30 ottobre 2009

Where Do Ya Draw the Line

Una grande sfida implicitamente aspettava al varco ieri sera AnnoZero: dopo una serie di puntate dedicate al premier, riuscire a tirarlo in mezzo anche quando l'obiettivo era puntato su un altro soggetto. E la sfida viene vinta con maestria impareggiabile, con la teorizzazione di una forma di colpevolezza preventiva di squisita fattura medievale. Come negli anni più bui dell'Inquisizione chi veniva accusato di eresia era colpevole indipendentemente da tutto ciò che avrebbe potuto dire (in quanto confessare significava ammettere, e quindi confermare il crimine, ed allo stesso tempo negare significava mentire, e quindi confermare la natura peccatrice dell'inquisito), così si scopre che il premier, per il fatto di essere venuto a conoscenza dell'esistenza del video ed averlo comunicato all'ex-Governatore del Lazio, può essere accusato di non aver denunciato un possibile crimine, ma allo stesso tempo si afferma chiaramente che se avesse denunciato alle autorità dell'esistenza dello stesso avrebbe potuto essere accusato di aver voluto rendere pubblica la vicenda per danneggiare gli avversari.

Ma questa è solo una parentesi. Il cuore caldo della trasmissione riguarda, prevedibilmente, la vicenda che domina i giornali da una settimana. Ecco allora servizi ed interviste a trans e, in assenza di filmati di proiettare, più o meno attendibili ricostruzioni video basate su racconti e testimonianze. E i due ospiti politici in studio riescono nella mirabile impresa di discutere pur partendo da premesse implicite analoghe. Su Storace c'è poco da dire: è un uomo visceralmente di destra (si può dire "fascista"? o anche lui ha deciso di trovare un nuovo modo per definirsi?) e dice cose di destra, sfoderando a più riprese un machismo venato di umorismo triviale, con tanta classe ed eleganza quanta potrebbe averne Steven Seagal in una esibizione di pattinaggio artistico (o forse anche meno).

Ma è la Serracchiani, uno degli astri nascenti del PD, ad offrire momenti di reale inquietudine. Come quando, con una disinvoltura disarmante, dichiara trionfalmente: "i nostri quando sbagliano si dimettono". Per un attimo, qualcuno avrebbe potuto pensare che si riferisse ad una recente notizia di dimissioni presentate dai responsabili di alcune giunte campante. Invece no, l'errore a cui si riferisce è proprio quello di cui si parla, quello che si cerca di ricostruire ed esibire: riguarda proprio l'assenza di una presunta reazione tempestiva da parte della vittima.

Lo scenario è paradossale, un po' come in quelle situazioni in cui qualcuno premette "non sono razzista" per poi arrivare alla conclusione secondo cui "tutti questi negri dovrebbero essere sbattuti fuori dal paese a calci". Similmente, qui tutti si dichiarano concordi nel considerare Marrazzo la vittima, ma alla fine sono i di lui vizi e comportamenti ad essere sezionati chirurgicamente per poi essere pubblicamente giudicati.

Una qualsiasi posizione progressista non avrebbe dovuto accettare premesse reazionarie per poi smarcarsi maldestramente sulle conseguenze. Una posizione progressista non avrebbe mai dovuto accettare di dare per scontato (come ha fatto la nuova stella del PD) che quello di Marrazzo sia stato uno sbaglio e che come tale è giusto che abbia avuto come conseguenza le dimissioni. Una linea progressista avrebbe dovuto rimarcare in primo luogo che non si fanno processi alle vittime, che le vittime vanno protette da gogne di qualunque tipo, e che le dimissioni, pur rispettabili in quanto frutto di una scelta personale e privata, non sono in alcun modo un atto dovuto e sicuramente non la conseguenza di uno sbaglio, perché fintantoché non viene violata alcuna legge, le scelte private rimangono tali, e non errori pubblici di cui scusarsi.

Una linea progressista avrebbe dovuto porre con forza la questione riguardante il fatto che se fosse stato scoperto in dolce compagnia di una top model anziché con una trans, probabilmente la vicenda avrebbe preso una piega ben differente. Avrebbe dovuto affermare energicamente che il vedere una vittima di una brutale violazione della sua privacy e di una probabile estorsione non denunciare pubblicamente i crimini commessi contro di lui è prima di tutto segno di un grave problema, perché ricorda in modo drammaticamente inquietante le donne che non denunciavano (ed in alcuni casi non denunciano ancora oggi) stupri e molestie a causa della certezza che in breve tempo la voce si spargerebbe nel loro circondario, ed oltre che con i segni della violenza si troverebbero a dover convivere con il diffondersi di voci secondo cui "quella puttana se l'è cercata".

Questo e tanto altro avrebbe potuto affermare un personaggio che abbia una seppur pallida idea di cosa siano progresso ed emancipazione. Invece il tutto si trova riassunto nel fiero sbandieramento di un "i nostri quando sbagliano si dimettono", nell'accettazione pregiudiziale che pur in assenza di qualsiasi accertamento di violazioni della legge possano esistere modi "sbagliati" di vivere la propria sfera privata, anche quando si è vittime di violenze e soprusi. In altre parole: una resa incondizionata a quei principi reazionari propri dell'interlocutore proveniente dalLa Destra che le stava di fronte.

29 ottobre 2009

Zombie Eaters

Il premier, come periodicamente gli accade da diversi lustri, ha ripreso a ripetere ossessivamente di oscuri complotti "comunisti" in ogni oscuro anfratto del paese che non si dimostri a lui favorevole (un po' come i suoi avversari, che in mancanza di mutande entro cui scrutare si risvegliano individuando "derive" fasciste in ogni dove). L'opposizione ovviamente si guarda bene dal contraddirlo seriamente dato che, in fin dei conti, questi suoi periodi sono la dimostrazione che in Italia c'è ancora almeno una persona che crede che ci siano dei "comunisti" in giro.

Quella dei "comunisti" ovunque è una cosa che ad una certa sinistra tutto sommato non dispiace: con tutto l'uso che il premier fa dei mezzi d'informazione per propagandare la sua figura, se qualche volta li utilizza per favorire gli avversari dandogli qualche pennellata di rosso (e quindi rendendo meno visibile lo scudo crociato democristiano) è tutta manna dal cielo. In fondo: se non ci fosse lui a ripetere periodicamente agli italiani che l'opposizione è "comunista", chi se lo ricorderebbe più?

Tre milioni di persone si sono recate pochi giorni orsono ad esprimere il proprio parere su chi dovesse essere il nuovo segretario del PD, ed ingannati dai loro stessi vertici festeggiano quella che è stata presentata loro come una prova di "democrazia". Ma come sosteneva Lenin, i democratici borghesi fanno un uso costante di parole d'ordine con lo scopo di ingannare il popolo: e le parole d'ordine in questo caso erano "democrazia" e "partecipazione". Al di là del terzo figuro, accolto nel confronto per offrire perlomeno l'apparenza di una scelta, i due candidati non rappresenta(va)no niente di innovativo, sotto nessun aspetto. Entrambi erano, e sono, espressione delle due correnti alternative che da anni si avvicendano alla guida del centrosinistra, e che sono responsabili della distruzione sul piano politico, come su quello culturale ed ideologico, della sinistra storica italiana.

Si è trattata di una "falsa scelta". Chi ha votato domenica non ha fatto altro che firmare la propria adesione ad un progetto dalla cui formulazione era escluso a priori. Il punto centrale di quanto avvenuto domenica non consisteva nella scelta di un nome tra la rosa di candidati proposta dalla nomenklatura (e tantomeno, come notano alcuni, nel paio di euro da versare nelle casse del partito per esprimere la propria preferenza - un aspetto sicuramente utile per le finanze del PD, ma certamente secondario), l'elemento principale era costituito piuttosto dalla richiesta di firma di sottoscrizione del progetto del PD. Non si è trattato altro che di assecondare l'alternanza della reggenza all'interno di un solido regime, di un'amministrazione cioé le cui responsabilità rispetto ai fallimenti ed agli errori passati non solo non vengono sottoposte a giudizio o criticate, ma vengono addirittura cancellate da un bagno di folla purificatore.

Si tratta di una manifestazione della contrapposizione (per citare nuovamente un aspetto del leninismo) tra libertà reale e libertà formale. Intendendo con la prima una situazione in cui una scelta viene compiuta con la possibilità di influenzare e modificare un quadro generale, e con la seconda una scelta in cui, dato una serie di confini fissi e determinati entro cui muoversi, a chi valuta le opzioni non rimane che un margine d'azione minimo: quello stabilito appunto da chi offre la scelta dall'alto. L'elettore poteva esprimere la sua preferenza sul candidato, ma la condicio sine qua non per poter esercitare era un simile atto era la sottoscrizione, quindi l'adesione incondizionata, al progetto del PD così come strutturato dalle gerarchie.

La vera scelta, in un contesto simile, sarebbe stata nella possibilità di votare tra diversi progetti, tra diverse identità o direzioni da dare al partito, e non tra diversi candidati all'interno di un progetto definito dall'alto (un progetto, cioé, che al di là delle singole pecurialità di ognuno, era stato ovviamente sottoscritto da tutti e tre). Ed il fatto che una simile scelta fosse solo un bagno (di folla) purificatore dagli errori del passato senza alcun ripensamento o ammissione è dimostrato dalla stessa storia dei due candidati: un paio di vestiti nuovi addosso agli stessi attori che dominano la scena da anni.

Da un lato un erede della linea cattolica-veltroniana-democristiana, e dall'altro un rappresentate della linea prodi-dalemiana, un uomo delle cooperative vicino a CL ed a quella stessa forma di liberismo che in passato ha portato all'introduzione della precarietà dei lavoratori in Italia (vedi Treu). Chi ha votato domenica non ha avuto altra possibilità di espressione al di fuori di una scelta tra gli esponenti di quegli stessi due gruppi di potere che da anni sono simbolo di fallimento e di tradimento dei principi di sinistra. Quegli stessi che pur continuando a perdere elezioni una dopo l'altra pretendono inamovibilmente di impartire lezioni di politica al paese (un po' come un allenatore di una squadra di calcio che dopo aver portato la sua squadra alla retrocessione pretendesse di spiegare come si gioca a chi ha vinto il campionato).

E che non ci sia nessun cambiamento nell'aria è evidente, perché non bastano due frasi urlate su una sedia a segnare un cambiamento. Nessun rinnegamento della precarietà se non in favore della "flessibilità" lavorativa (una differenza, questa, che da anni devono spiegare al paese); nessuna presa di distanza dagli elementi cattolici reazionari del partito (anzi, alla minaccia di Rutelli di spostarsi in casa dei suoi amici dichiaratamente cattolici, la replica è stata un invito ad "accettare la sfida"); nessuna presa di posizione chiara a proposito di chi ha votato contro il suo stesso partito in tema di omofobia; nessuna presa di posizione netta contro l'invito ad aderire all'antiberlusconismo ringhiante ed inconcludente da parte dell'IdV che ha portato in larga parte alla perdita di consenso dei suoi ultimi due predecessori. Ed infine, in tema di "novità", ora che i veltroniani sono tornati in secondo piano, il recupero del professor Prodi e l'invito a ripartire dall'esperienza de "L'Ulivo". Sicuramente c'è stata la possibilità di "partecipare" all'elezione del candidato preferito, ma non di votare la direzione dello stesso; si è sottoscritto un progetto, ed al limite si è anche fornita qualche indicazione più precisa rispetto ad un normale sondaggio a proposito di quale sia la direzione verso cui è orientato l'elettorato in previsione delle prossime elezioni regionali (un dato che fa sempre comodo quando si tratta di scegliere a chi affidare una candidatura).

28 ottobre 2009

Party Til You Puke

Marrazzo si è dimesso. Viva Marrazzo. O perlomeno questa sembra essere la diffusa reazione in giro per i media da parte di avversari e presunti alleati politici. I suoi (ormai ex-)avversari ipocritamente dichiarano di comprendere le ragioni del suo gesto ed il fatto (o perlomeno quello che loro considerano tale) che non potesse andare proseguire con la sua carica. Altrettanto ipocritamente, coloro che a vario titolo si dichiarano appartenenti alla sua stessa fazione politica esultano gioiosamente: lo standard normale di ipocrisia morale è stato ristabilito, e le dimissioni del protagonista dello scandalo vengono sventolate in faccia agli avversari a dimostrazione di quanto (loro stessi) sostengono da mesi, e cioé che non tutti i cittadini hanno uguale diritto al rispetto della propria privacy, e che i fatti privati possono diventare mezzi per mettere in discussione chicchessia in pubblico.

Ma non c'è proprio nulla da festeggiare. Anzi, con le dimissioni dell'ormai ex-presidente della Regione Lazio si sta scrivendo una brutta pagina della storia politica e culturale italiana. Non essendo riusciti a farlo con gli avversari, i sedicenti "progressisti" sono riusciti ad affermare il principio che la vittima di un crimine possa e debba essere sottoposta alla gogna mediatica. Ovviamente qui non si vuole mettere in alcun modo in discussione la scelta personale di un uomo, o una decisione che riguarda al massimo lui stesso, il suo futuro e la sua famiglia; questi sono aspetti che dovrebbero rimanere sottratti allo sguardo di chiunque non sia direttamente coinvolto nel suo vissuto personale.

Quello che qui si contesta è la scelta disgustosa di non aver protetto un alleato dal fuoco mediatico alzato contro di lui. (E del resto, come avrebbero potuto fare? Dopo mesi passati a provare ad infilarsi nella camera da letto del premier, come avrebbero potuto difendere gli incontri privati di un alleato?) Un fuoco, spesso "amico", contro chi, allo stato attuale, non risulta altro che una vittima. Anzi, vittima due volte: in primo luogo di una violazione della sua privacy, ed in secondo luogo di un ricatto. L'azione del partito nei confronti dell'ex-Presidente della Regione Lazio è paragonabile a quella di una famiglia di provincia che, dopo aver scoperto che la figlia è il pettegolezzo del paese per aver perso la verginità, contribuisce alla sua umiliazione in pubblico e la sbatte fuori di casa perché fonte di disonore.

Le solite anime belle gli contestano il fatto che, ancora prima che come politico, già come giornalista, si fosse presentato in pubblico come un moralizzatore mentre in privato lasciava moglie e figli a casa in favore di incontri extraconiugali. Il punto però è che fino a prova contraria, il concetto di privacy prevede proprio questo: il principio che chiunque abbia il sacrosanto diritto di comunicare in pubblico gli aspetti che ritiene opportuni. Se una persona in privato ama guardare film porno, o gli piace girare in mutande per casa, o semplicemente trova erotico mettersi le dita nel naso, non è tenuto a farlo sapere a chicchessia. Se una persona, a cena al ristorante tra amici parla male del suo datore di lavoro, poi non è tenuto a comunicare quello che ha detto anche al suo superiore. Se ad una persona piace fare sesso con persone diverse, non è tenuto a comunicarlo nella piazza del paese, anche qualora di giorno fosse una maestra di scuola. E nell'infinita casistica di esempi vale anche quello del politico che decide di avere incontri privati a sfondo sessuale. (Il fatto, poi, che un partito che si definisce, perlomeno a parole, "progressista", non dovrebbe nemmeno prendere in considerazione quale sia la natura sessuale - etero, trans, omo, etc. - degli incontri in questione, e tantomeno porre accenti sull'una o sull'altra con distinzioni più o meno implicite, è qualcosa di talmente ovvio da risultare superfluo citare.)

Bene. Ora che si è riusciti a mettere la vittima di un ricatto sotto accusa si può festeggiare un ulteriore passo verso quella "normalizzazione" del paese che tanto piace ad alcuni. Quello stato di cose per cui è "normale" che un ministro dia le dimissioni se il marito noleggia due film porno mettendoli nella nota spese ma nessuno si danna per fare luce sul "suicidio" di chi aveva dichiarato che il governo mentiva sulla presenza di armi di distruzioni di massa in Iraq; per cui è "normale" che un governatore si dimetta perché frequenta prostitute e nessuno mette in discussione le menzogne utilizzate dal governo per muovere guerra ad altri paesi; per cui è "normale" che un presidente sia messo in discussione per del sesso orale extraconiugale e non per aver guidato l'aggressione ad un paese sovrano nel cuore dell'Europa; per cui è "normale" che un partito chieda le dimissioni di chi è stato sorpreso in privato con un transessuale e per questo ricattato, e non dei responsabili di una giunta sotto la cui gestione una città intera è finita sommersa dai rifiuti (e per cui attualmente si trovano sotto indagine).

No, non si capisce proprio cosa ci sia da festeggiare.

U + Ur hand

Ci sono volte in cui è inutile perdere tempo per esprimere un concetto con argomentazioni volte a spiegare come una posizione non sia semplice frutto di un testardaggine o di capricci infantili. Ci sono volte in cui, dopo aver provato le strade della spiegazione, di fronte all'altrui volontà di non rispettare scelte e credenze non rimane altro da fare che esprimere ciò che si pensa in modo semplice e facilmente comprensibile da chi evidentemente non vuole sentire.

Cari militanti del PD che continuate a fare prediche agli astensionisti di sinistra, avete genuinamente rotto i coglioni!

Continuate a propagandare la vostra idea secondo cui bisogna accettare compromessi perché il mondo non è un luogo ideale ed i compromessi sono cose di tutti i giorni. Bene, è vero e sacrosanto. Ma quello che le vostre teste non sembrano essere minimamente in grado di capire è che non si tratta di accettare un compromesso, un banale do ut des in cui si rinuncia a qualcosa in funzione di un bene superiore. Non si tratta di fare un sacrificio oggi per avere qualcosa di più in futuro. Si tratta di tradire profondamente e visceralmente tutto ciò in cui si crede, e tutto questo in nome di non si sa bene cosa.

E no, il fatto che questo governo possa non piacerci minimamente non è una motivazione valida per scegliere di ingoiare volontariamente le badilate di letame che la vostra classe dirigente ha scaricato e continua a scaricare su quello che rimane della sinistra italiana. Siete voi che avete sputtanato la tradizione a cui vi richiamate a parole (il marxismo, il socialismo e soprattutto ciò che di valido ancora oggi si richiama a questi) per mettervi al servizio e supporto di un'ideologia liberista che altro non è che l'espressione del potere e degli interessi della classe dominante borghese.

Sì, ho scritto proprio "borghese". Magari nei salotti raffinati, tra un cocktail e un disco di Allevi, tra un vernissage e l'altro, usare termini come "ideologia" e "borghese" è molto passé. Ma comunque li vogliate chiamare, un metalmeccanico o, alla peggio, un precario, sono una cosa ben differente da un confindustriale o da un finanziere. Ed è a seconda delle classi sociali a fianco delle quali vi schierate che si determina se il vostro è da considerare come un partito di sinistra o meno. E no, non si tratta di una mera questione teorica o pedanteria linguistica, ma pratica è concreta: perché che sia politically correct o meno, gli interessi delle differenti classi sono tanto più in contrasto tra loro quanto più sono distanti nelle gerarchie sociali.

Forse avete la memoria corta, e magari avete dimenticato che la classe dirigente del vostro partito è composta dalle stesse persone che:
- hanno introdotto la precarietà in Italia grazie alla riforma Treu (e, no, chiamarla "flessibilità" non cambia la sostanza della cosa);
- hanno aderito entusiasticamente all'aggressione militare ai danni della Serbia;
- hanno cercato di mettere un bavaglio all'informazione su internet attraverso un disegno di legge (noto come Levi-Prodi);
- continuano a mantenere in vita l'alleanza con un movimento forcaiolo ed urlante (per usare un morbido eufemismo e non parlare di "fascismo in pectore") come l'IdV;
- in parte provengono da quella stessa Democrazia Cristiana che è passata alla storia per i suoi "quarant'anni di malgoverno";
- non hanno in alcun modo limitato (per non dire che hanno esplicitamente appoggiato) le politiche di delocalizzazione delle imprese nazionali (contribuendo all'indebolimento delle istanze dei lavoratori sul suolo nazionale);
- hanno rifinanziato le missioni militari all'estero in Medio Oriente (dopo cinque anni passati a manifestare contro guerre ingiuste);
- sono scesi in piazza a manifestare contro i provvedimenti per cui loro stessi votavano a favore in Parlamento;
- ospitano tra le loro file teodem e bigotti vari che si oppongono al riconoscimento di diritti per coppie non strutturate secondo una concezione reazionaria di "famiglia";
- non hanno preso in alcun modo le distanze da giunte corrotte ed inquisite come quelle pugliesi o campane, perdendo tempo invece a discutere di transessuali e mignottame vario;
- si scandalizzano oggi per un'ex-soubrette (priva di precedenti penali) al Ministero delle Pari Opportunità e non per il (più volte indagato) nativo di Ceppaloni cui era stato affidato addirittura il Ministero della Giustizia.

E soprattutto, no, non intendiamo accettare di schieraci con chi si definisce fieramente "liberale" e "cattolico", e che pronuncia parole come "socialismo" o "socialdemocrazia" e simili come fossero contentini da dare ad imbarazzanti frequentatori di serie B di cui si desidera il supporto ma che non sia ama esibire in pubblico.

Ed infine, no, i discorsi del tipo "e voi cosa fate per migliorare il partito?" non servono ad un benemerito cazzo. Perché fino a prova contraria, siete voi che chiedete il nostro voto e vi incazzate se non ve lo diamo. Se volete il nostro voto è giusto che vi sbattiate per convincerci che ve lo meritate - basterebbe anche solo in parte - e non che pretendiate che siamo noi a darci da fare per votare per voi. E non si chiedono cose fantascientifiche, basterebbe veramente poco. Basterebbe riprendere in mano quei pochi argomenti che permettono di distinguere in modo chiaro e netto una sinistra da qualsiasi destra: aumenti dei salari, diritti civili, diritti dei lavoratori, lotta contro la precarietà (anche quella che amate chiamare "flessibilità").

27 ottobre 2009

Trans-Europe Express

L'attuale scandalo avente come protagonista il presidente della Regione Lazio, si presenta come un'ingombrante fonte di imbarazzo per quella parte del paese che per mesi ha tuonato dall'alto di un pulpito morale contro i viziacci del premier. Ora, trovandosi all'interno della fazione su cui stanno piovendo schizzi di fango a volontà, gli stessi si trovano nella condizione di riaffermare una (presunta) supremazia morale quando ogni evidenza si muove in direzione contraria. E ciò viene fatto nell'unico modo apparentemente possibile: individuando, o meglio creando differenze e distinzioni ad hoc.

Lasciando da parte tutte le valutazioni su risvolti politici, mancate vigilanze, eventuali complotti, gusti estetici o sessuali o altro, e rimanendo saldamente ancorati alla superficie dei fatti, quello che si può notare è come di fronte a due casi sostanzialmente simili, le differenti reazioni vengano utilizzate per rafforzare le gerarchie di valori postulate in base ad un pregevole esempio di petitio principii.

Fin dall'inizio della campagna di gossip avente come protagonista il premier e le sue prodezze, due diverse concezioni morali sono entrate frontalmente in collisione: l'idea che il privato sia di dominio pubblico contro l'idea che il giudizio sulla sfera pubblica di una persona non debba essere influenzato da particolari riguardanti la vita privata della stessa. La conseguenza è che chi sosteneva la pubblicità del privato chiedeva le dimissioni del premier mentre questo (ed il suo schieramento) ribadivano il valore privato del privato, tanto più quanto gli eventuali comportamenti in questione non erano sottoposti a nessun tipo di indagine giudiziaria.

Ora che il fuoco del gossip si è spostato sul fronte amico, viene utilizzata l'autosospensione del protagonista dello scandalo per dimostrare un presunto maggiore valore morale di questo rispetto a quello di chi continua ad occupare il suo posto. Ed è proprio in questo punto che si colloca la petitio principii: nel pensare che l'autosospensione possa dimostrare una qualche forma di superiorità morale rispetto al comportamento di chi rimane saldo al suo posto, nel considerare cioé l'applicazione di quanto postulato da una parte politica come una dimostrazione su un piano generale. In realtà, l'autosospensione non è altro che la conseguenza delle norme che la stessa parte politica cui appartiene ha deciso di darsi. Le dimissioni pubbliche a causa di una vicenda privata sono un atto dovuto per chi ha ripetutamente sostenuto che il privato è pubblico, ma non esiste alcuna regola logica od ontologica per cui tale regole debbano valere anche per chi risponde che il privato è privato, cioé per chi si affida ad una scala di valori differente.

26 ottobre 2009

Where Is My Mind?

Si sente spesso utilizzare l'espressione "arma di distrazione di massa", intendendo con essa una tecnica comunicativa finalizzata a distogliere l'attenzione di un segmento di popolazione più o meno vasto da un problema considerato cruciale per ridirezionarla verso un obiettivo differente. Esistono vari tipi di "armi di distrazione di massa"; si tratta perlopiù di procedimenti che possono essere considerati simili alle tecniche utilizzate dai prestigiatori per dis/trarre l'attenzione degli spettatori dal centro dell'azione.

Ma oltre ad essere molteplici possono essere dotate di vari gradi di intensità ed efficacia. L'esempio più comune è quello delle notizie comunicate dai telegiornali: allo scopo di non fare apparire come rilevante una particolare notizia (ad esempio, economica o politica), questa può essere relegata in uno spazio secondario dando rilievo ad un'altra notizia trattata come un caso eclatante (ad esempio, di cronaca), oppure fornendole un ampio spazio, ma contornandola di una tale quantità di dati (possibilmente in contraddizione tra loro) tali da non permettere a chi osserva di prendere una posizione. Si profilano così le due principali tecniche di distrazione alternative tra loro: indecidibilità o occultamento.

Attraverso l'indecidibilità, l'osservatore viene sovraccaricato di una quantità di cifre, dati, pareri, citazioni, etc. tale che senza uno strumento adatto di valutazione l'unica possibilità che gli rimane per prendere una posizione è assestarsi su quella di chi, per motivi più o meno razionali, considera attendibile o comunque degno di fiducia. Attraverso l'occultamento, invece, l'attenzione dello spettatore viene redirezionata su un oggetto differente, o perché più adatto a stimolarne l'attenzione e la curiosità mediante una struttura narrativa "avvincente" (come i molti casi di cronaca che tendono ad occupare spazi nei telegiornali per anni), o perché proposto come più grave di ciò di cui si stava discutendo (in pratica, si tratta di una forma di "benaltrismo").

Ma non è solo il tipo a creare un discrimine tra i vari tipi di arma, ma anche l'efficacia della stessa. Quanto più un'arma è potente, tanto più è in grado di assolvere efficacemente i propri compiti. Spesso viene citata la gestione delle notizie da parte di sedicenti Telegiornali presenti sulle televisioni della Grande Nemesi di Arcore: ad esempio, anziché parlare di notizie di "rilevanza nazionale" (o perlomeno ritenute tali da chi struttura la critica) un servizio come Studio Aperto sceglie di dedicare ampio spazio a gossip provenienti dal mondo dello spettacolo o a cuccioli abbandonati. Ovviamente, si tratta di una critica corretta solo in parte, perché fondamentalmente un tg come quello di Italia 1 si rivolge proprio a chi è più interessato ai pettegolezzi sulla vita di celebrità italiane e non o al ritrovamento di cuccioli di beagle che non a questioni geopolitiche o finanziarie. Pretendere notizie approfondite da Studio Aperto è come aspettarsi riflessione a carattere ontologico su settimanali come Chi.

Già invece il fatto che un fatto di cronaca nera particolarmente efferato occupi spazio trasversalmente su tutti gli organi di informazione (televisivi e non) togliendo spazio, ad esempio, ad un'analisi dei contenuti della finanziaria o degli emendamenti che il parlamento intenderebbe aggiungere, riesce a funzionare come mezzo distraente: un singolo fatto privato viene utilizzato per porre in secondo piano vicende di maggiore rilevanza per la collettività. (In questo senso, la scelta di Canale 5 non interrompere la diretta del Grande Fratello per aggiungere un ulteriore trasmissione dedicata al decesso di Luana Englaro ha avuto un forte valore sovversivo nei confronti del pensiero comune: con già l'ammiraglia di casa RAI impegnata in tal senso, il fatto una tale scelta che non sia stata doppiata in casa Mediaset ha avuto l'effetto - non ricercato, forse, dato che probabilmente si è trattata di una scelta guidata da regole di marketing - di non inglobare all'interno di un pensiero unico che già ampiamente stava dominando il panorama dell'informazione televisiva e non in generale.)

Ma la potenza di un'arma di distrazione di massa può essere valutata in base a due ulteriori parametri: l'efficacia nel non essere percepita come tale e l'interiorizzazione da parte di chi viene utilizzato da essa in modo tale da potersi propagare semplicemente sulla base di stimoli esterni finalizzati al mantenerla attiva. In tal senso, l'arma comunicativa più potente in Italia oggi è in mano all'opposizione ed è costituita dalla Grande Nemesi di Arcore stessa. Grazie ad essa, ogni problema interno viene mantenuto all'interno di una sorta di memoria a breve termine collettiva, dove lo spazio dedicato alla memoria a lungo termine è invece occupato dalla Nemesi stessa.

La dimostrazione di ciò si ha nella diffusa incapacità di relazionarsi ai problemi della propria fazione senza che l'attenzione non finisca con l'essere sviata sulla Nemesi e sul suo governo.

- In Puglia la giunta di sinistra è sotto inchiesta a seguito di malaffari legati al mondo della sanità...
- Sì ma B. si faceva mandare le ragazzette nel suo Palazzo...

- In Campania, da anni ci sono indagini su presunti legami tra le giunte di sinistra e la malavita locale...
- Sì, ma B. voleva non farsi processare grazie al Lodo Alfano...

- L'alleanza tra l'opposizione al governo ed il Gruppo Espresso è qualcosa che andrebbe valutata e contestualizzata...
- Sì, ma B. possiede le televisioni e c'è il conflitto d'interessi...

- Dopo un paio di fuochi di artificio e di colpi sparati a salve, nessuno più parla di provvedimenti nei confronti dell'esponente del PD con il cilicio...
- Sì, ma B. ha votato lo scudo fiscale...

- Durante la scorsa legislatura, l'attuale opposizione ha dato soldi a pioggia a banche e confindustriali vari, ha rifinanziato le missioni militari italiane all'estero, non ha fatto né una legge sul conflitto d'interessi, né una norma sulle coppie di fatto, ha cercato di far passare una legge bavaglio su internet (la Levi-Prodi)...
- Sì, ma B. vuole denunciare tutti quelli che aderiscono ad un gruppo su Facebook che inneggia alla sua morte...

E si potrebbe andare avanti all'infinito. Una simile arma, capace in un lampo di allontanare l'attenzione di chi ascolta dai problemi interni verso un grande Babau esterno è talmente efficace che meriterebbe la definizione di una legge apposita:

La Legge della Grande Nemesi di Arcore.
In una discussione che vede due fazioni contrapposte discutere su un argomento che non riguarda la Grande Nemesi di Arcore, quanto più aumenta il numero di partecipanti e quanto più la discussione stessa si protrae nel tempo, tanto più le probabilità che la Nemesi stessa venga citata come termine di raffronto negativo tendono ad 1.

24 ottobre 2009

I Will Survive

Un paio di giorni fa si osservava che:
Durante la guerra fredda, gli equilibri tra gli eserciti e gli armamenti delle potenze contrapposte venivano assicurati dalla M.A.D. (Mutual Assured Destruction) cioé la consapevolezza del fatto che un avvio di ostilità belliche avrebbe provocato pesanti danni in tutte le fazioni coinvolti (se non addirittura la completa distruzione reciproca). Se in passato non ha toccato il privato degli avversari probabilmente non era per qualche forma di discrezione, ma per evitare che il nemico potesse contrattare facendo altrettanto. Ora che il tabù è stato infranto, molti argini che vigevano in passato sono crollati, ed i calzini turchesi non sono altro che un nuovo capitolo, presumibilmente nemmeno l'ultimo.

E puntualmente, a conferma del fatto che la diga è crollata e che la vita privata è diventata uno strumento di lotta politica, ecco arrivare il jolly: il fermo dei 4 carabinieri che avrebbero ricattato il Presidente della Regione Lazio sulla base di un filmato compromettente. E' un caso? Forse. Ma facendo un po' di dietrologia le tempistiche sembrano tutt'altro che casuali. Infatti domani è il giorno delle primarie nel PD, e per quanto l'ex-conduttore di Mi Manda RaiTre sia coinvolto nel ruolo di vittima, la notizia squarcia ulteriormente il velo di ipocrisia di cui spesso si ammantano i più strenui difensori della morale, e comunque va ad occupare il posto di sgradito ospite su quel palcoscenico che i pidiini speravano potesse essere utilizzato per festeggiare il risultato delle elezioni interne.

21 ottobre 2009

Symphony of Destruction

Malgrado non sia la prima volta, e con la coscienza che non sarà l'ultima, riesce sempre a destare un certo stupore vedere orde formate da coloro che su Facebook e blog vari si stracciano le vesti per le conseguenze di azioni a cui precedentemente avevano applaudito. Questa volta tocca ai pedalini turchesi del giudice ripreso da Canale 5 e mandato in onda in uno dei servizi più ridicoli ed inutili della storia della televisione, roba al cui confronto i servizi dei programmi Rai pomeridiani meriterebbero la definizione di giornalismo d'assalto.

Ora vengono tirate fuori le più bizzarre teorie - con un posto al vertice occupato d'imperio da quella secondo cui si tratterebbe di un "avvertimento mafioso" che incomprensibilmente avrebbe rinunciato a qualsiasi discrezione per monopolizzare i media italiani - come se si trattase di un proverbiale fulmine a ciel sereno. La realtà è che si tratta dell'ennesimo capitolo di una brutta piega in cui non esiste più il confine tra pubblico e privato. Lo scopo del servizio non era né mandare avvertimenti mafiosi, né (ovviamente) dare comunicazione al pubblico del fatto che il giudice in questione fuma mentre aspetta di andare dal barbiere con addosso i suoi calzini turchesi. Lo scopo era fare esattamente quello che è stato fatto: esibire il soggetto indipendentemente dal contesto, trasformare il suo privato in pubblico, con tanta più forza quanto più il privato in questione risulta anonimo e di nullo interesse.

Ora c'è chi comincia a piangere perché qualcuno che è considerato brutto e cattivo usa i suoi mezzi per esporre al dominio pubblico il privato altrui. Il problema è chi oggi piange, molto spesso è anche chi ieri applaudiva mentre si buttavano le fondamenta per quanto accade oggi. Quando la scorsa estate il Gruppo Espresso ha iniziato le sue campagne mediatiche a base di esposizione del privato del premier (la vicenda di Casoria, le foto di villa Certosa, etc.) in diversi eravamo tutt'altro che entusiasti della piega che stava prendendo il rapporto tra media e privato. Ovviamente, gli antiberluscones applaudivano all'esposizione del privato in pubblico ed invocavano la libertà di stampa, e come di consueto, secondo un copione ormai spossante, accusavano chiunque facesse obiezioni in merito come "servo", "filo-questo", "filo-quello", etc.

Ma le motivazioni che spingevano altri a storcere il naso non erano di difesa della persona in questione, o della stabilità del suo governo, in virtù di una particolare simpatia. Come si notava anche su queste pagine virtuali si trattava del timore legato ad un mutamento di tendenza che avrebbe potuto costituire una potenziale minaccia per tutti. Come si osservava abbastanza chiaramente, se si decide di mettere sulla graticola mediatica uno dei più potenti editori italiani attaccandolo sul piano privato, cioé una persona che dispone abbondantemente degli strumenti e dei mezzi economici necessari per difendersi, chi potrà poi considerarsi al sicuro dalle telecamere o dalle macchine fotografiche?

Nell'incapacità di offrire un'alternativa programmatica sul piano politico, si è scelto di applaudire l'attacco indiscriminato alla sfera privata della Nemesi, nella speranza di indebolirne la figura pubblica attraverso la gogna dei vizi privati. Venivano applauditi come difensori delle libertà di stampa a coloro che sostenevano che il privato dei personaggi pubblici è esso stesso pubblico. Ed intanto altri temevano che non avrebbe tardato ad arrivare il momento in cui questi metodi avrebbero cominciato ad essere utilizzati anche dal nemico, al quale non mancano certamente i mezzi per combattere una guerra simile. Si trattava di una predizione facile, che ha trovato una prima conferma nel caso che ha portato alle dimissioni del direttore di Avvenire: un vecchio caso diventa di pubblico dominio a scopo di ritorsione. Ed era altrettanto chiaro che non sarebbe stato l'ultimo. Un giudice che ha emesso una sentenza dannosa per un'azienda è stato esposto al pubblico da quella stessa azienda. Non è un avvertimento, è semplicemente l'affermazione del paradigma affermato con forza mesi fa da chi oggi si lamenta: se il privato di un personaggio pubblico è esso stesso di dominio pubblico, allora anche il privato del giudice che ha emesso una delle sentenze più discusse del momento, in quanto personaggio pubblico, deve essere considerato di dominio pubblico. Poi poco importa che si tratti di una cena al ristorante, di calzini colorati, di fumare su un marciapiede o nei dintorni di un barbiere.

E' inutile piangere adesso perché la Grande Nemesi utilizza i suoi mezzi per esporre al pubblico il privato (anche il più irrilevante) di chi lo avversa dopo aver regalato intere standing ovation a chi faceva altrettanto nei suoi confronti. E' inutile disperarsi e cercare di chiudere la stalla oggi, quando prima si è applaudito chi spalancava le porte e si è rimasti a guardare mentre i buoi scappavano. Ma qualcuno pensava veramente che chi oggi è passato al contrattacco sarebbe rimasto a guardare per sempre mentre gli avversari diffondevano foto private e domande pruriginose?

Durante la guerra fredda, gli equilibri tra gli eserciti e gli armamenti delle potenze contrapposte venivano assicurati dalla M.A.D. (Mutual Assured Destruction) cioé la consapevolezza del fatto che un avvio di ostilità belliche avrebbe provocato pesanti danni in tutte le fazioni coinvolti (se non addirittura la completa distruzione reciproca). Se in passato non ha toccato il privato degli avversari probabilmente non era per qualche forma di discrezione, ma per evitare che il nemico potesse contrattare facendo altrettanto. Ora che il tabù è stato infranto, molti argini che vigevano in passato sono crollati, ed i calzini turchesi non sono altro che un nuovo capitolo, presumibilmente nemmeno l'ultimo.

20 ottobre 2009

Channelling the Power of Souls Into a New God

A causa di una crisi ideologica che sembra affondare le proprie origini nella superficiale frequentazioni di bignami che riassumono i capisaldi della cultura di riferimento senza rapportarsi con la contemporaneità, schiere di condottieri sono alla costante ricerca di simboli con cui ornare i propri vessilli. Come se due anni di governo in cui tutte le promesse elettorali erano state tradite spudoratamente non contassero nulla, all'indomani della sconfitta elettorale che sbatteva diverse formazioni fuori dal parlamento qualcuno pensò bene che la causa dei problemi non fossero i contenuti e le azioni, ma i simboli sulle schede elettorali. Qualcuno credette che rimettendo falce e martello su un simbolo si potessero riportare a casa i voti di coloro che non avevano "apprezzato" la "scarsa aderenza" dell'azione di governo rispetto agli impegni presi.

Ma tutto questo ormai è dimenticato, perché oggi un'altra fazione in crisi può festeggiare per aver trovato un simbolo arcano sotto cui riunire elettori e simpatizzanti: i calzini turchesi. Ebbene sì, questo è il simbolo del futuro, la nuova tendenza, il trend definitivo che con un colpo di spugna cancellerà tutti gli errori fatti. La coscienza dei fatti piano piano prende sopravvento e tutta l'insicurezza comunicata agli elettori sull'incapacità di prendere una posizione netta su qualsiasi questione ora potrà essere finalmente messa da parte dall'arcano feticcio appena rinvenuto: i calzini turchesi.

E non avranno più importanza le domande di chi si interroga come mai un partito che dall'inizio della legislatura continua a parlare di concezioni "padronali" della democrazia, di "derive" antidemocratiche e simili, poi non sbatte i piedi per chiedere elezioni anticipate quando gli si presenta l'occasione per farlo giustificatamente. Non servirà più a nulla chiedersi perché un giornale dovrebbe aver il diritto di pubblicare gli inutili scatti di alcune poppe al vento riprese all'interno di una villa privata in Sardegna, mentre un'altra fonte non dovrebbe avere il diritto di mandare in onda l'altrettanto inutile servizio di un giudice che fuma in attesa davanti al barbiere, non avrà più senso chiedersi perché una sarebbe violazione della privacy e l'altra no, perché una è libertà d'informazione e l'altra è "killeraggio" mediatico.

Tutto questo e molto altro non avrà più alcuna importanza, perché ora ci sono i calzini turchesi. Il vessillo definitivo nella lotta per la libertà, la democrazia, la vita, l'universo e tutto quanto. E dopo aver affermato i solenni valori che i calzini rappresentano, dopo averne sperimentato la forza inarrestabile, non contenti, gli eserciti di liberazione nostrani lasceranno i loro gruppi su Facebook e dietro il comando del loro leader ex-democristiano cominceranno a girare i paesi mediorientali, africani, il Sudamerica, il Sudest Asiatico e tutti gli altri posti dove la gente vive e muore sotto la violenza di regimi illiberali: saranno portatori di libertà e benessere in ogni oscuro e sofferente angolo della Terra.

Indossarli ed aprire gruppi in loro onore su Facebook sarà solo il primo passo: gli estimatori si diffonderano, illuminati intellettuali scriveranno pagine di fuoco in loro difesa ed onore, nuovi eserciti si formeranno, nuove chiese saranno fondate e perfino nuovi ordini di religiosi combattenti. I calzini turchesi riusciranno là dove le bandiere della pace hanno fallito: sono il nuovo Santo Graal e la nuova spada di Longino, rappresentano il passato, il presente ed il futuro, in pratica sono allo stesso tempo l'Arca dell'Alleanza ed il sistema di propulsione a curvatura verso una società migliore. E grazie al potere che da essi emana, si scoprirà che quello che fino ad oggi era stato considerato un democristiano riciclato a sinistra, ora potrà imbracciare lancia e scudo e passare alla storia come il Leonida del nuovo millennio.

These are turquoise socks!
Auh! Auh! Auh!

16 ottobre 2009

Nemesis

Una volta che si è capito che Anno Zero non è un programma d'informazione ma uno spettacolo teatrale con personaggi pubblici vari di volta in volta a rimettere in scena uno scontro frontale con l'intervento di pubblicità o servizi esterni nei momenti cardine per rompere la discussione nel momento in cui sembra prendere una piega non favorevole alla tesi di fondo. E lo spettacolo è talmente plateale da far sorgere il dubbio che Santoro sia schierato segretamente ed intimamente dalla parte del premier. Sì, infatti, se si pensa al fatto che il maggiore successo delle sue trasmissioni si registra con l'Eletto di Arcore al governo, si capisce perché a costui sono state dedicate quattro puntate su quattro della nuova stagione, e si intuisce anche che forse per il suo share non sarebbe il massimo avere la sua Nemesi ridotta a capo dell'opposizione.

Bersani e Maltese offrono un triste spettacolo, ed i loro dirimpettai dilagano agevolmente tra le crepe di una trasmissione che, impostata fin dall'inizio sulla dualità Berlusconi-De Benedetti, offre ai destri almeno tante frecce da lanciare quante quelle a disposizione dei sinistri. Come Di Pietro la settimana prima, anche Bersani inciampa sulla questione del rispetto del Capo dello Stato intimando a Sallusti di rispettare a prescindere una sì alta carica istituzionale: a quel punto il vice de Il Giornale ha gioco facile nel ricordare il rapporto che la sinistra ha avuto con il Presidente Cossiga, o la vicenda passata alla storia col nome di Camilla Cederna (la giornalista che dalle colonne de L'Espresso condusse una violenta campagna diffamatoria, poi condannata, contro il presidente Leone fino alle sue dimissioni), o ancora di come questo Presidente della Repubblica sia stato imposta dall'allora appena insediata maggioranza di governo di centrosinistra. La reazione piccata di Bersani si rivela un boomerang: come un mastino che ha appena trovato un osso sugoso, Sallusti continua a rivolgere all'ex-ministro la stessa domanda come un disco rotto, e cioé gli chiede di dire con i voti di chi è stato eletto l'attuale presidente, e l'ex-ministro balbetta, cerca di cambiare discorso, dice al giornalista di "lasciare perdere", ma non risponde. E non sarà la prima volta.

Infatti, come di consueto, la vita ed i malaffari del Grande Satana saranno scandagliati in lungo ed in largo (in modo tutt'altro che coerente, ma piuttosto saltando di palo in fransca) ma ogni volta che il fronte destro aprirà il rubinetto su De Benedetti otterrà in risposta un coro di stizziti "Lascia stare" o "E' roba di 20 anni fa" (come se invece il Lodo Mondadori fosse una vicenda di un paio di mesi...), fino al climax esilarante in cui di fronte alle solite accuse di servitù nei confronti del Padrone di Arcore da parte dell'editorialista de La Repubblica, i destri chiederanno a Curzio Maltese di dire quando mai ha scritto qualcosa contro De Benedetti (ovviamente, senza riceve risposta in merito), e quando calcheranno la mano chiedendogli come mai l'Ingegnere suo editore abbia la residenza in Svizzera (alludendo in modo neanche troppo implicito ai risvolti fiscali della scelta) balbetterà qualcosa a riguardo delle origini ebraiche della sua famiglia (?!?!?).

Non potevano mancare i soliti riferimenti alla stampa straniera, all'immagine dell'Italia, con tanto di intervento in studio di una giornalista spagnola che con fare paternalistico spiega che il nostro paese le piace tanto, ma che c'è preoccupazione per la qualità della democrazia in Italia, come se fosse scontato che il popolo italiano non possa essere abbastanza maturo politicamente da fare liberamente le sue valutazioni. Ed intanto il leghista Castelli si diverte ingaggiando il suo personale duello con il pubblico in studio: ogni volta che il pubblico cerca di sottolineare con delle risate un'affermazione che non gradisce, il leghista si rivolge frontalmente al pubblico con espressioni del tipo "Cosa ridete?" o "Cosa avete da ridere?", nella serena certezza (sottolineata dal ghigno compiaciuto alla fine di ogni exploit) che se da un lato c'è un pubblico che condivide quella risata, dall'altro potrebbe essercene un altro che sta pensando "Che cazzo avete da ridere?". Quello che avrebbe dovuto essere un fuoco di fila sul capo del Governo, in più di un'occasione svolta in direzione dell'Ingegnere svizzero, con l'ala sinistra che invita a "lasciare perdere" tutte le volte in cui governi amici dell'editore del Gruppo Espresso gli hanno fatto favori economici "ad personam" (dalla Olivetti alla Omnitel) perché "roba vecchia", come anche di "lasciare perdere" la citazione dei procedimenti avviati sempre contro la tessera n°1 del PD.

Tutto questo, ovviamente, non riesce in alcun modo a cancellare le concrete ombre che aleggiano sulla figura del premier, ma lascia in bocca il saporaccio di silenzio omertoso attorno alla figura del suo principale avversario economico. Ma il vero asso che Santoro ha nella manica arriva sul finire della trasmissione: il promotore del comitato per la candidatura del premier al premio "Nobel per la Pace 2010". Si tratta di un vero è proprio jolly: l'invitato che sproloquia in libertà, con la ridicola convinzione che trasuda dai suoi vaneggiamenti, riesce a toccare dei vertici di involontaria comicità travolgente, ad un punto tale da far passare in secondo piano le già solitamente tutt'altro che divertenti vignette di Vauro.

14 ottobre 2009

The Boy with the Thorn in His Side

All'indomani dell'affossamento del provvedimento mirato a colpire l'omofobia, si assistono a scosse di assestamento all'interno di entrambi schieramenti. Ma mentre quello destro sembra quasi rivolgere le proprie comunicazioni verso l'esterno, verso cioé quella parte del loro elettorato che probabilmente non sarebbe stata contraria al provvedimento, lo schieramento sinistro si trova costretto ad affrontare la questione di una parlamentare che, da anni ed in modo palese, non ha nulla di progressista.

Dietro diverse dichiarazioni del centrodestra sembra quasi possibile percepire la volontà di "vendicare" la bocciatura del Lodo Alfano in sede Costituzionale con affermazioni saracastiche sul principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Secondo tali posizioni, infatti, se il compiere un reato contro un omosessuale (in virtù del suo orientamento sessuale) avrebbe dovuto essere punito più duramente rispetto allo stesso atto compiuto per altri motivi, allora si sarebbe creata una discriminazione a ruoli invertiti in base a cui alcune persone, proprio in ragione dei loro orientamenti sessuali, sarebbero state maggiormente tutelate di altre. In pratica, il tema che sembra implicitamente guidare simili dichiarazioni è qualcosa del genere: "fino a ieri avete gioito dell'affermazione dell'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, quindi ora perché vi lamentate? Se tutti i cittadini devono essere uguali, perché a parita di crimine subito alcuni dovrebbero godere di tutele maggiori di altri?"

Il che si scontra frontalmente in modo palese con uno dei principi dello Stato Sociale (e probabilmente non è un caso se proprio tra gli ex-AN ci sono stati alcuni che hanno votato con l'opposizione), quello cioé secondo cui a differenti gradi di vulnerabilità dovrebbero corrispondere differenti gradi di tutela, nonché contro uno dei cavalli di battaglia della maggioranza, e cioé il tema "sicurezza". Infatti, a fronte di un incremento (specialmente nella Capitale) di notizie di reati commessi da neofascisti contro omosessuali, risulta decisamente difficile comprendere perché un governo che ha fatto una bandiera del tema della sicurezza e della tutela dei cittadini decide di tirare il freno a mano su una proposta di inasprimento di pene contro una serie di reati odiosi. Questo a patto ovviamente di rimanere su un piano tematico e non politico. Infatti, scendendo su questo piano diventa chiaro che si tratta di uno scontro tra fazioni finalizzato a screditare l'avversario.

Ma è soprattutto sulla fazione promotrice della proposta che attualmente sono puntati i riflettori, grazie alla solita parlamentare avezza all'uso di strumenti di automortificazione medievali, che non essendo stata in grado di essere presente in parlamento per votare contro lo scudo fiscale decide di votare contro il provvedimento sull'omofobia. Tutto secondo un copione ormai logoro, dunque. Ma c'è un aspetto che trasforma il danno in beffa: la reazione piccata dell'attuale leader del suo partito che avrebbe dichiarato che tutto ciò rappresenterebbe "un problema serio", e che potrebbe essere il caso di prendere provvedimenti, come se si fosse trattato di un atto inaspettato e non prevedibile e non piuttosto coerente con quanto fatto in passato. A tal proposito, in alternativa alle solite "10 nuove domande" (che nuove non sono più dato che albergano lì sempre uguali da settimane), può valere la pena di cambiare interlocutore e porre un paio di nuove domande:

1) Perché la parlamentare con il cilicio rappresenta un "serio problema" oggi che, all'opposizione e senza essere determinante, vota contro una proposta voluta dal suo stesso partito, e non è stata invece considerata tale quando circa due anni fa votava "no" alla fiducia nei confronti del Governo Prodi che con un emendamento, facente riferimento al trattato europeo di Amsterdam, si allineava al resto dell'UE sul tema degli atti discriminatori anche su base sessuale?
2) Perché, sempre la stessa parlamentare con il suo strumento di autotortura medievale, rappresenta un problema oggi e non in passato quando ha esplicitamente dichiarato: "queste tendenze omosessuali fortemente radicate presuppongono la presenza di un istinto che può risultare incontrollabile. Ecco: da qui scaturisce il rischio pedofilia."?

Ma dietro a queste domande ed altre simili, ce n'è una di carattere generale che non può essere posta se non nell'ottica di dare modo all'interlocutore di offrirgli la possibilità di scandire rassicuranti slogan da campagna elettorale: come può pretendere un partito di offrire al paese una guida unitaria, moderna e progressista, quando ancora a distanza di anni si interroga se sia il caso o meno di tenere tra le proprie fila esponenti visceralmente reazionari?

13 ottobre 2009

The Arrival of Satan's Empire

Si sente spesso parlare de "i danni del berlusconismo", come se questi costituissero una strana malattia che, magari alla stregua di una setta o di un culto particolare, manipolasse le menti di alcune persone (ed inspiegabilmente non di altre) al fine di trasformare semplici ed innocui cittadini in zombie elettorali (video)comandati. Si tratta di una teoria infondata in quanto non spiega né come sia possibile che solo alcuni siano soggetti a tali poteri ipnotici ed altri no (o, meglio, viene fornita una spiegazione - cioé quella secondo cui coloro che sono soggetti a simili influenze sono ignoranti e deboli di mente, e soprattutto sono sempre gli "altri" - ma questa non trova fondamenti plausibili al di fuori del narcisismo pseudoantropologico di chi la enuncia), né come sia possibile che programmi televisivi che, ad esempio, parlano di "uomini e donne" (quindi nulla che abbia qualcosa in comune con propaganda ideologica) possano trasformarsi nella mente dello spettatore in un oscure forme di condizionamento subliminale.

In questo scenario a base di immotivate pretese sociologiche, ovviamente non viene nemmeno spiegato come sia possibile definire come "cultura berlusconiana" qualcosa che in realtà pervade, in varie forme e maniere, la vita di molteplici paesi occidentali. Ad esempio, al di là dell'eccellente impostazione tecnica su un piano espressamente retorico e propagandistico, un film come Videocracy non considera né che la maggior parte dei reality show è di provenienza estera (come anche, alla base, il concetto di "reality show" come spettacolo televisivo), né tantomeno che l'esibizione di corpi femminili con quantità molto ridotte di stoffa indosso non è una prerogativa esclusiva delle veline italiane (una tesi, questa, sostenibile a patto di non aver mai visto, ad esempio, un video di Sean Paul, o delle Pussycat Dolls, o in generale buona parte della produzione hip hop made in USA, o una puntata "hot" del Jerry Springer Show, o molto altro).

Ma se il berlusconismo "televisivo" non è molto altro di più rispetto ad un'importazione di standard mediatici internazionali, un differente discorso va fatto sul piano politico, dove i suoi effetti si sentono a destra, come soprattutto a sinistra. Come Leader della destra il suo effetto principale è stato di modificare il rapporto tra il capo del Governo ed il suo elettorato, instaurando non solo relazioni politiche, ma intrecciando il suo ruolo di governo con la sua figura personale (non a caso, molti circoli del PdL sono dedicati a lui in quanto persona - con tanto di suo nome di battesimo nel nome del circolo stesso - più che al partito politico di cui egli è capo). In tal senso, il legame che ha instaurato con i suoi elettori è tale che ogni attacco alla sua persona viene vissuto da questii come un attacco a chi lo supporta, ed il suo destino personale viene vissuto da parte del suo seguito come un destino collettivo. Non si presenta semplicemente come leader politico e imprenditore, ma come padre, zio o amico, col fine di godere di quel tipo di fiducia che solitamente si offre ad un familiare. Come uno di famiglia riesce a farsi perdonare comportamenti non corretti od egoistici in virtù del fatto che comunque interviene per fare cose gradite al suo elettorato. Non si tratta di mera propaganda, ma di un esplicito do ut des: l'elettorato di destra accetta che il capo del governo legiferi pro domo sua a patto che faccia qualcosa di buono anche per loro (si disinteressa dello scudo fiscale a patto che sia stata tolta l'ICI, non si cura delle accuse contro il capo del governo a patto che siano stati detassati gli straordinari, e così via).

Si tratta in pratica di un rapporto tale per cui, pur essendo uno straricco oligopolista, riesce a raccogliere consensi anche in fasce basse della popolazione (proprio quelle stesse che magari criticano questa o quella figura dell'opposizione perché possiede una barca o perché indossa maglioncini di cashmere), anche perché a temi quali quelli della "sicurezza" sono maggiormente sensibili gli abitanti di zone popolari, piuttosto che non coloro che vivono in zone benestanti. Su un piano più blandamente politico, invece, invocando in continuazione la caduta del Muro di Berlino, come se all'abbattimento di questo fosse corrisposta anche una profonda modifica dei divari tra classi in Italia, il movimento di partiti che è approdato nell'attuale maggioranza ha avuto gioco facile nel proporsi come coalizione trasversale in grado di rappresentare le istanze di tutti. Ed in questo è stata aiutata non poco da una "sinistra" più impegnata a reinventarsi come "moderna" o addirittura "liberista" piuttosto che a ripensare e a rivedere in chiave attuale i propri fondamenti ideologici.

Ma è a sinistra che i danni del cosiddetto "berlusconismo" si sentono e sono più profondi (il che, trattandosi di avversari politici, non può essere considerato altrimenti che un successo delle destre). Ed anche qui, con buona pace degli intellettuali sostenitori della "televisione cattiva maestra", i danni ben poco hanno a che fare con veline, calciatori o reality show in generale. Si tratta di una degenerazione profonda in cui si mescolano intimamente dialettica, istanze politiche e linguaggio, sfociando in una sorta di perdita dell'identità che si manifesta attraverso l'esibizione di molteplici di quelle caratteristiche che vengono radicalmente e profondamente criticate nell'Avversario. L'imbarbarimento del linguaggio si configura come una conseguenza dell'incapacità dialettica di ragionare trascendendo l'avversario in quanto persona, la quale a sua volta è sia causa che conseguenza di una povertà di contenuti ed istanze politiche che non raramente trovano sfogo in un imbarbarimento del linguaggio, e così via. In un circolo vizioso isterico in cui tutti i tentativi di fuoriuscirne, soprattutto se da parte di forme di dissenso interno, vengono criticati alla stregua di tradimenti o desideri di "servitù" mal dissimulati.

Che l'attuale premier legiferi anche pro domo sua è una premessa ormai talmente scontata da essere considerabile come implicitamente ovvia in qualsiasi discussione sfiori l'argomento. Ciò non vuol dire che non accada anche qualcosa di simile quando il potere finisce nelle mani dei suoi avversari. A meno che non si voglia credere che i gruppi editoriali, industriali ed economici in generale che appoggiano l'attuale opposizione siano spinti esclusivamente da spirito umanitario ed amor di patria. In fin dei conti, molti dei provvedimenti "speciali" presi da diversi governi in passato per "aiutare" alcune particolari aziende con finanziamenti vari cosa erano se non provvedimenti "ad personam"? E a partire da simili premesse, l'elettore del PdL non considera una novità scandalosa che un governo aiuti un particolare soggetto economico: che si tratti della FIAT, delle Cooperative o di Mediaset, non si tratta di valutare chi guadagna da cosa durante una legislatura, ma quali vantaggi possono venire anche al semplice elettore.

L'elemento del legiferare a proprio vantaggio da parte del premier è diventato un punto centrale dell'approccio della "sinistra" alla politica in modo ineludibile (per non dire a livelli ossessivo-compulsivi). La centralità della figura del premier è tale in buona parte dell'elettorato di sinistra da averli resi quasi incapaci di affrontare una qualsiasi tematica politica senza finire ad invocare la figura della Nemesi: il Grande Satana di Arcore. Risulta estremamente arduo (se non a volte addirittura quasi impossibile) intavolare una discussione su un qualsiasi provvedimento dell'attuale governo senza che il tutto si trasformi in una discussione pro o contro il premier: e come se il bene della società fosse collegato al male della Nemesi e viceversa, i giudizi vengono emessi valutando se il decreto o la legge di volta in volta in discussione possa rivelarsi di beneficio al premier (e come se in base a qualche oscura legge dialettica, un beneficio per questo dovesse comportare necessariamente dei danni alla collettività). Gli effetti devastanti di questa menomazione dialettica si possono osservare quotidianamente nell'incapacità di discutere di un qualsiasi argomento senza finire col discurre di qualcos'altro (ad esempio, al di là delle singole valutazioni in merito, le discussioni su un provvedimento come il Lodo Alfano avrebbero dovuto riguardare la necessità o meno di proteggere alcune figure strategiche dello Stato da possibili azioni da parte di un altro potere; ed invece, quasi inevitabilmente il centro della discussione veniva occupato dai procedimenti giudiziari a carico del premier). Ma esempi ancora più devastanti si sono avuti durante la precedente legislatura, in cui provvedimenti contrari a quanto urlato per anni nelle piazze sono stati votati in parlamento (come il rifinanziamento delle missioni militari all'estero) da quelli stessi che marciavano alle manifestazioni, e tutto questo per far sì che non si aprisse una crisi che potesse portare al ritorno al governo della Nemesi.

L'altra faccia della medaglia costituita dall'incapacità di ragionare in termini politici che prescindano la Nemesi si esplica in una drammatica povertà di contenuti. Non solo non vengono offerte valutazioni in merito ai singoli provvedimenti del governo, ma ancora meno vengono offerte proposte concrete o alternative: l'antiberlusconismo (che come tutti gli anti-*-ismi non è altro che una diretta emanazione di ciò contro cui ci si schiera) non ha contenuti che trascendano ciò che desiderano negare. A fronte del mondo proposto dalle destre non vien dipinta alcuna alternativa allettante: non viene esibita alcuna volontà di superare l'avversario sul tema delle proposte, ma solo di fare piazza pulita dell'Avversario. L'autocritica interna a scopi migliorativi è stata sostituita dalla critica dei difetti in casa altrui a fini denigrativi: non avendo contenuti positivi da esibire, questo vuoto viene colmato dal tentativo di denigrare l'avversario. Ecco quindi tornare all'ossessione compulsiva per la figura del premier che non raramente finisce per trovare sfogo in espressioni estremamente rozze ed aggressive.

Ha fatto (e continua a fare) discutere l'espressione offensiva utilizzata dal Premier in telvisione all'indirizzo del Vicepresidente della Camera ("lei è più bella che intelligente"). Ma senza in alcun modo trovare giustificazioni o attenuanti al fatto, va rilevato che non si tratta di un fulmine a ciel sereno, quanto piuttosto dell'ennesimo capitolo di un imbarbarimento del linguaggio che ha visto buona parte della sinistra darsi da fare più che attivamente. E' chiaro che quando si rivolge ad un africano chiamandolo sprezzantemente "beduino" sta utilizzando una doppia offesa: la prima è rivolta al soggetto cui è indirizzato il termine in quanto oggetto di evidente disprezzo (l'africano), la seconda è rivolta invece alla categoria di persone utilizzate come termine offensivo (i beduini) in quanto implicitamente designati come dotati di caratteristiche disprezzabili. Allo stesso modo, non è difficile capire che ogni volta che si utilizza il termine "nano" in offesa al premier si sta anche esprimendo un'implicita valutazione secondo cui i nani sarebbero passibili di derisione in virtù della loro altezza. Per quanto possa risultare sgradevole, l'offesa che il premier ha enunciato nel salotto di Porta a Porta non è altro che un ennesimo capitolo di altrettanto sgradevoli epiteti offensivi che trovano il proprio fondamento nei difetti fisici dell'avversario: uno perché è grasso, altri che diventano "nani" o "energumeni tascabili" perché bassi, e così via. E questo fino ad arrivare alla definizione di un ministro come "pompinara" in quanto dotata di un aspetto gradevole: infatti, in assenza della diffusione di qualsiasi prova a testimonianza di fellatio, era proprio l'aspetto fisico della donna in questione ad essere utilizzato per rendere credibile l'ingiuria. Si potrebbe quasi dire che l'attuale "lei è più bella che intelligente" non è altro che un riproporsi in chiave differente degli attacchi rivolti al ministro in passato.

E' appunto in questo circolo vizioso a base di insulti, assenza di contenuti positivi ed incapacità di focalizzarsi sugli oggetti anziché sulle persone che si vede una intima e profonda somiglianza con le destre, nella forma ancora prima che nei contenuti (e tutto questo non è un caso, se buona parte del pensiero di "sinistra" è oggi dominato da forme di pensiero quali quello di Travaglio o di un partito come l'Italia dei Valori che non hanno mai dichiarato di collocarsi ideologicamente a "sinistra", anzi).

12 ottobre 2009

Beautiful Dirty Rich

Sulla scia delle innumerevoli teorizzazioni, pubblicazioni, nonché delle molteplici articolesse scritte di getto per raccontare velocemente il disfacimento della cultura italiana ad opera di trasmissioni televisive il cui unico scopo e far appassionare gli spettatori alle vicende di donnine vestite in modo discinto, arriva dal Regno di Sua Maestà la notizia della vincitrice dell'edizione del Grande Fratello inglese 2009.

Il suo nome è Sophie Reade, e a differenza delle partecipanti italiane è una colta e raffinata intellettuale tutt'altro che propensa ad abbandonarsi al culto dell'immagine come le sue equivalenti nostrane. Come è possibile vedere dalle informazioni e dai contenuti multimediali esibiti nel suo sito personale, si tratta di una persona estremamente schiva e poco appariscente, con una vita dedicata alla riflessione e a profonde meditazioni di natura ontologica sulla ricerca del senso dell'esserci (dasein) nel mondo contemporaneo. (Particolarmente interessante il video in cui, nel party organizzato per festeggiare la prima notte fuori dalla Casa, anziché abbandonarsi a foto, festeggiamente e altre frivolezze simili, decide di impegnarsi in un simposio avente come tema "Attualità delle opere del Circolo di Vienna".)

Osservatori distratti o superficiali potrebbero essere tratti in inganno da alcune immagini o filmati e pensare che la ragazza inglese possa essere paragonabile a qualche pessimo esempio proveniente dal Bel Paese. Ma questo solo a tratto di non aver mai letto gli scritti degli intellettuali italiani che spiegano come ci sia una deriva culturale italiana a causa dei pessimi esempi forniti da veline e wannabe vari. Infatti, cadere vittima di un simile fraintendimento significa solo esibire la propria incapacità di distinguere tra la triviale visione del mondo (weltanschauung) che domina oggi la cultura italiana, e quella colta e raffinata che domina gli orizzonti culturali delle altre nazioni europee.

08 ottobre 2009

Common People

Per quanto messa in secondo piano da altre e più rilevanti vicende, la questione riguardante la richiesta di condanna del regista Roman Polanski a causa dello stupro di una minorenne vent'anni fa continua a far discutere. Ma più che parlare del fatto in sé, di cui se ne sta parlando molto altrove, si vuole qua dare un breve sguardo sulle motivazioni che vanno ad animare le posizioni in favore del regista, cioé su quelle ragioni che vengono addotte per chiedere amnistie, perdoni, o quant'altro. Queste motivazioni spesso tirano in ballo l'omicidio della moglie ed il ventennale esilio all'estero (anche se date le premesse sarebbe più corretto chiamarla "fuga"), ma essenzialmente ciò che spinge orde di supporter vari a firmare petizioni in suo favore è l'apprezzamento per il suo lavoro di regista cinematografico.

E' un comportamento, questo, che in fin dei conti non stupisce più di tanto: si tratta dell'ennesimo esempio di come una certa intelligencija si dimostri completamente incapace di separare diversi contesti tra loro, in pratica di ragionare su qualcosa senza tirare in ballo qualcos'altro. Ma non solo, ciò è anche sintomatico di come, secondo questo approccio, la frequentazione di un certo tipo di cultura sia anche fonte di elevazione morale per chi la apprezza. Motivo per cui, il fatto che la storia personale di un ottimo regista come Polanski (o di un qualsiasi altro apprezzato uomo di cultura in generale) possa essere macchiata da un crimine o una condanna viene vissuto come un rischio per la limpidezza morale anche di chi ne apprezza la produzione.

Per fare un esempio di come un simile comportamento sia tutt'altro che una novità vale la pena di fare un cenno alla storia di Louis Althusser. Durante gli anni '60, il filosofo francese conquista progressivamente una certa fama internazionale in seguito al suo lavoro di ripensamento del marxismo. Il suo scopo dichiarato è ripulire il pensiero del filosofo tedesco da tutte le sovrastrutture ideologiche, politiche, sociali, partitiche, etc. che si sono progressivamente stratificate per restituirgli la sua forza metodologica ed analitica. In pratica, sottrarre l'opera marxista alle prese ideologiche, o addirittura dogmatiche, per restituirle il suo valore di elaborazione filosofica. In un panorama culturale largamente dominato dalla versione stalinista, il lavoro di Althusser rappresenta non solo una ventata di aria fresca, ma anche un punto di rottura con il passato. E così, durante tutti gli anni '60 e '70, Althusser diventa, come si direbbe oggi, altamente trendy; i suoi lavori si configurano come un must per chi frequenta i salotti buoni della cultura (e, tra parentesi, data la disinvoltura con cui è stato abbandonato in favore di un recupero del trotzkismo viene da chiedersi quanto sia stato effettivamente letto o, meglio, compreso).

Poi, nel 1980, in preda ad un raptus omicida uccide la moglie strangolandola e passerà il resto della sua vita tra cure psichiatriche ed un ritiro privato. In seguito a ciò, il nome del filosofo francese tende progressivamente a scomparire dai salotti culturali: per i molti che utilizzano i riferimenti culturali come strumenti di narcisismo morale, il vissuto dell'autore ha un'importanza non secondaria rispetto al contenuto delle sue opere. L'opera di Althusser non è stata superata o dichiarata obsoleta in funzione di nuove idee o concetti (sempre che una cosa del genere sia possibile in campo filosofico), semplicemente è stata accantonata, messa da parte, come se non fosse mai esistita.

Oggi, il rischio che corre l'opera di Polanski in certi salotti buoni della cultura è simile: non un ripensamento delle qualità artistiche di (grandi) lavori come Rosemary's Baby o L'Inquilino del Terzo Piano, ma una semplice rimozione della sua opera per motivazioni che sono comunque estranee al piano artistico/estetico. Ciò risulta abbastanza chiaro in tutte quelle prese di posizione in cui, mescolando valore artistico e vicende giudiziare, qualcuno si chiede se non fosse stato il caso di boicottare i suoi film perché l'autore si era macchiato di un crimine orrendo o, in alternativa, visto che è stato premiato con riconoscimenti vari, non fosse il caso di passare sopra una vicenda ormai "datata". Per quanto dialetticamente sconclusionata, c'è una certa coerenza in simili posizioni: partendo da un'identificazione di un'opera con il suo autore, per salvare l'opera bisognerebbe salvare anche l'autore, esattamente come una condanna dell'autore finisce per essere percepita (sempre da questi settori) come una condanna dell'opera stessa.

Una motivazione tutt'altro che secondaria che conduce a simili conclusioni riguarda una percezione della cultura in larga parte come anedottica, come brandelli di notizie da scambiare tra (metaforicamente parlando) uno stuzzichino ed un sorso di Martini. In contesti simili, parlare di un'opera (che sia un testo di Althusser, un film di Polanski, o molto altro ancora, non ha importanza) significa anche parlare di ciò che la circonda. E quindi, parlare di Althusser significa parlare non solo dei suoi scritti, ma anche della sua militanza politica, di eventuali pettegolezzi che circondano la sua persona ed infine dell'omicidio della moglie; allo stesso modo parlare dei film di Polanski comporta il citare anche i premi che ha vinto, i riconoscimenti pubblici, l'apprezzamento di questa o quella personalità, la morte di Sharon Tate ed infine anche il rapporto con una tredicenne.

La mancanza di distinzione tra i diversi campi discorsi non è solo manifestazione di carenze logiche e dialettiche, è anche il sintomo di una percezione della cultura come agglomerato di aneddoti, pettegolezzi, notizie, citazioni di Nesima mano, etc. Perché quello che il regista può aver fatto con una tredicenne nulla toglie od aggiunge al valore dei suoi film; ma per affermare il valore di un'opera ci vuole un approccio in cui l'enunciazione dei riconoscimenti ricevuti, gli aneddoti di vicende accadute durante il making of, o magari anche cosa ne dice lo stesso autore, si configurano solo come fattori di contorno. L'apparente incoerenza di chi si situa di volta in volta su posizioni anche opposte a seconda dell'oggetto di discussione si profila pertanto come conseguenza di una coerente mancanza di capacità (quando non di "volontà") di distinguere ambiti e discorsi differenti: di separare il giudizio sull'opera da quello sull'autore e poi, di riflesso, da quello su chi di quell'opera fruisce (e, per quanto irrazionale, nel caso in cui il fruitore sia colui che giudica, trovare attenuanti per una vicenda riguardante un autore diventa un mezzo per non dover rivedere il giudizio sull'opera che magari si apprezza né, soprattutto, su sé stesso in quanto fruitore dell'opera).


P.S.: Nota estranea a quanto sopra. Mentre tutti osservano il Lodo Alfano e le conseguenze della sua bocciatura, e gioiscono o si disperano, un'altra sentenza di assoluzione per un paio di alte cariche dello Stato è stata emessa in un caso collegato al blitz nella scuola Diaz durante il G8 del 2001 (e questo nonostante l'accusa fosse costruita sulla base di intercettazioni poi messe agli atti).

06 ottobre 2009

I Put a Spell on You

Come si diceva nel post precedente, il tema della libertà di informazione sta assumendo i contorni dell'attuale campo di battaglia su cui si stanno scontrando diversi poteri in lotta tra loro, forze economiche che, dopo aver fidelizzato i propri sostenitori, cercano di movimentarli per far sì che si supportino sul piano politico e sociale quelle che alla fine si rivelano essere pure e semplici ragioni di interesse. L'azione coordinata dei quotidiani di proprietà di Soru e di De Benedetti era meramente finalizzata a mobilitare le folle di antiberlusconiani contro quello che in definitiva è un diritto di ogni cittadino: la possibilità di rivolgersi ad un potere dello Stato (la magistratura) per chiedere che venga fatta giustizia contro quello che viene considerato un danno subito illecitamente.

Ora, a fronte del verdetto emesso sabato che ordina a Fininvest un risarcimento di centinaia di milioni di euro in favore della Cir di De Benedetti, il premier non esita ad utilizzare gli stessi strumenti ed invocare la piazza per trasformare una vicenda privata in un affare di rilevanza nazionale. Si tratta in pratica di un nuovo capitolo nel ventennale conflitto tra due oligopolisti dell'informazione che utilizzano qualsiasi strumento a loro disposizione per mobilitare folle di loro sostenitori in favore dei propri interessi privati. Il fatto che il premier abbia denunciato due giornali per diffamazione rimane oggi quello che era fin dall'inizio: un contenzioso privato tra il premier ed esponenti di gruppi editoriali concorrenti ed avversari al suo. Ed allo stesso modo, che l'azienda del Capo del Governo possa trovarsi a dover pagare un lauto risarcimento per quello che un suo concorrente ha denunciato come un danno subito non è in alcun modo differente: si tratta di un altro contenzioso privato che vede alcuni esponenti del conflitto di cui sopra ricoprire ruoli invertiti.

Le vicende in sé non dovrebbero riguardare altro che i soggetti coinvolti ed i loro rapporti con la legge. Invece, sabato da un lato, ed in un ipotetico futuro dall'altro, sostenitori di entrambi gli schieramenti vengono chiamati nella pubblica piazza a manifestare in difesa degli interessi di questo o quel tycoon dell'editoria (e non solo). Il potere economico dei soggetti coinvolti si esercita così utilizzando sovrastrutture politiche per giustificare la richiesta di mobilitazione dei propri sostenitori, ed in armonia con quel feticismo di cui si parlava in precedenza, la difesa di La Repubblica viene caricata del significato di "difesa della libertà di stampa" come se il livello di libertà del paese coincidesse con la sua possibilità di non essere sottoposta al giudizio della magistratura, e contemporaneamente i pidiellini si preparano a gridare al "colpo di Stato" contro la sentenza che vede Fininvest condannata come se gli elettori avessero eletto non delle persone o dei partiti politici, ma un'azienda milanese.

Ma una denuncia ad un giornale non è un attentato alla libertà di stampa, così come una condanna ad un'azienda per illeciti è qualcosa di estremamente distante dall'essere un colpo di Stato. Sono le sovrastrutture ideologiche che gli stessi gruppi coinvolti attribuiscono ai loro propri interessi a fare presa e mobilitare intere folle per difendere entrate economiche che in fin dei conti riguardano un gruppo ristretto di straricchi azionisti. E mentre sull'onda della condanna a Finivest tutti si interrogano sul destino dei due colossi coinvolti, schierandosi dalla parte dell'uno o dell'altro multimilionario, ciò su cui nessuno ancora si è interrogato è il destino dei semplici lavoratori il cui reddito dipende dall'azienda condannata. Se Fininvest fosse realmente costretta a pagare, quale impatto avrebbe tutto ciò sulle decine di migliaia di persone che lavorano direttamente o indirettamente per o con il colosso in questione? Potrebbero esserci dei rischi? Se sì, quali? E per quante persone?

In questo contesto, più interessante dell'offrire delle risposte è il rilevare come le domande non siano state ancora poste. Certamente oggi non ha più senso perdersi in discussioni orientate alle contrapposizione di classe come strutturate dal marxismo ottocentesco (se non nell'ambito di nostalgiche affermazioni anticapitalistiche di matrice trotzkista); le moderne società capitalistiche prevedono molti più livelli e sfumature che non la semplice contrapposizione tra "proletari" e "padroni" di inizio '900. Ma che il proprietario di un impero mediatico appartenga ad un elite sociale distante anni luce da quella cui appartengoni i tecnici o gli impiegati che lavorano per lui risulta immediatamente evidente. E sulla base di ciò desta comunque un certo stupore vedere centinaia di migliaia di persone pronte a mobilitarsi pro o contro gli interessi di pochi privilegiati, disinteressandosi di quali potrebbero essere gli effetti sulle vite di molteplici altre persone appartenenti a classi sociali più basse.

Come rilevava con grande lungimiranza Guy Debord oltre trent'anni fa, si tratta dell'accumulazione del capitale ad un livello tale da diventare immagine, e di come questa immagine diventa il mezzo che regola le relazioni tra (gruppi di) individui. E mentre lo Spettacolo (termine, questo, che per il pensatore francese andava ben oltre i confini del significato ristretto di "intrattenimento") porta avanti avanti le proprie istanze, gli spettatori della giostra si schierano per l'uno o l'altro Campione, senza più interrogarsi sui presupposti da cui questi muovono, né su cosa possa comportare la vittoria dell'uno o dell'altro sulle vite di altri la cui esistenza non è illuminata dalla luce dei riflettori.

02 ottobre 2009

Video Killed the Radio Star

E' ormai imminente la manifestazione sulla libertà di stampa in Italia. L'ennesimo capitolo della paradossale polemica che vede famose e strapagate star della televisione e del giornalismo in generale utilizzare i mezzi a loro disposizione per denunciare pubblicamente un non quantificato incremento della censura e delle pressioni da parte di organismi vari sull'informazione e la forme di comunicazioni di massa in generale. I più arditi non esitano ad invocare fascismi (più o meno morbide) o regimi (più o meno autoritari), senza porsi minimamente il problema del fatto che in nessun regime (come è stato sottolineato più volte anche qua) è consentito denunciare pubblicamente le forme attraverso cui il potere autoritario si esercita.

Vengono spesso invocate le denuncie milionarie che chi si ritiene a vario titolo danneggiato sporge nei confronti di giornalisti e giornali come mezzo di intimidazione. Ovviamente non si tratta di un elemento che andrebbe lasciato cadere nel nulla in quanto è ovvio che una denuncia portata avanti da un soggetto che dispone di ampi capitali possiede un vantaggio non secondario su chi di simili mezzi non dispone. Ma questo dovrebbe condurre ad una seria discussione sui sistemi giuridici (ed economici) entro cui tali azioni vengono esercitate e non all'invocazione di spauracchi, cioé ad una discussione sui meccanismi della giustizia, e su come chi dispone di capitali superiori possa legalmente utilizzarli come strumenti di intimidazione.

Senza invocare la terribile ferocia dei regimi sudamericani, senza cioé creare fantasiosi paralleli con la drammatica violenza di esperienze come quelle dei desaparecidos argentini, basta anche solo ricordare che l'azione di censura esercitata dal regime fascista durante il Ventennio Italiano nulla aveva a che vedere con le aule di tribunale: il regime non si rivolgeva ad un potere terzo per far rispettare le proprie ragioni, le affermava direttamente ed in prima persona con la forza e, non raramente, con la violenza. E continuare a denunciare quotidianamente, in pubblico e da ogni mezzo di comunicazione disponibile, censure di vario tipo attraverso paralleli con esperienze drammatiche e violente non è semplicemente inutile, ma è anche dannoso. Perché non solo trasforma in burla una questione che comunque avrebbe dei risvolti su cui potrebbe essere opportuno riflettere, ma allo stesso tempo allontana l'attenzione dal nucleo problematico nella sua vera forma. Perché, per fortuna, oggi non ci sono squadre di rastrellatori che riducono al silenzio i dissidenti, ma rimangono comunque forme di iniquità che si esercitano attraverso conflitti tra esponenti di classi differenti. Infatti, per quanto a qualcuno possa sembrare anacronistico utilizzare ancora oggi il termine "classe" (e qui andrebbe aperta una parentesi su come l'ideologia della democrazia borghese si sia affermata nascondendo la propria natura ideologica dietro il tema della "fine delle ideologie"), una richiesta di risarcimento danni di centinaia di migliaia di euro ha un valore ben differente se messa in atto contro un grosso soggetto economico anziché contro un ipotetico giornalista free lance o una redazione di precari.

E' alla luce di questi punti, cioé a partire dalle premesse secondo cui in Italia oggi non risulta corretto parlare di informazione di "regime", e dalla constatazione che, per quanto strumento legale (o meglio, proprio in quanto strumento legale), le denuncie milionarie per danni e diffamazione (alle quali va aggiunto il non trascurabile peso delle spese processuali) possono essere snaturate da chi intende farne uso per intimidire una controparte e zittirla, che vale la pena di chiedersi il perché di una simile mobilitazione di piazza. E la risposta sembra prendere forma proprio a partire dall'interno di quel sistema sociale ed economico cui apparentemente sembra opporsi, ed i protagonisti si muovono proprio secondo le logiche e gli interessi (di classe) contro cui dichiarano di essere schierati.

Senza addentrarsi nel concetto di "feticismo delle merci" sviluppato inizialmente da Marx, vale la pena comunque di soffermarsi brevemente sull'idea di feticcio in senso lato. In generale, un feticcio è un oggetto al quale, per motivazioni differenti, viene attribuito un valore particolare. Ad esempio, un oggetto che da molti potrebbe essere considerato come un semplice manufatto, per altri potrebbe diventare oggetto di rispetto o di adorazione in quanto considerato come dotato di poteri soprannaturali: che si tratti di un totem, di una bambola voodoo, di un corno portafortuna o altro ancora, quello che per molti è nulla più di un semplice oggetto, per altri può assumere un valore magico. Un discorso analogo vale nell'ambito dei feticismi sessuali: una parte del corpo umano o anche semplici oggetti (calze, scarpe, etc.) vengono isolate e percepite come altamente dotate di carica sessuale da parte di chi prova il desiderio. In generale, si potrebbero individuare caratteri feticisti in tutti quei rapporti in cui un oggetto assume un valore superiore in virtù delle credenze o dei desideri di un soggetto. E l'ambito delle merci non fa eccezione; molto banalmente basta ricordare il valore sul mercato di particolari oggetti "di marca" o che comunque intendono assumere per chi effettua l'acquisto un valore di status symbol (il vestito firmato, la particolare automobile, etc.). Nel corso di questo processo, il feticcio occulta la propria natura originale per diventare espressione di valori differenti e/o superiori. Ad esempio, agli occhi di un feticista che ama le scarpe o le calze, questi oggetti perdono la loro natura originaria di calzature o indumenti (o comunque questa passa in secondo piano) in favore della carica sessuale che riescono ad esprimere.

A questo punto, per tornare al tema di partenza, si può incominciare a vedere come anche nell'ambito politico sia possibile rinvenire dinamiche simili. E come queste dinamiche si esercitino con tanta più forza quanto più un soggetto aderisce entusiasticamente ad una campagna (il feticcio esercita tanto più potere quanto più il feticista è devoto ad esso). Infatti, con simili premesse, noti e magari strapagati giornalisti (o conduttori televisivi, o addirittura potenti gruppi editoriali o di potere in generale) riescono ad indossare con disinvoltura i panni del feticcio, dei "difensori della libertà di stampa", schierandosi pubblicamente contro un sistema da cui ricavano stipendi a base di diverse centinaia di migliaia di euro ogni anno. Presentandosi al pubblico come rappresentante di un particolare valore (ad es. la libertà di stampa, appunto) il feticcio riesce a capovolgere le relazioni di legittimità ponendo la propria posizione come unilaterale unità di misura. E così, nascondendosi dietro alla forma dell'"idolo", il feticcio riesce ad esercitare indisturbato il proprio potere: riesce quindi a dichiarare ripetutamente in pubblico che c'è la censura, oppure a mettere in discussione l'autorità degli avversari in quanto "alle dipendenze di qualcuno" senza dover rispondere del fatto che anche lui è "alle dipendenze di qualcun'altro", e così via.

Non si tratta di spostare l'asse del discorso dal contenuto della manifestazione ai reditti dei promotori al fine di screditare una parte mediante argomentazioni ad hominem, ma piuttosto di vedere come le due cose siano strettamente correlate. Infatti, l'identificare il rinnovo del contratto di questo o quel personaggio televisivo con l'affermazione o meno della libertà di stampa significa sul piano logico creare un'identificazione tra il personaggio in questione ed un valore tale da generare la credenza secondo cui (come il feticcio dotato di poteri magici) solo grazie alla sua presenza può esserci la libertà. Come un idolo che, se distrutto, può essere fonte di sciagure per la collettività che crede in esso, così, ad esempio, un'ipotetica non rinnovata presenza di un personaggio sugli schermi televisivi può diventare, per alcuni, fonte di preoccupazione.

Ma l'entità della mobilitazione da parte dei media non è innocente e disinteressata, ma è piuttosto conseguenza dell'influenza dei soggetti che la promuovono e dei capitali di cui dispongono o che muovono in generale. Quando ad esempio (piaccia o meno il personaggio in questione) poco più di un anno fa L'Espresso smise unilateralmente di avvalersi degli articoli scritti da Gabriele Mastellarini (anche, sembrerebbe, a causa di alcuni contrasti con il Travaglio nazionale), non ci fu nessuna rilevante lamentela, rimostranza o manifestazione. Il che non stupisce, dato che Mastellarini non appare frequentemente in televisione e non ha modo di propagandare la propria immagine come feticcio della libertà di stampa. Ed allo stesso tempo, un Mastellarini non muove una quantità di denaro paragonabile a quella di un Travaglio.

Dietro i proclami di una nobile causa (la libertà d'informazione), quello che appare grattando la superficie assume sempre di più invece i connotati di un conflitto tra gruppi di potere. Quando il governo Prodi mise in moto il disegno di legge "Levi Prodi" (quello poi diventato noto nella rete come "ammazza blog"), al di là dell'effettiva o meno dannosità del provvedimento, sui grandi mezzi d'informazione non ci fu una rilevante mobilitazione per difendere da un possibile "attacco" una possibilità espressiva a disposizione di chiunque. La mobilitazione invece si è scatenata adesso, cioé nel momento in cui hanno cominciato a sentirsi minacciati nei loro interessi economici (perché comunque una richiesta di risarcimento danni non è necessariamente la premessa di un confino) grossi gruppi editoriali o comunque personaggi i cui redditi annui si calcolano in centinaia di migliaia di euro. E non serve un esperto analista per rilevare come il conduttore di un programma televisivo su una rete nazionale e l'anonimo blogger che scrive nei ritagli di tempo non appartengono alla stessa classe sociale. Esattamente come non servono raffinate analisi per rilevare come ben difficilmente si vedrà qualcuna di queste strapagate stelle dell'informazione guidare campagne e manifestazioni affinché le fasce di reddito a cui appartengono possano essere maggiormente tassate a vantaggio di chi mediamente non guadagna nemmeno un ventesimo di quanto entra nelle loro tasche.