.

Data la sua vastità, internet fornisce a chiunque la possibilità di accedere ad uno spazio, magari anche gratuito (come quello su cui è ospitato questo blog), dal quale pontificare e diffondere le teorie più bislacche (complottisti vari, seguaci di strani culti, etc.) come anche le teorie più disparate. Se si escludono i contenuti che possono violare il codice penale, chiunque può accedere ad uno spazio e così usufruire della sua "libertà di espressione". Ma a molti questo sembra non bastare, perché non solo pretendono di esprimere il loro pensiero, ma pretendono di farlo anche nei loro termini ovunque vadano: più che nello scrivere contenuti, il loro obiettivo si concretizza nella volontà di obbligare altri a leggere, nella speranza che qualcuno risponda per aver occasione di ripetere il proprio pensiero ancora e ancora e ancora, spesso utilizzando tecniche retoriche estremamente triviali come "l'uomo di paglia", le accuse di imprecisione e di buchi nei discorsi senza mai precisare a cosa si stia facendo riferimento, le giustificazioni mediante non meglio precisate differenze, e così via.

Leggere quanto scrivono persone simili è un'inutile perdita di tempo, seconda solo allo spreco di tempo ed energie che si spendono nel tentare di discutere con loro. Tentare di comunicare per far loro comprendere eventuali errori ed inesattezze, o comunque avviare una comunicazione sulla base di quelli che sembrano essere tali, è qualcosa di dannoso, oltre che inutile. E questo è il motivo della presenza del disclaimer qua a fianco: evitare che simili vampiri possano piantare i loro denti ingordi, avviando discussioni infinite al solo scopo di fare propaganda delle loro idee.

Come è legittimo che sia, ognuno a casa propria decide di fare entrare chi gli pare: il suonare il campanello non garantisce il dovere da parte di chi apre la porta di stare a sentire cosa ha da dire l'avventore, e tantomeno fornisce a questo il diritto di essere ascoltato. E lo stesso vale per ogni padrone di spazi virtuali. Ma il vero problema si pone quando si va a casa di altri, quando per politiche di ospitalità differenti ci si trova in presenza di persone sgradite. Come, ad esempio, nel caso dei forum. Una soluzione è evitare di frequentare ulteriormente tale luogo, per evitare incontri sgraditi, ma questo comporterebbe anche la rinuncia di ciò che di buono o piacevole lo spazio in questione ha da offrire. Sarebbe un po' come rinunciare ad andare al cinema solo perché all'esterno ci sono figure moleste che chiedono firme o contributi.

Ecco allora apparire l'unica soluzione possibile, la più ovvia: ignorare simili soggetti. Infatti, il fatto che simili soggetti utilizzino una lingua conosciuta, e magari ne rispettino anche le forme grammaticali, serve solo ad alimentare l'illusione dello scambio dialogico. Ed il termine "illusione" non è casuale, in quanto il fatto che l'interlocutore sia programmato per dare certe risposte in modo ciclico o periodico lo trasforma in qualcosa di molto simile a quelle bambole per bambine che, a fronte di particolari stimoli o programmazioni, reagiscono emettendo frasi ("Ti voglio bene, mamma!", "Ho fame.", "Ho sonno", etc.). Lo scopo di tale bambole non è fornire un'esperienza di maternità alle bambine che ci giocano, ma una limitata simulazione della stessa. Allo stesso modo, l'interlocutore meccanico che si affaccia su forum e message board non offre un'esperienza di dialogo, ma solo un illusoria simulazione. Provare a dialogare con soggetti simili è come provare a farlo con le bamboli parlanti, e cercare di convincerli di qualcosa che non rientra nella loro visuale è come provare a spiegare l'idealismo ad un burattino. Rimane sullo sfondo la tentazione di controbattere alle castronerie che si possono leggere, ma una volta compresa la natura illusoria di simili scambi si capisce che sarebbe come cercare di spiegare alla bambola programmata per dire "Fa freddo!" che non è vero che ad Agosto, con una temperatura che arriva a sfiorare i 40°, fa freddo.

03 settembre 2009

I Scream, You Scream, We All Scream For Ice Cream

Il premier denuncia L'Unità e La Repubblica per diffamazione, i denunciati lanciano il solito allarme "democratico" e l'opposizione insorge contro l'attentato alla libertà di stampa, con in testa Massimo D'Alema che parla di atti intimidatori. Sarebbe tutto molto divertente, se non fosse che vedere ripetere per l'ennesima volta lo stesso copione a base di "allarmi" e "derive", con tanto di gente che abbocca al segnale di panico, ormai è più squallido che buffo. Forse Marx aveva sottovalutato la ripetibilità della storia: pensando che si ripetesse solo due volte - prima come tragedia e poi come farsa - non aveva considerato l'ennesima ripetizione, la noia patetica.

Si potrebbero citare decine e decine di aneddoti di giornali e giornalisti querelati dall'attuale (sbraitante) opposizione, ma uno, per quanto molto noto, merita di esser ricordato perché ha visto protagonista proprio colui che oggi descrive le denunce, se fatte dal capo del governo, come "atti intimidatori". Correva l'anno 1999, il Presidente del Consiglio Massimo D'Alema, quello il cui governo aveva già archiviato il merito di aver portato l'Italia al terzo posto - dopo USA e Francia e ben prima di Gran Bretagna e Germania - nella graduatoria dei paesi maggiormente impegnati nello sforzo bellico (bombardamenti) in Jugoslava, si trova a fronteggiare il dossier Mitrokhin.

Su La Repubblica appare una vignetta di Forattini che vedeva l'allora premier impegnato a sbianchettare i nomi del dossier caldo del momento. D'Alema denuncia il vignettista chiedendo tre miliardi di lire di risarcimento per il contenuto falso e diffamatorio. Ma non solo: in seguito alla denuncia, il Vespa nazionale decide di dedicare una puntata del suo salotto a discutere il tema. Ma tale puntata non vedrà mai la luce dei riflettori: a causa del (presunto) contenuto diffamatorio oggetto di contesa legale, anche la RAI "potrebbe" venire chiamata in giudizio, e pertanto, per evitare possibili problemi, a "Porta a Porta" viene impedito di discutere dell'intolleranza di D'Alema alla satira.

In seguito, la denuncia in questione verrà ritirata. Ma anche le tempistiche di questa azione non sono da sottovalutare. La denuncia a Forattini viene fatta alla fine del 1999, il ritiro della stessa poco più di un anno dopo, all'inizio del 2001 (quindi non si parla di pochi giorni o settimane), cioé in un momento storico ben preciso: nelle prime fasi della campagna elettorale del 2001. E se si usa proprio quella concezione del potere del premier esposta da D'Alema alla Festa del Partito Democratico a commento delle vicende attuali, si ottiene un quadro ben più sinistro sulla vicenda che ha visto lui protagonista che non su quella attuale; perché se quella esposta è la sua concezione del potere, le vicende legate alla sua denuncia assumono contorni diversi.

Se infatti si parte del presupposto (posto da lui stesso) che un Capo del Governo che denuncia chicchessia non è un cittadino qualunque in quanto disporrebbe di un potere tale da poter risultare intimidatorio, le vicende della sua denuncia a Forattini assumono i connotati della pura intimidazione, di un esercio del potere che trascende le vicende giudiziarie. Quando D'Alema denuncia il vignettista è infatti nel pieno dei suoi poteri politici, e quando ritira la denuncia è alla vigilia delle elezioni, cioé nel momento in cui il suo potere sta venendo meno e non è sicuro (come confermeranno i fatti) che possa essere in qualche modo riconfermato (senza contare il peso della mossa all'interno dello scacchiere di una campagna elettorale).

Con simili premesse, le frasi del ex-Capo di Governo che può vantare il primato di aver guidato il paese all'interno di un conflitto bellico sul suolo europeo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, appaiono più come una confessione che come un atto d'accusa. O perlomeno dovrebbero apparire tali a chiunque abbia abbastanza memoria da ricordare le vicende di cui è stato liberamente protagonista.

Ma tornando ad oggi, oltre al consueto incomprensibile utilizzo di due pesi e due misure, per cui chi sta da una parte può liberamente querelare "Libero", "Il Giornale" (valgono ad ulteriore esempio le centinaia di querele per diffamazione dell'ex-PM ed ex-Ministro delle Infrastrutture), mentre la stessa azione compiuta dagli avversari diventa un gesto d'"intimidazione", sorge tutta una serie di osservazioni basati su fatti, e non su valutazioni mutevoli che perlopiù tendono a fare affidamento sulle carenze nella memoria a lungo termine delle platee a cui vengono rivolti i discorsi.

Se la legge italiana prevede che anche il premier possa querelare chicchessia per diffamazione, in cosa consisterebbe il problema nel momento in cui questo (chiunque esso sia, oggi come ieri) si considera oggetto di danno? Se qualcuno considera illecito che un Capo di Governo si avvalga di un diritto che attualmente gli viene legalmente riconosciuto, allora forse sarebbe il caso di andare fino in fondo alla vicenda e rimettere in discussione il diritto stesso ed affermare pubblicamente che un Capo di Governo, finché rimane in carica, deve essere privato del diritto di difendersi da diffamazione.

Inoltre, se la legge italiana prevede l'esistenza di un reato di diffamazione a seguito della diffusione di notizie false e calunniose, non si capisce su cosa si fondino le proteste da parte di chi da sempre inneggia (perlomeno in pubblico) al rispetto della legalità ed al dovere di farsi processare (soprattutto se a farsi processare devono essere altri). Esistono articoli di legge che regolano gli estremi del reato e magistrati la cui funzione è valutare in relazione ai suddetti: se chi è stato denunciato è convinto di non aver diffamato chicchessia e di disporre di tutte le prove necessarie a giustificare in un aula di tribunale (e non in un salottino di qualche talk show) quanto affermato pubblicamente, non si capisce perché dovrebbe temere di dimostrare quanto ha ragione anche in una sede istituzionale; se viceversa, non dispone di tali informazioni, ancora prima che con chi denuncia dovrebbe prendersela con la propria mancanza di professionalità. Se infine il querelato teme che per qualche motivo il magistrato possa giudicare in modo parziale e condannarlo malgrado ci siano tutte le prove che dimostrano che i fatti narrati negli articoli portati in giudizio, e che quindi non si tratterebbe di invenzioni calunniose, allora è giunto il momento di prendere in considerazione l'idea di una riforma della magistratura e proporre contenuti concreti, anziché lanciare allarmi ed anatemi contro chi dei servizi di questa si avvale.

In particolare, per quanto riguarda la denuncia a L'Unità a proposito di intercettazioni a sfondo sessuale che avrebbero visto le partecipanti premiate a suon di ministeri, in occasione delle denunce simili presentate dal ministro Carfagna, il giornalista sia de L'Unita che de La Repubblica Marco Travaglio ebbe modo di commentare con soddisfazione che si trattava di un fatto positivo in quanto, a suo dire, essendo oggetto del processo dovranno entrare nel dibattimento, sottolineando entusiasta che sarebbe stato un "processo bellissimo". Pertanto, il processo per cui oggi viene lanciato l'"allarme democratico" dovrebbe altrettanto costituire l'occasione per dimostrare in una sede istituzionale le verità che sono state scritte sulle colonne dei quotidiani. A meno che ciò che è stato narrato non fosse del tutto vero, ed allora qualche ragione di preoccupazione potrebbe sussistere, anche se la definizione corretta non sembra essere quella di "allarme democratico".

02 settembre 2009

Aces High

In occasione della richiesta da parte della Libia di far esibire le frecce tricolore con il solo fumo verde anziché con i tre colori della bandiera italiana, un esponente politico ha fatto la seguente affermazione all'interno di una dichiarazione sull'argomento:

"Prendiamo ordini dai beduini e non dal Ministro La Russa"

Dove il termine "beduini" indicherebbe, in modo neanche troppo sottile, i libici.

La domanda è: chi è l'autore di questa affermazione?
a) Mario Borghezio (Lega Nord)
b) Roberto Fiore (Forza Nuova)
c) Stefano Pedica (Italia dei Valori)
d) Alessandra Mussolini (PdL)



E poi c'è ancora chi si stupisce se qualcuno considera il partito fondato e unilateralmente guidato dall'ex-magistrato di Mani Pulite una formazione di destra...

01 settembre 2009

Io Ti Amo Da Matti

Pare che una delle sensazioni del momento sia commentare l'outing di Paolo Barnard a proposito del suo acquisto di "sesso e karnazza" (cit.). Per quanto molto differenti tra loro, ci sono ottimi post di Rachel Barnacle, Uriel, ed altri che hanno espresso il loro parere su quanto sostenuto dal giornalista. E questo non sembra essere un valido motivo per non farlo anche in questa sede; tanto più che dichiarando l'autore di parlare a nome di tantissimi maschi, vale la pena di smarcarsi da una simile posizione.

Va subito detto che Barnard parte da una premessa corretta: i dati snocciolati sulle montagne di denaro mosse dal mercato del sesso, avente nella stragrande maggioranza dei casi come target individui appartenenti al sesso maschile, sono una conferma del divario tra domanda (maschile) ed offerta (femminile). Il che, nel quadro che dipinge, sfocia nella frustrazione del maschio "cacciatore", il quale si sentirebbe giustificato dalla collezione di mazzi di due di picche a rivolgersi al mercato della prostituzione. In pratica si tratterebbe del tentativo del maschio di ribellarsi ad un rapporto di forza che lo vede perdente, una reazione che agirebbe in funzione di un ribaltamento delle dinamiche vigenti.

Ma è a questo punto che, a causa della vastità dei settori in gioco, la confusione tra piani e livelli sociali diventa fonte della superficialità delle conclusioni a cui giunge. Mettere ad esempio in uno stesso discorso pornografia e prostituzione non può essere altro che fonte di confusione: trattare come grezzi dati numerici, racchiudendole all'interno di un discorso comune, una Jenna Jameson ed una ragazza costretta alla prostituzione, non è solo un generico appiattimento, ma anche un elemento che porta a notare come il giudizio di chi scrive sia orientato al proprio soddisfacimento, indipendentemente da quali siano i mezzi impiegato per raggiungerlo.

Il fatto che un uomo possa trovarsi nella condizione di dover passare decine di serate in vari locali, con un numero notevolmente superiore di tentativi abortiti, per avere qualche magra occasione di sesso, non costituisce in quanto tale una giustificazione allo sfruttamento della prostituzione. Non più di quanto gli innumerevoli giorni di lavoro necessari all'accumulo di una somma di denaro sufficiente per permettersi l'acquisto di un televisore LCD di ultima generazione costituisca in sé una giustificazione per una rapina.

I rapporti di forza che regolano le dinamiche dei rapporti tra uomini e donne sono di matrice ben differenti rispetto a quelli che esistono tra cliente e prostituta. Nel locale, l'uomo è libero di "provarci" esclusivamente con chi lo desidera e a sua volta la donna è libera tanto di accettare quanto di rifiutare l'approccio. E a sua volta, l'uomo che è a caccia è libero di accettare o rifiutare gli approcci da parte di esponenti del gentil sesso in base ai suoi liberi gusti e desideri.

Nell'ambito della prostituzione, queste dinamiche non valgono, o comunque al cliente non è dato avere la certezza che siano ciò che regola il rapporto. Non è infatti un caso se uno dei termini più frequentemente utilizzati è "sfruttamento". Se infatti si escludono i casi delle "Bocche di Rosa" che mettono l'amore sopra ogni cosa, il quadro con cui ci si deve confrontare è tutt'altro che edificante. Anche perché le storie che camminano sui marciapiedi delle periferie metropolitane raramente assomigliano a quelle di una Bocca di Rosa o di una Sasha Grey. Perlopiù ci sono schiave costrette a prostituirsi da associazioni criminali senza scrupoli, o comunque storie di disagi e sofferenze che non riescono a vedere oltre un futuro oltre la vendita di sé.

Certamente ci sono differenze tra la schiava costretta a prostituirsi a suon di stupri, percosse e ricatti e la bella romena che a causa della sua disillusione non vede nessun futuro oltre la vendita di sesso a tariffe. Ma in ogni caso, non sono differenze che il cliente conosce prima (e perlopiù nemmeno il durante e il dopo). Andare con una schiava non è qualcosa di molto differente da uno stupro: certamente non è il cliente a costringere la prostituta ad avere rapporti con la forza, ma è il desiderio di entrare in possesso del suo denaro da parte di chi la obbliga al marciapiede facendo uso di un qualche tipo di violenza. E nel momento in cui il cliente rallenta per informarsi sui costi delle prestazioni non gli è dato sapere se la "professionista" lo è per scelta o meno.

C'è poi il caso meno estremo di chi, come nel racconto del post del giornalista, lo fa perché costretta da necessità economiche. Ed un ex-giornalista di Report dovrebbe sapere che in un simile caso il cliente non si comporta in modo dissimile da quei "padroni" che sfruttano immigrati irregolari pagando intere giornate di lavoro nei campi con pochi euro in nero. Ma sia che si tratti di schiavitù, sia di sfruttamento di condizioni sociali disagiate, il tratto comune è l'utilizzo della forza derivante dalla propria condizione sociale nei confronti di chi sopravvive vendendosi su un marciapiede.

Ed in tal senso, va resa giustizia al giornalista che con onestà riporta lo scambio con la ragazza in cui, di fronte alle sue alternative a base di conoscenze di uomini benestanti ed agenzie di modelle, questa gli risponde con l'enorme difficoltà che la sua condizione comporta: quella di non poter conoscere persone diverse o livelli sociali differenti. E quando lei risponde che non ha uno sfruttatore, il suo ammettere che a crederle è il suo senso di colpa è l'ammissione di quanto lo sfruttamento della condizione altrui possa essere tutt'altro che ludico. E forse, indirettamente, anche di come tutte le successive teorizzazioni sul "sesso ludico" e sulla responsabilità delle "donne" in relazione al dilagare della prostituzione possa anche essere inteso come il tentativo di trovare degli alibi per ridimensionare la colpa di cui si è reso complice. Perché per quanto una professionista possa essere brava nell'offrire al cliente la merce che desidera, l'elemento economico che regola il rapporto fa sì che la prestazione acquistata sia ben differente da quel sesso ludico più volte invocato.